Cultura

Per una nuova cultura della politica comunicazionale


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Foggia – La definizione iniziale dei concetti, cultura, politica e comunicazione, consente di facilitare la comprensione del testo.

Cultura. Quell’insieme di oggetti materiali e non materiali che sono parte costitutiva di un gruppo e che in qualche modo ci consente di individuarlo nella sua specificità, differenza. Una delle proprietà fondamentali della cultura è il cambiamento, che matura a livello sia individuale che collettivo. Per questo possiamo parlare di identità processuali, mobili, mai fisse e date una volta per tutte. Identità multiple perché attraversate da produzioni discorsive elaborate in campi sociali che chiudono solo momentaneamente l’esperienza individuale in una definizione parziale del sé.

La storia delle migrazioni dall’australopiteco in poi ci aiuta a capire perchè i confini tra culture non sono mai definiti una volta per tutte. Le culture, come le identità culturali, sono in movimento, sono entità processuali e storiche. Così come i confini tra stati, tra le geografie politiche delle nazioni, sono stati definitivamente resi permeabili nel Novecento dalle reti della comunicazione globalizzata.

Il villaggio globale, locuzione usata più volte da Marshall McLuhan, descrive bene la potenza delle tecnologie della comunicazione nella determinazione dell’immaginario individuale e collettivo, di ineludibili effetti sui mondi della vita quotidiana. E indipendentemente dai contenuti e dalle informazioni che veicolano.
Ma la comunicazione non è una invenzione della modernità, è peculiarità dell’essere umano. La comunicazione simbolica, la cultura, sono i suoi ingredienti più rilevanti, che gli danno forma e sostanza.

Politica. O meglio, le politiche: attivazione di processi che consentono, o dovrebbero consentire, di dare risposte a problemi di rilevanza collettiva. Ma le politiche, la comunicazione, di fatto sono parte della cultura. Allora quando dico comunicazione e politica posso meglio dire: cultura della politica comunicazionale, se intendo per esempio fare riferimento alle modalità nuove e vecchie modalità di costruzione del discorso politico. Perché da sempre papi e regnanti, politici e politicanti hanno fatto uso dei media. L’effige del re sulla moneta, per citare un esempio, era potere economico-comunicativo circolante, raccontato e divulgato da uno degli strumenti più efficaci del potere stesso, il denaro.

Ma dire cultura politica comunicazionale mette anche bene in evidenza l’intreccio tra tre termini, tra tre elementi, perché è impossibile prescindere dalla comunicazione in ogni caso.

Tra gli agenti di socializzazione primaria, come è noto, sono i mass media che hanno avuto dagli anni Cinquanta in poi un ruolo centrale nella divulgazione della cultura, dell’istruzione, dell’informazione, del confronto politico.

Nella relazione tra potere e mass media è certamente la comunicazione politica del leader che assume un ruolo di primo piano, ma che si muove dentro un modello comunicativo top-down, è parola verticale, generalista, irradiata dal centro alle periferie, dal centro del potere. La comunicazione è qui potere verticale della parola, non più “mettere in comune”, condivisione orizzontale della parola stessa.

Una verticalità che ha avuto buon gioco dagli anni ’80 in poi con l’avvento delle TV commerciali, ha sdoganato una cultura neo-liberista made in Italy e ha nutrito, alterandolo, ogni millimetro del nostro corpo-mente, ha alimentato le nostre rappresentazioni mentali, le categorie che orientano la riconoscibilità del nostro quotidiano, che nutrono l’immaginario individuale e collettivo, il sentire comune.

È maturato così il passaggio da un progetto di società possibile alla corsa solitaria di ogni Io che ha rimosso dal lessico familiare termini come solidarietà, condivisione, coerenza dell’agire politico rispetto ad un progetto di vita, individuale e collettivo: tutto è cash, nella forma fisica e mentale, materiale e simbolica.

Sono derive e preoccupanti approdi che si impongono con prepotenza al nostro sguardo nella circolarità tra le TV commerciali, i talk show e i teatrini della politica: matura il trionfo di una nuova e generalizzata mercificante cultura del corpo, delle ragazze immagine, vallette, escort in carriera. Dell’utilizzatore finale.

Il managerialese ha cancellato ogni forma di interventismo nell’economia di mercato, inaugurando una inaudita Res Publica: ha intrecciato potere, sesso, politica in inedite campagne acquisti in Parlamento per nuove e improvvisate maggioranze di governo.

I new media hanno rilanciato la sfida di una nuova e differente politica comunicazionale nell’era della digitalizzazione dei contenuti che non parla alle masse, ma del soggetto nella sua peculiarità e specificità, della centralità della sua presa di parola che non è competizione o conquista di spazi di potere, ma creazione di inediti spazi, le piazze virtuali, per politiche generative di un altro futuro.

Così la digitalizzazione della parola si fa corpo e spazio individuale/collettivo dell’esperienza, diritto ad essere nello spazio discorsivo dei mondi virtuali della vita quotidiana e della politica, ognuno nella sua specificità e differenza, unicità, molteplicità.
La competenza politica e comunicativa messa in campo dai social network è del tutto altra da quelle fino ad ora conosciute, ribalta quella verticalità della parola che allarga la forbice tra i vertici e la base.

La politica comunicazionale dei new media si fa corpo singolare e plurale. Inaugura una categoria nuova, la democrazia digitale, capillare, pervasiva, includente: è lo spazio delle molte voci che prendono parte, e di diritto, alle pratiche discorsive della politica ma del tutto fuori dalle stanze asfittiche dei partiti.

Dunque a fronte della frammentazione, della dissoluzione delle forme e dei luoghi tradizionali di comunità, la famiglia, la piazza e il partito, che da più parti è stata rilevata, i social-network stanno alimentando inedite ed eterogenee forme di aggregazione, nuove e imprevedibili sensibilità politiche nelle fasce giovanili dell’utenza.
Potrebbe essere utile partire da una riflessione sulle modalità di aggregazione, sulle rete amicali che si autoalimentano, prendono forma e si dilatano a partire da interessi comuni e condivisi.

Ci sono profili, gruppi e pagine che contano centinaia e anche migliaia di iscritti. Il contenuto dei messaggi è chiaro, breve, diretto, sintetizzato in poche ed essenziali parole, per esempio: no al razzismo, oppure no alla riforma Gelmini e così via.

Questa capacità di raggiungere molti e con immediatezza condividere messaggi essenziali, incisivi, fa pensare che forse le forme stesse della comunicazione, saltellanti e tutte dentro un click, ci stanno suggerendo un altro modo di fare politica: random. Altalenante. E per questo non inquadrabile o iscrivibile nelle forme di aggregazione tradizionali della comunità e della politica.

Così la finestra della chat o del commento è lo spazio in cui ognuno fa emergere la propria differenza, l’assenso e/o dissenso, un caotico assemblaggio di riflessioni, di ridondante reiterazione di messaggi , un coro dissonante e discontinuo che dà forza, legittimità e autorevole spazio alla auto-rappresentazione.

Concludo con riflessione e una domanda. Un controllo organizzato ex alto e totale sulla politica 2.0, come di fatto è possibile nella più tradizionale struttura piramidale delle organizzazioni sociali e politiche del Novecento, è difficilmente praticabile.

Possono oggi le forme partitiche di aggregazione e partecipazione raccogliere questa sfida?
Può essere rimodellata sulle forme sovversive e disordinanti della comunicazione politica digitalizzata non solo la struttura organizzativa dei partiti ma anche una nuova forma di democrazia digitale, di partecipazione e di rappresentanza?

Troppo presto per dare una risposta esaustiva.

Per una nuova cultura della politica comunicazionale ultima modifica: 2011-10-29T15:34:58+00:00 da Redazione



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