Cultura

Il secondo risorgimento a Foggia (I)

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Il maresciallo Pietro Badoglio con B.Mussolini

Il maresciallo Pietro Badoglio con B.Mussolini (ilcannocchiale.it)

Il Gran Consiglio del Fascismo […] invita il Governo a pregare la Maestà del Re, verso il quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la nazione, affinché Egli voglia, per l’onore e la salvezza della Patria, assumere, con l’effettivo comando delle Forze Armate di terra, del mare e dell’aria […] quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono […]”.

QUESTE le le parole con cui il gerarca Dino Grandi, durante il Gran Consiglio del Fascismo del 24 luglio 1943, decretò la morte del Regime. Ed a partire dalle quali prese le mosse il secondo Risorgimento italico. Diciannove favorevoli, un contrario, un solo astenuto: lo stesso latore del messaggio di morte. Dietro la decisione di Grandi, senza dubbio, vi erano calcoli politici, alterazioni al vertice del Pnf, mutamento degli equilibri di forza interni. Fatto sta che furono questi lenti avvicendamenti a risvegliare, alla grande l’animo intorpidito da manganellate e controllo degli italiani. Non possiamo dire che Grandi fosse antifascista, dunque. Ma che fu causa dell’armarsi dell’antifascismo, si. D’altronde, le congiunture storiche erano, in quegli ultimi anni di appendice fascista – infiammata a tal punto da andare in contro alla peritonite –, nettamente favorevoli ad un avvicendamento politico al vertice della penisola. La guerra persa, gli Alleati già sbarcati sul “bagnasciuga” di Licata, la sottomissione alla Germania nazista disapprovata anche dalla ristretta cerchia di mussoliniani della prima ora, i sansepolcristi: tutto lasciava intendere che la strada storica conduceva allo sfascio del Regime. Dopo l’arresto del Duce, avvenuto il giorno seguente, il governo del Paese venne affidato al Maresciallo Pietro Badoglio. Militare di professione, uomo senza scrupoli, calcolatore politico meno avvezzo a contrattare quando si trattava di guerreggiare, Badoglio non produsse, in effetti, sterzate decisive per la trasformazione dell’Italia. Molte delle leggi in vigore sotto Mussolini, rimasero in atto. Altre furono addirittura potenziate. Il controllo dello Stato sui cittadini fu totale. Dal coprifuoco alla proibizione delle assemblee. In definitiva, per riprendere il filo, quello di Badoglio non può considerarsi un vero e proprio Risorgimento. Tanto che, dopo la resa incondizionata agli angloamericani, la guerra riprese.

Con una variante: che, dopo Cassibile – luogo in cui vennero ratificati i “patti” – l’Italia si trovò improvvisamente frantumata in due. Liberata a Sud, tedesca a Nord. E, soprattutto, senza guide politiche tali da potersi scrollare di dosso l’ossessivo controllo dei militari alleati.

In questo contesto di lotte incrociate, di vendette e di rinnovati rancori, venne abbozzata la prima forma di ricostruzione. Materiale: in quanto l’Italia usciva con le ossa rotte dalla guerra (città distrutte, famiglie sfollate, ordigni sparsi in giro). E, soprattutto, morale. Due decenni di fascismo avevano concorso ad assopire le coscienze. Il controllo era perpetuato mediante la cieca obbedienza del cittadino allo Stato. E tanto più era obbediente, tanto più era da considerarsi cittadino esemplare.

Riprendere da qui, ovviamente, non era semplice. C’era entusiasmo, certo, per la fine del Duce. Ma anche scoramento e, soprattutto, spaesamento. Il secondo Risorgimento della Capitanata, ebbe inizio proprio in questa forma: vale a dire sotto le mentite – mentitissime spoglie – della contentezza. La caduta di Mussolini, infatti, venne accolta con grande entusiasmo. Ovunque vennero inscenate manifestazioni spontanee a favore del nuovo governo. Tuttavia, bisognava fare i conti con la fame e con i tedeschi ancora nell’atrio di casa. Le truppe naziste, all’indomani dell’armistizio, inasprirono gli atteggiamenti verso i civili, vittime di rappresaglie e persecuzioni di violenza inaudita ed immotivata. E ciò limitò la gioia per un momento storico importante ed atteso. Così, per esempio, a Manfredonia la notizia produsse solamente “commenti sereni e fiduciosi”, senza smodate celebrazioni. L’arrivo degli “Americani” non migliorò certo la situazione. Questi, liberando, occuparono. Ed occupando, riproposero lo stesso controllo del caduto Regime.

Successe così che sulle città si creò una vera e propria cappa di controllo; i nuovi occupanti, infatti, convinti dell’incapacità di gestione del potere da parte degli Italiani e della responsabilità del popolo nell’avvento del fascismo, delegittimarono tutte le istituzioni locali (sia quelle politiche, che gli organi di Polizia), sostituite o tutt’al più affiancate da una speculare alleata. E lo stesso Badoglio, in definitiva, null’altro fu che un fantoccio della politica alleata, un ingranaggio (ben oliato) da sfruttare al fine di controbilanciare, prevenire e reprimere le tendenze al disordine, quasi ovvie in un Paese che non aveva familiarità alcuna con il concetto del vivere in libertà.

L’istituzione politica che operò sin dallo sbarco in Sicilia fu l’AMGOT (Allied Military Government of Occupied Territory), presieduta dal generale inglese Harold Rupert Alexander. Questa fu il cervello, il nerbo della direzione politica durante l’occupazione del nostro Paese. A sua volta l’AMGOT si articolava in sei parti, chiamate Divisions, ognuna delle quali legata ad un preciso settore della gestione (economia, giustizia, pubblica sicurezza…). Tutti i territori amministrati furono invece articolati in Regions. La Puglia, insieme alla Calabria e alla Basilicata, venne inclusa nella Region II. Il primo commissario dell’AMG della Provincia di Foggia fu il Colonnello Temperly.

Nell’assumere il controllo totale della Capitanata, le alte gerarchie militari alleate dettero vita ad una ramificazione ampia del potere, frammentato e centellinato tra varie personalità fidate, tutte costituenti la longa manus dell’AMGOT nella società. Fino almeno al 1944, le autorità militari alleate si riservarono di nominare sindaci e personalità degli organismi politici e fino al 1946, anno delle prime elezioni libere, fu necessaria la loro approvazione sui nomi indicati dai partiti.

Nelle città la figura di spicco era quella del Town Mayor. In un memorandum trasmesso dal Quartier Generale delle Forze Aeree Alleate a tutti i Town Mayors e agli Ufficiali di Polizia Militare si legge di come «i Town Mayors sono i rappresentanti di questo comando Provinciale e [da esso] dipendenti in tutte le attività con le rispettive sottozone e città». A questi era affidata l’amministrazione non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello dell’ordine pubblico.

È abbastanza difficile comprendere dove finiscano i compiti degli organismi locali, della Polizia Militare Alleata o dell’AMGOT ed inizino quelli del Town Mayor che pure, in molti centri (non in tutti – fa eccezione per esempio Spinazzola, nel barese – ), amministrava direttamente i distaccamenti di Polizia. Era severamente proibito al Town Mayor intralciare l’azione repressiva della giustizia dell’AMGOT, mentre gli era consentito, usare la Polizia Militare per sostituirsi alla Questura in casi di estrema gravità. Mediante questi atti, gli Alleati prendevano pieno possesso del territorio e, nel territorio, pieni poteri di operare. Si vollero liberare le mani da possibili accavallamenti o sovrapposizioni di potere. A nessuno fu permesso di interferire nei loro affari, al contrario loro tutto fu lecito. Insomma, una seconda tirannia mascherata dalla benevolenza della gente e dalla filantropia delle associazioni e dei caporioni angloamericani.

L’amministrazione dell’AMGOT nacque per essere temporanea. Difatti già nel marzo del 1944 la provincia di Foggia venne restituita al governo del Regno del Sud. Tuttavia, anche a seguito della restituzione, di fatto il controllo rimase nelle mani degli Alleati. Tanto che Ivanoe Bonomi, Presidente del Consiglio, dovette sollecitare il Prefetto della Provincia affinché invitasse le istituzioni italiane a far valere la propria presenza di fronte agli occupanti.

(continua giovedì prossimo)

Il secondo risorgimento a Foggia (I) ultima modifica: 2010-09-30T00:00:06+00:00 da Piero Ferrante



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