Cultura
A cura di Ferruccio Gemmellaro

La vanga e la buca di Hemingway


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Meolo. Se Ernest Hemingway fosse stato italiano, sarebbe stato incluso nell’albo dei “Ragazzi del ‘99” e poi, nel dopoguerra, insignito del cavalierato di Vittorio Veneto.
L’appellativo di “ragazzo del ’99” è in ogni caso anagraficamente corretto; infatti, aveva appena compiuto diciannove anni quando confluì volontario in seno alla Red Cross – la Croce Rossa americana – per operare nel conflitto mondiale.

Non era certamente un caso unico di giovane intellettuale accorso in Europa al richiamo per le riconquiste delle unità nazionali.

Alla fine della Grande Guerra, infatti, più di duecentocinquanta milioni di europei si ritrovarono cittadini di nuove nazioni indipendenti quali Albania, Cecoslovacchia, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Polonia, Ungheria; all’Italia concernette finalmente il Trentino, l’Alto Adige e Trieste. Non tutti, in ogni caso, erano soddisfatti del riassetto politico; pertanto, milioni d’individui si mossero in osmosi alla ricerca di patrie smarrite o più confacenti alle loro attese.

Gli imperi centrali erano alla polvere, l’Intesa – Francia Inghilterra e Italia con i loro satelliti – aveva vinto ma a scapito di forza economica e d’influenza politica, a totale beneficio degli Stati Uniti pronti a riempire di dollari le casse europee e non solo; del resto necessitanti di vitalità appena risollevati dalla devastante guerra di secessione.

Nel “contingente dei poeti” si contavano i ventiduenni John Roderigo Dos Passos e A. Joseph Cronin, il diciassettenne Walt Disney, il ventenne René Clair, il trentenne Jean Cocteau oltre al più che quarantenne musicista Maurice Ravel autore del celebre “Bolero”. Ernest fu dislocato nel Veneto e dopo l’assegnazione a Schio nel vicentino, dove aveva stretto forte amicizia col giovane tenente Edward McKey, fu trasferito a Fossalta nel veneziano e qui si sarebbero ancora incontrati.

Da ricordare che Fossalta di Piave avrebbe concesso nel 1981 la cittadinanza onoraria ai “Ragazzi del ‘99”.

A Losson di Meolo, oggi Losson della Battaglia, si sarebbe rifugiato lo scrittore nella villa della famiglia Narratovich, noti stampatori, seriamente ferito mentre trasportava intrepidamente un commilitone già gravemente colpito e non è impensabile che fosse proprio il suo grande amico e collaboratore culturale. Per tale atto di valore fu decorato di medaglia d’argento dal Regno d’Italia e della croce di guerra dalla sua patria. Il letto che avrebbe ospitato il Nostro è in esposizione al museo di San Donà di Piave.

L’atroce morte del tenente – che riposa nell’ossario di Fagarè nel trevigiano – procurata da una schrappnell, granata austriaca, avrebbe lasciato in Ernest una ferita nell’animo, la quale non si sarebbe più rimarginata; non è difficile pensare, infatti, che il ricordo lo avesse tormentato sino alla morte, quando nel 1961 scelse di suicidarsi con un colpo di fucile al volto, a Oak Park, nell’Illinois.

Hemingway volle ritornare su quei luoghi e soggiornarvi dopo pochi anni dalla fine del conflitto, dal ’48, e vi giunse accompagnato dalla consorte Mary Welsh, inviata del Time, che aveva sposato nel ’46 dopo un precedente sofferto matrimonio con la scrittrice e giornalista Martha Gerllhorn.

Oltre al successo mondiale dei romanzi, gli faceva da eco una sua asserzione « Il fascismo è una menzogna detta da prepotenti … » che aveva pronunciato al ritorno dalla Spagna.
In quei giorni, racconta il novantaduenne fossaltino Giannino Perissinotto, allora poco più che ventenne e operaio all’arsenale, mentre era sull’ansa del Piave a Fossalta fu chiamato da un americano perché gli portasse una vanga. Il giovane lo assecondò e fu testimone di un fatto straordinario: lo scrittore scavò una buca e vi seppellì una banconota assieme a un sacchetto.
Giannino ne restò sbalordito e allora seppe dai suoi accompagnatori, tra i quali il barcaiolo che lo trasportava a caccia, che si trattava del famoso romanziere e che giusto in quel luogo era stato ferito in guerra mentre svolgeva la propria mansione durante un crudo combattimento.

Tutto lascia supporre che in quella buca vi avesse deposto oltre alla cartamoneta alcune schegge della granata che lo avevano trafitto.
Una maniera tropologica, forse ironica, ma certamente ispirata dalla tradizione latina di pagare l’obolo per l’aldilà, consegnando i micidiali frammenti in sostituzione del suo corpo rimasto ancora vivo.

L’aneddoto è stato recentemente ricordato in un’apposita serata dallo scrittore Paolo Ganz nella cinquecentesca trattoria “La Fossetta” a Musile di Piave, dove Ernest e Mary in viaggio per Venezia si erano fermati per rifocillarsi con gli italianistici spaghetti.

I gestori di oggi, Alessandro e Flavio, serbano con cura quel tavolino per due, ormai segno di culto. Una devozione alla memoria di Hemingway e che hanno voluto tradurre istituendo il “Cenacolo delle bricole”, un sodalizio di scrittori coordinati da Leonardo Vecchiotti, i quali, un giorno al mese, a turno, sono ospitati per proporre le loro ultime opere.

Personalmente ci sarò il 17 novembre invitato a proporre la mia ultima opera scritta appunto per il centenario della Grande Guerra “Di qua e di là del Fiume”.

(A cura di Ferruccio Gemmellaro, storico critico)

La vanga e la buca di Hemingway ultima modifica: 2017-09-30T18:02:26+00:00 da Ferruccio Gemmellaro



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