GarganoManfredonia
di Angelo Capozzi

Anche la leggenda contribuisce a rendere famosa Grotta Paglicci

Relazione tenuta il 13 agosto 2016 all’incontro di presentazione del v. “L’oro di Grotta Paglicci”, svoltosi presso l’Auditorium dell’ex-chiesa del Purgatorio, a Rignano Garganico

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Foggia. Rignano Garganico, come tutti i paesi del Gargano, è ricco di tradizioni e di storia. Basti pensare al presepe di frasche, alla Quarantana che fa tanti lavori con la lana, al Bambino di pane di San Donato, alla tradizione della “Mennùccia della Madonna, alle tradizioni della Madonna di Cristo e, ovviamente,alla Grotta Paglicci. Ionon traduco Rignano come “Ara di Giano”, ma come “Regno di An o di Anu”, dio del cielo sumero, diviso dalla moglie Antun, la terra, da Enlil, loro figlio rappresentante l’aria . Da tale divinità sumera, a mio parere, nasce il dio Anno, misurato dal tragitto del sole nelle costellazioni. Ho letto un articolo di un grande studioso di grotte paleolitiche con figure di animali, di uomini, che afferma che per quanti sforzi si possano fare non si riuscirà mai veramente a capire i motivi religiosi che hanno spinto i primitivi frequentatori delle grotte a fare ciò che hanno fatto, perché il loro tempo è troppo lontano dal nostro. Non sono assolutamente d’accordo con lui, anche se rispetto il suo pensiero di studioso.

A mio parere, per sapere di più sulle attività nelle “Grotte Disegnate”, bisogna interrogare il contesto storico-geografico-culturale, il folklore che racchiude in sé tanti remoti ricordi, studiare la simbologia e le dinamiche relative alle culture antiche per riuscire ad interpretare cose che apparentemente sembrano difficili da capire, perché, appunto, lontane nel tempo. Le antichissime credenze hanno creato il substrato di nuove credenze, ma tutto viene riutilizzato perché rappresenta da sempre il sacro e il sacro è sempre sacro.

A questo riguardo dobbiamo ricordare il dato più importante per noi e cioè che la Grotta di Paglicci si trova praticamente all’ingresso della Via Sacra Garganica, cioè nel tratto più importante a livello europeo e italiano. San Marco in Lamis, situata sulla Via Sacra è una zona che rappresenta il sole al tramonto e lo stesso Rignano; certo con delle sfumature diverse. Rignano non si colloca propriamente sulla Via Sacra, ma direi in una località nascosta, starei per dire “misterica”. Ambedue le località sono nel contempo luoghi sacri di rinascita. Il sole e la luna ci sono sempre stati e i primitivi avevano strutturato sicuramente dei miti a livello religioso.

Angelo Del Vecchio, in due dei suoi volume sulle storie e leggende del Gargano, dice che Rignano poteva essere considerato il “paese delle streghe” (ricordiamo che è anche detto il “paese delle vedove”). Il bellissimo racconto, da lui raccolto, narra di tre uomini che videro in località canale di Lamasecca (il cui nome è tutto un programma), in una zona in alto, tre streghe che ballavano, una delle quali aveva i capelli biondi, una i capelli rossi e l’altra neri. Dove loro danzavano trovarono degli uomini senza testa. Nella simbologia l’uomo senza testa significa luogo senza sole. In più la danza delle streghe ricorda i sabba della dea Artemide, la Diana dei Romani, che nella simbologia viene rappresentata anche come forma della Luna ermafrodite.

Quella raccolta da Angelo Del Vecchio non è una storiella, perché a Borgo Celano ci sono leggende che parlano di tre fate, una bionda, l’altra castana e un’altra bruna. Sono le tre fate del Gargano, in particolare e rispettivamente, di San Giovanni Rotondo, di San Marco e di Rignano. Si può a buon diritto inferire che per le streghe di Rignano valga la stessa cosa. E’ bene sottolineare che nelle fate, come nelle streghe, quella con i capelli neri rappresenta Madre Terra-Luna di Rignano e qui ci ricolleghiamo alle nere streghe, a Monte Nero, al lupo. Il racconto di Rignano è più preciso dal punto di vista mitico, perché i colori dei capelli sono biondi, rossi e neri, mentre quelli delle fate sono biondi, castani e neri e spiego il perché. Nei miti antichi, nelle fiabe, nelle tradizioni, i colori che rappresentano i colori ciclici delle divinità divise in tre sono il bianco (nelle nostre leggende sostituite dai capelli biondi, perché quelli bianchi avrebbe rappresentato una donna vecchia, che, invece è simbolizzata dai capelli neri), il rosso e il nero. Sono i tre colori che rappresentano i cicli della vita e, in senso stretto, della donna (in una delle letture: bianco = vergine; rosso = madre nutrice; nero = vecchia).

Le streghe di Rignano si trovano quasi alle pendici del Gargano, invece le fate più in alto, alle falde di Monte Celano. Le streghe e le fate rappresentano una stessa divinità: in qualità di streghe in un ruolo ctonio, mentre come fate in un ruolo superiore, più vicino alla luce (per fare una corrispondenza le streghe potrebbero rappresentare Persefone , anche nella funzione di Terra-Luna d’inverno, mentre le fate potrebbero rappresentare Core, Terra-Luna in primavera).

Visto il significato del colore rosso, il cavallo rosso di Paglicci non potrebbe rappresentare la divinità pronta ad elargire tutte le sue energie per la “rinascita cosmica”? Studiando la Via Sacra Garganica ho notato che la parte occidentale di essa e a specchio con quella orientale. Mattinata farebbe da specchio a San Marco in Lamis, mentre Monte Sant’Angelo a Rignano. La parte ovest ha bisogno per realizzarsi della parte est e viceversa. Ad est nasce il sole (e la luna) ad ovest muore, però ricordiamo che la Via Sacra, la via della risurrezione, è il contrario della via del sole che va a morire (est-ovest), cioè la via ovest-est, la via della rinascita. A dire il vero la tradizione popolare (vedere gli studi su San Michele di Gabriele Tardio di San Marco in Lamis) mette la Grotta di Monte Nero, di San Marco, in contrapposizione con la Grotta dell’Angelo di Monte, ma Rignano e San Marco sono ambedue zone che vedono il sole tramontare.

Rignano, però rispetto a San Marco, che si trova sulla Via Sacra, è un po’ decentrato e ne vedremo poi il motivo. Diamo un’altra occhiata al folklore. Quando a Rignano un uomo fissa in maniera sostenuta e penetrante una donna gli dicono: “Ché hai visto la “tartaruga di Paglicci”?”. E’ chiaro che a Paglicci (Grotta o Masseria?), c’era in un tempo remotissimo l’adorazione di una divinità che si presentava in forma di tartaruga e che era in qualche modo una Dea Madre primordiale visto il simbolismo. La tartaruga potrebbe essere il primo totem del territorio di Rignano, il secondo è, molto probabilmente, il cavallo, infatti è l’animale principe della Grotta Paglicci. E’ dipinto nella forma di una cavalla gravida e quindi abbiamo ancora una prova che la divinità della grotta è femminile (in genere tutte le grotte erano dedicata a divinità femminili perché rappresentavano l’utero cosmico, dal quale nasceva tutto). Il fatto che la cavalla sia gravida rappresenta la dea in funzione di una rinascita, cioè come Dea Madre. Non dimentichiamo che la collina di Rignano si poggia a Monte della Donna.

Facendo dei paragoni con i simbolismi delle stele daunie, mi sembra di poter leggere, ma qui posso sbagliarmi, la cavalla verticale come il “maschile” della dea, mentre quella orizzontale come il “femminile”. Cioè il cavallo androgeno si divide in maschile e femminile per poter armonizzare le due componenti e creare la rinascita del cosmo. Nei dizionari di mitologia si trovano i Pàlici che erano due gemelli nati in Sicilia dalla ninfa Talìa e da Giove. Giove per paura della gelosia di Giunone, nascose Talìa sotto terra. I due gemelli nacquero, quindi, da sottoterra, infatti il loro nome significa nati due volte, cioè daTalìa e dalla Terra. Non potrebbe il nome di Paglicci derivare da Pàlici, visto le molte tradizioni mitiche simili tra Puglia e Sicilia? C’è anche una forte somiglianza tra i Pàlici e Romolo e Remo allattati dalla Lupa. Nella tradizione popolare il lupo è affiancato alla strega, infatti se un uomo nasceva a Natale diventava lupo mannaro, se donna strega. La divinità della Grotta Paglicci poteva essere un’antenata della dea Cibele, ermafrodita, o di Demetra venerata in forma di cavalla. La donna trovata nella Grotta di Paglicci, gli studiosi, dicono conservi tratti maschili e femminili. Sorge a questo punto spontanea una domanda: non poteva essere un ermafrodite?Il serpente graffito che mangia le uova di uccello o l’uccello stesso rappresenta miticamente la lotta tra il mondo ctonio e quello solare e questo in tutte le religioni.

Il nome “Paglicci” interferisce anche con l’antica popolazione dei Peligni in Abruzzo, cugini dei Dauni, perché il loro eponimo era Palicus e i Peligni erano anche detti Palicini. Come vedete le piste di ricerca sono tante, basta continuare attivamente le ricerche, che sono sicuramente affascinanti.

N.B. . Relazione tenuta il 13 agosto 2016 all’incontro di presentazione del v. “L’oro di Grotta Paglicci”, svoltosi presso l’Auditorium dell’ex-chiesa del Purgatorio, a Rignano Garganico.

A cura di Angelo Capozzi



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