ManfredoniaRicordi di storia
A cura di Michele Brunetti

Manfredonia. La .. “Resistenza” (di M.Brunetti)

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Manfredonia. Fu un’estate lunga e movimentata quella dell’anno 1943, con la Guerra che ormai coinvolgeva l’intero pianeta ma che, per la prima volta, faceva soffrire con i suoi orrori anche le popolazioni civili, ancorché dimoranti lontano dai campi di battaglia. A Foggia, tutto iniziò già tra aprile e maggio, con violenti bombardamenti da parte degli aerei alleati, destinati soprattutto a mettere fuori uso il nodo ferroviario di Foggia, continuati poi per tutta l’estate, fino a settembre, non disdegnando di distruggere anche palazzi pubblici, monumenti e abitazioni civili.

Poi, quando gli alleati conquistarono la sponda meridionale del Mediterraneo, dall’Egitto al Marocco, tutti dicevano che ci si doveva attendere, come prossima mossa, l’invasione, ovvero lo sbarco sulle coste italiane per dare la spallata finale alle truppe dell’Asse, Italia e Germania, ed allora sì che la guerra sarebbe arrivata nelle nostre strade e nelle nostre case. E aumentava l’angoscia.

Le Autorità militari di Manfredonia, tedesche e fasciste, già a maggio, avevano provveduto ad oscurare le luci all’imbocco del porto e a demolire con l’esplosivo la torretta del grande faro bianco sul molo. A luglio, s’intensificarono i bombardamenti su Foggia, aumentando disastri e distruzioni, con molte vittime tra i civili, e si ricorda in particolar modo la giornata del 22 di luglio quando, insieme ai bombardieri, arrivarono gli aerei caccia che, volando a bassa quota, mitragliarono la gente in fuga che cercava riparo tra gli alberi della Villa comunale.

La notte del 25 luglio, sempre dell’anno 1943, il Gran Consiglio del Fascismo dichiarò decaduto Mussolini che fu messo agli arresti e recluso sul Massiccio del Gran Sasso, e nella maggior parte della gente si fece strada l’idea che la guerra fosse finita. Ma restarono tutti delusi perché, da quel momento, gli “alleati” tedeschi, cominciarono a comportarsi da occupanti, fissando nel Castello il proprio Comando, installando presidi in paese, chiudendo il porto commerciale e peschereccio, dopo averne minato i moli per ostacolare l’attracco di eventuali invasori e, così facendo, fermando completamente ogni attività industriale e commerciale della città.

La confusione generale, tuttavia, raggiunse il massimo dopo l’8 settembre, con l’annuncio della firma dell’Armistizio da parte delle Autorità Militari italiane, ma con il contemporaneo annuncio alla Radio italiana che ”la Guerra continua” al fianco dei nuovi Alleati, gli ex nemici che, ormai si sapeva, fossero sbarcati in massa in Sicilia e si pensava si apprestassero a risalire la Penisola, anche se, ancora a metà settembre, continuarono i bombardamenti a Foggia da parte degli aerei americani e inglesi.

Intanto, con le truppe tedesche ben salde sul territorio italiano, cominciò a scemare l’entusiasmo del popolo per il Regime e registrarsi tra la gente l’aumento degli oppositori, anche tra coloro che, prima, lo avevano appoggiato apertamente. Questo incoraggiò qualche vecchio antifascista a emergere e rendersi visibile, trovando intorno a sé nuovi accoliti e simpatizzanti.
Infatti, qualche “maggiorente” della società civile, volendosi preparare al cambiamento, affinché tutto potesse rimanere immutato, cominciò e darsi da fare per “liberare” il paese dal vecchio Regime e prepararsi all’inevitabile arrivo delle truppe anglo-americane, cercando di costituire a Manfredonia una specie di Direttorio, come propaggine dell’organizzazione partigiana che iniziava ad operare nel Nord dell’Italia.

Erano i rappresentanti delle varie categorie “moderate”, come professionisti, insegnanti, operatori dell’agricoltura, della pesca e del commercio, tutti che giustificavano ora la propria adesione al fascismo solo per motivi di sopravvivenza o di facciata. Dall’altra parte, v’erano i militanti dei vecchi Partiti antifascisti, come i socialisti, i comunisti e i repubblicani, anche se i vari Capi Partito, per prudenza o mancanza di fiducia, continuarono a rimanere in clandestinità.

Gli antifascisti erano per la maggior parte operai e artigiani, con poca preparazione scolastica, e si trovavano a controbattere a professionisti e insegnanti che cercavano di mantenere un basso profilo nelle rivendicazioni e di gettare acqua sui propositi incendiari. Le riunioni andavano quindi per le lunghe, anche perché i militanti, per qualunque decisione, dovevano poi riferire ai Capi in clandestinità e ottenerne l’approvazione. Quasi per pareggiare il livello delle discussioni, i militanti portarono alle riunioni alcuni dei propri parenti istruiti o diplomati, addirittura, qualche studente giovane, mai stato fascista.

Una di queste riunioni clandestine, abbastanza affollata, si tenne in una grande masseria ai piedi del Gargano, nelle prime ore pomeridiane di un giorno della seconda metà del famoso mese di settembre 1943. Si decise concordemente di dover passare all’azione contro gli occupanti tedeschi, l’unico ostacolo era la mancanza di armi o comunque di “mezzi” per combattere o almeno “scoraggiare” il “nuovo nemico” a rimanere, anche se questi, i tedeschi, erano già impegnati nella ritirata, convogliando uomini e mezzi verso il nord del paese e verso la Germania.
Fu a questo punto che un giovane paracadutista, rimasto sbandato dopo l’Armistizio, si fece avanti e affermò di sapere dove poter fornirsi delle armi occorrenti. Questo giovane militare era stato colto, proprio l’8 settembre, mentre godeva di un breve periodo di licenza per il trasferimento dal proprio Reggimento Fanteria di stanza a Brindisi, verso la nuova destinazione in Toscana, dove aveva già svolto il periodo di addestramento, per essere inquadrato presso la neo-ricostituita Brigata “Folgore”.

Il giovane raccontò di aver assistito, solo il giorno prima, alla frenetica attività in un deposito logistico tedesco, situato ai piedi del Gargano, sulla costa rocciosa orientale del Golfo, dove pochi militari non facevano altro che riempire fusti di carburante caricati su camion e rimorchi che ripartivano immediatamente, mentre ne arrivavano in continuazione dai vari campi della zona. Se gli automezzi contenevano armi e munizioni, queste venivano scaricate e buttate giù dalla ripa, sulla piccola spiaggia sottostante formata da una grande grotta marina.
Il Comitato apprezzò la segnalazione, convenne che si sarebbe potuto risolvere il problema circa la mancanza dei “mezzi” per passare all’azione. L’unico problema fu quello di stabilire “chi” avrebbe dovuto provvedere alla raccolta delle armi. Naturalmente l’agente principale era il paracadutista che sapeva il posto ed aveva già studiato la strada da percorrere, ma occorreva almeno un altro aiutante: l’unico che si fece avanti fu un giovane studente, non ancora quindicenne, che si offrì volontario.

I due volontari si avviarono subito, a piedi, per poter essere di ritorno alla masseria prima di sera, e scesero verso il mare, percorrendo tratturi e strade sterrate, scavalcando i muretti a secco che segnavano i confini delle proprietà, nascondendosi tra gli alberi di olivo, di gelso e di carrubo.

Quando raggiunsero la strada statale del Gargano, dovettero attendere, nascosti dietro al muro a secco, perché la strada era percorsa di continuo, nei due sensi e a forte velocità, da automezzi militari tedeschi, fino a quando riuscirono ad attraversarla di corsa. Raggiunsero la stradina sulla costa, quella che entrambi conoscevano bene per averla percorsa tante volte in estate, alla ricerca delle piccole spiagge tra le grotte marine e qui, oltre un muretto a secco, avvistarono due muli bardati, di quelli utilizzati dai militari per trasportare armi e munizioni, che pascolavano.

Senza bisogno di consultarsi, saltarono insieme il muretto e cercarono di afferrare gli animali. Ne afferrarono il più vicino, con le redini penzoloni tra le zampe anteriori, mentre l’altro scappò via, e lo tirarono verso la propria destinazione. Qualche diecina di metri prima del campo, legarono l’animale ad un albero e, dopo aver scavalcato il muretto, si diressero di corsa verso il mare.

Arrivarono in cima alla grotta marina e raggiunsero subito il varco che permetteva, per un lungo dirupo, di scendere sul mare, fino alla piccola spiaggia che, dalla battigia, si insinuava nel profondo della grotta, e notarono subito il cumulo scuro delle armi sui ciottoli bianchi della spiaggia.

Scesero entrambi i giovani e, tra l’ammasso di armi e munizioni, cominciarono a caricarsi le braccia di fucili, di armi automatiche e munizioni. La salita del dirupo fu naturalmente piuttosto faticosa, specie per il più giovane, perciò il paracadutista, scaricando le armi oltre il muretto, tra i piedi del mulo, disse al ragazzo di restare nascosto dietro un masso in cima al dirupo, mentre lui riprese a scendere sulla spiaggia.

Il militare prelevava le armi, tra cui una lunga mitragliatrice leggera, poi risaliva il dirupo e le scaricava dietro il masso. Il più giovane fece la spola con le armi per tre volte, dal masso al mulo, finché sentì il rumore di un motore che si avvicinava: lanciò un fischio verso l’amico e gli fece segno di nascondersi nella grotta.

Arrivò e, a marcia indietro, si fermò sul ciglio della grotta un carro militare tedesco a tre ruote col cassone pieno. Ne scesero due militari che cominciarono a scaricare dal cassone casse di munizioni che buttavano giù sulla spiaggia poi, dal cassone, presero due grosse latte di benzina e le allinearono per terra sul ciglio. Le casse, quando cadevano sulla spiaggia, si rompevano e spargevano intorno il contenuto: il ragazzo, quando vide le latte di benzina. capì che anche quelle erano destinate ad essere buttate sulla spiaggia e immaginò cosa sarebbe successo, e si rese subito conto del grave pericolo che correva l’amico nella grotta.

Per fortuna il mezzo rimise in moto e ripartì verso il campo, e il giovane chiamò il compagno e, con gesti concitati delle braccia, lo richiamò su di corsa spaventato, anche perché quello, prima di scappare, si fermò a prendere qualcosa dal mucchio:
– «Che c’è?» – chiese il giovane: – «Se ne sono andati?» –
– «Si! Però, vedi che cosa hanno lasciato!» – rispose il ragazzo, indicando le latte di benzina in fila sul ciglio.
– «Caspita! Ci sarà un bel botto! Vedi cosa c’è in queste sacche?» – e il paracadutista mostrò il contenuto di due sacche che aveva raccolto all’ultima risalita, contenenti le famose e micidiali granate tedesche, quelle col manico lungo.

Caricarono in fretta armi e munizioni sul basto del mulo e attraversando in diagonale il campo dove pascolavano i muli, si diressero verso la strada e la montagna. Per fortuna il mulo, recalcitrante quando era scarico, quando si sentì carico prese a correre docile dietro i ragazzi che, giunti al limite della strada statale, abbastanza lontani dal mare, ascoltarono il primo grande scoppio sulla spiaggia, seguito da altri e continui boati, a volte più leggeri e altre fragorosi: era l’effetto della distruzione di tutte le armi e munizioni sulla spiaggia, nella grotta marina.

Attesero un po’ più tempo per attraversare la strada statale, temendo che quel mulo si impuntasse all’improvviso, poi lo fecero di corsa frustandolo e tirandolo, e presero la stradina che andava verso la montagna e verso la masseria con i paesani in riunione.

Quando vi giunsero alla vista ormai imbruniva, col sole al tramonto completamente coperto dalla punta più occidentale della montagna del Gargano. Videro da lontano del fumo ma poi, man mano che si avvicinavano. avvertivano un forte profumo di carne arrosto, poi anche di voci e risa. I due lasciarono la stradina sterrata, legarono il mulo e si diressero cautamente verso il monte, oltre l’aia, per osservarla dall’alto.

E videro sull’aia una lunga tavola imbandita con vari avventori seduti, alcuni intorno al camino acceso e una grande griglia piena di carne ad arrostire, altri che, con piatti in mano, andavano da uno all’altro gruppo: non ci volle molto a capire che il gruppo, dal primo pomeriggio, si era allargato ed incrementato.
I due giovani si guardarono negli occhi, stupiti:
– «Hai capito?»- fece il militare paracadutista: – «Noi a sgobbare, a rischiare, a farci sotto dalla paura, e questi qua a mangiare e bere in allegria! Eh, ma adesso facciamo noi un bel servizio per spaventarli! Tu sai sparare? Hai mai sparato?»- chiese:
– «Si, si …. No, non ho mai sparato!» – rispose il più giovane.
– «Tieni, prendi questa!» – disse il più grande, estraendo dal basto una corta arma automatica e porgendola al più giovane:
– «Questa è una machinenpistole tedesca. Si carica così, poi sposta questa leva sulla sinistra, premi il grilletto e spara di continuo, finché non togli il dito! Comunque, per sicurezza, abbracciati ad un albero e spara stando ben coperto dal fusto dell’albero, tenendo l’arma ben stretta tra due mani.!» –
Il paracadutista si armò e corse verso il monte, dove dominava l’aia dall’alto. Qui incominciò a sparare una breve raffica, seguita subito dopo da una lunga raffica sparata a valle dal ragazzo; poi il militare volle strafare, e lanciò una di quelle granate verso una vecchia latrina in disuso poco lontano, sul fianco dell’aia, ma non conosceva bene la potenza dell’ordigno: lo scoppio sbriciolò la latrina, facendo volare molto in alto le parti in legno, ma anche le parti in muratura si sparsero tutt’intorno.
I “partigiani” nell’aia, ai primi spari, corsero tutt’intorno a ripararsi, molti sotto il lungo tavolo. Lo scoppio della granata scagliò sul tavolo molti detriti, con molto fragore, al ché, alcuni uscirono dal loro nascondiglio, con le mani alzate, e un paio, in tedesco, urlarono ai kameraten di arrendersi. Il paracadutista, ormai euforico, gridò alcune parole in tedesco con l’intimazione ad alzare le mani, ma forse la voce giovanile, oppure l’accento non proprio puro germanico ad orecchie più abituate, fece sorgere qualche dubbio nei “congiurati” che, guardandosi in viso, cominciarono quindi a chiamare a voce i due giovani …. e tutto finì, all’italiana, a tarallucci e vino.

Per la Storia:
– il paracadutista si chiamava Filippo De Finis, per anni Collocatore comunale a Manfredonia;
– il giovane studente si chiamava Domenico Brunetti, fondatore e Presidente dell’I.R.A.P.L. di Manfredonia.

(A cura di Michele Brunetti, Manfredonia settembre 2017)

Manfredonia. La .. “Resistenza” (di M.Brunetti) ultima modifica: 2017-09-30T09:31:48+00:00 da Giuseppe de Filippo



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Commenti


  • Luigi Starace

    Grazie Michele Brunetti per aver messo questo racconto del mio prozio Filippo che spesso a tavola raccontava con la memoria fulgida che lo contraddistingueva tanto che sembrava accaduto ieri e non 50 anni prima. “Don Filippo” non dimenticava mai di condire questa e altre storie vere quanto tendenti al surreale con l’ironia, verso se stesso e verso i suoi cittadini. Ricordava soprattutto quelli che corsero sotto il tavolo a nascondersi, dei veri cuor di leone e un’espressione di rassegnazione “sociale” si dipingeva sul viso che per alcuni istanti diventava serio prima di aggiungere un altro particolare colorito al racconto…
    In attesa di leggere il racconto con il ministro del lavoro che fece visita al suo ufficio di Manfredonia…


  • ilproletario

    La fonte del mio racconto è stato proprio il Cav Filippo. Anche a me ha rivelato alcuni nomi di quelli ricorsi sotto il tavolo, ma parecchi di essi, dopo, sono diventati classe dirigente a Manfredonia e bisogna essere magnanimi.
    Resta per me il Cavaliere Filippo perché mai titolo onorifico trovo un degno rappresentante per la sua finezza e signorilità unica.

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