A cura di Michele Brunetti

“Santalucia”


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Manfredonia. Ogni giorno, vivere era veramente un’avventura per i sopravvissuti in quel dopo Guerra, quando l’unica latitante era appunto la Legge, quella che doveva garantire la sicurezza del cittadino ma che, con la presenza di tante armi da fuoco in giro, metteva i miti e gli onesti alla mercé dei prepotenti e dei farabutti che non esitavano a usarle e abusarne per vendette personali, o anche solo per antipatia, il tutto tra l’indifferenza delle truppe di occupazione americane e inglesi.

Il centro storico di Foggia era quasi completamente distrutto, molti edifici erano crollati, altri erano solo lesionati, ma minacciavano di crollare da un momento all’altro ed erano allora transennati. La stazione ferroviaria era invece completamente distrutta e impraticabile, crollato completamente il cavalcavia della Statale Garganica per Manfredonia, impraticabile quello ferroviario a sud, dove passavano anche i binari per Manfredonia, perciò Foggia si poteva raggiungere solo per la strada e i mezzi pubblici erano vecchi torpedoni sgangherati che, abbastanza spesso, nel migliore dei casi, bucavano le ruote sulle strade disastrate, oppure, più spesso, ne andava in panne il motore.

Era quindi veramente una follia o un azzardo viaggiare ogni giorno per raggiungere, con i mezzi pubblici, la città di Foggia per frequentarvi la Scuola pubblica, oppure ci voleva molta buona volontà e molta voglia di studiare per affrontare un tale viaggio avventuroso. Si usciva di casa ancor prima dell’alba, aspettando il mezzo pubblico, che quasi mai rispettava l’orario prestabilito, per ripartire dopo aver caricato pochi studenti e molti operai e lavoratori che prestavano la loro opera a Foggia. L’ora del ritorno a Manfredonia era incerta, come incerta era anche la durata dell’orario delle lezioni, per le stesse difficoltà di raggiungere la scuola da parte degli insegnanti provenienti dal circondario.

Infatti, normalmente, le lezioni terminavano intorno alle due del pomeriggio, ma molto spesso si usciva in anticipo per l’assenza dell’insegnante o per altri motivi contingenti, mentre dal piazzale della stazione ferroviaria l’autobus per Manfredonia partiva circa alle ore 14,30, aspettando e raccogliendo appunto quei pochi studenti e qualche operaio oppure i dipendenti pubblici come statali, ferrovieri, o dipendenti della Cartiera, che tornavano a Manfredonia.

I due giovani frequentavano la stessa classe, seduti nello stesso banco e differivano, oltre che per l’età, solo per quel che potevano portare nella borsa, le poche cibarie per il sostentamento nella lunga mattinata fuori di casa, laddove uno si poteva permettere un tozzo di pane nero, un frutto, o una mela cotogna, mentre l’altro portava belle fette di pane bianco contenenti una frittata d’uovo e formaggio.

Il più grande dei due, Gerardo, era figlio di un muratore, un piccolo imprenditore artigiano che cercava di sbarcare il lunario dedicandosi alle riparazioni e ricostruzioni, ma riusciva a lavorare solo poche giornate al mese Il secondo giovane, Nino, non ancora sedicenne e di un anno e mezzo più piccolo dell’altro, era invece figlio di un operaio dipendente del mulino e pastificio, che aveva quindi una paga sicura e continua e una ferma convinzione, come il muratore, di elevare il livello culturale dei propri figli e conseguire un titolo di studio superiore.
Quando si anticipava l’uscita dalla scuola, nell’intervallo prima della partenza, i due giovani approfittavano della libertà per passeggiare nella Villa Comunale o tra le rovine del centro storico di Foggia, e più volte, in questo loro peregrinare, rischiavano di perdere l’autobus arrivando in ritardo alla fermata, finché una volta lo persero davvero, col rischio di dover prendere quello della sera, arrivando a casa tardissimo, con chissà quanta preoccupazione per i genitori e famigliari.

Con l’incoscienza propria dell’età, decisero di correre al cavalcavia, o meglio, quel che restava del cavalcavia bombardato e crollato, per cercare di trovare un passaggio da parte di qualche automezzo in transito per Manfredonia. Era successo qualche altra volta che, non volendo aspettare l’ora dell’autobus, essendo usciti da scuola con molto anticipo, avessero avuto la fortuna di trovare un passaggio da un paesano con un camioncino o un furgone da trasporto.

Quel giorno, data l’ora del tardo pomeriggio, non c’erano molti automezzi civili in transito verso Manfredonia, se non i soliti mezzi militari delle truppe di occupazione che, tuttavia, i ragazzi già lo sapevano, non si fermavano per prendere civili.

Tutti gli automezzi, quando attraversavano quel tratto che copriva con le macerie i binari ferroviari, dovevano rallentare per forza, per superare quella specie di pista sconnessa, compattata dalle ruote dei mezzi che lo attraversavano. Dopo aver atteso invano per quasi un’ora, quando erano ormai senza speranze, videro arrivare un piccolo camioncino telato delle truppe americane, e nella cabina di guida c’erano due americani di colore che discutevano animatamente tra loro e neanche guardarono verso i due giovani fermi a margine.

Arrivato al centro della pista, il mezzo frenò di colpo e si spense il motore, ma subito dopo si sentì un ripetuto tentativo d’accensione, dopo il rumore del motore imballato e poi il grattare della marcia che cercava di innestarsi. I due ragazzi si erano guardati negli occhi e, senza parlare, erano corsi al camioncino e, sollevata la tenda, buttarono le cartelle nel cassone proprio nel momento in cui il mezzo ripartiva fragorosamente, tra lo stridio delle ruote e il rombo rabbioso del motore, facendo appena in tempo a saltare dentro anche loro, cercando di calmare il respiro ansante, per la breve corsa ma, soprattutto per l’atto di coraggio compiuto a cui, in breve, seguì la paura.

Il mezzo proseguì rumorosamente la sua corsa, con i due militari in cabina che continuavano a discutere, urlandosi animatamente addosso. La cabina di guida era divisa dal cassone da una bassa sponda metallica e dal telone incerato, calato e fissato in due punti agli estremi della stessa sponda: un colpo di vento in curva poteva sollevare e spostare il telone e svelare la presenza dei due clandestini.

Nel cassone c’erano due casse di legno con coperchio, una lunga avanti, a ridosso della cabina, di quelle che normalmente contenevano fucili o mitragliatrici, ma che non aveva le fascette sigillanti in metallo che segnalavano il contenuto di armi, dietro invece, c’era una cassa alta e quadrata, il cui coperchio non era ben fermo e aderente, e spesso, a ogni sobbalzo della strada, si alzava e poi sbatteva giù rumorosamente.

I due ragazzi si stesero bocconi sul fondo, cercando di nascondersi dietro la cassa lunga, ma poi Gerardo pensò bene di poggiare il suo braccio sul coperchio della cassa alta, per evitare che battesse, finché, vinto dalla curiosità, sollevò un poco quel coperchio e scoprì il contenuto: agli angoli, ritti in piedi, c’erano quattro fiaschi impagliati pieni di qualcosa che sembrava vino, al centro, un involto di carta oleata contenente qualcosa di morbido, forse un taglio di carne fresca, e sopra, quasi a tener fermo l’involucro, tre grosse scatole di latta, simili a quelle maneggiate dai militari americani e che contenevano la loro razione viveri, che loro chiamavano “soap” e gli italiani zuppa. La scatola al centro era quella che teneva semiaperto il coperchio.

I ragazzi conoscevano a memoria la strada e i paesaggi che la contornavano e, dalla fessura del telone in fondo, seguivano la marcia e sapevano sempre perfettamente dove fossero arrivati. Quando superarono il bivio con l’incrocio per San Giovanni Rotondo, tirarono un sospiro di sollievo, ora erano sicuri che, in un quarto d’ora, sarebbero arrivati al proprio paese.
Dopo quel bivio, iniziava la salita di Santa Lucia, con alcune curve ma, soprattutto, qui tutti gli automezzi erano costretti a rallentare per la salita e scalare alle marce inferiori, fino alla sommità, alla fine della salita, quando si riprendeva a marciare prima in piano e poi in discesa, con altre curve, fino a casa.

L’autista americano del camioncino tirò a manetta la marcia in salita fino a quando il motore cominciò a perdere colpi e reclamava la marcia inferiore; dopo qualche esitazione, la marcia s’innestò, sempre rumorosamente, ma anche con questa il motore scendeva di giri e soffriva. Il passeggero continuava a gridare e inveire e l’autista gli rispondeva sempre rabbioso. I ragazzi si spaventarono, capirono che il rallentamento imprevisto del mezzo era dovuto al carico clandestino, si guardarono negli occhi e, in contemporanea, misero mano alle cartelle e, approfittando della velocità ridotta, sollevarono di colpo la tela e le buttarono giù per strada e poi saltarono loro, appena in tempo, perché l’autista aveva sollevato il telone e si era voltato a guardare nel cassone.

L’automezzo si fermò di colpo poco più avanti e saltò giù il passeggero che si diresse verso i due ragazzi in strada, col pugno alzato, imprecando ad alta voce. Gerardo, il più grande, tirò per il braccio il compagno e presero a correre per la campagna, a destra della strada, verso le cave di tufo abbandonate, correndo a perdifiato, mentre il militare americano continuava a rincorrerli, sempre gridando. L’altro militare non si vedeva, evidentemente, era rimasto a guardia dell’automezzo e del suo contenuto, allora Gerardo, forse sperando che l’inseguitore desistesse, gridò: “Dividiamoci!”.

Nino andò a sinistra, in salita sull’erta, Gerardo voltò a destra, verso le cave abbandonate, inseguito dal nero militare americano. Il ragazzo saltava tra le pietre mentre i rovi gli fustigavano le gambe sporgenti dal pantalone corto, vide una stradina sterrata appena accennata e vi si diresse ma, dopo poco, in discesa, si trovò davanti ad una specie di barriera formata da pietre di varia grandezza. Senza pensarci saltò la pietra più piccola ma, proseguendo nella corsa, si trovò nel fondo della cava di tufo, ai piedi di un’alta parete liscia e senza appigli, e nessun’altra via d’uscita se non quella stradina sbarrata che anche l’inseguitore aveva saltato.

Restarono un attimo fermi, a riprendere fiato, mentre si guardavano intorno, il ragazzo disperato come un topo in trappola, l’uomo nero raggiante e vittorioso, mostrando una fila di denti bianchissimi che risaltavano ancor più sul viso scuro e lucido di sudore. “Yea! Wher’you go, now? You’re big bud mother’s fucked! You italian thief! Come here!” gli gridò l’americano.

Gerardo gli gridò a sua volta: “I no thief, I’m student!” e gli buttò contro la sua cartella di tela grezza contenente i libri di scuola che uscirono dal contenitore e caddero nella terra sollevando la polvere intorno. Ma l’altro ormai era deciso e si piegò sulle ginocchia, nella posa tipica del giocatore di rugby pronto a scattare. Entrambi fecero delle finte a scartare, a destra o a sinistra, e il ragazzo notò, semi coperto dalla terra, il manico di una vanga. Lo afferrò con le due mani e brandì l’arnese a minaccia verso l’uomo, era pesante e consistente, con il cucchiaio della vanga rotto e mancante della metà laterale.

Il militare rise ancora e continuava a parlare, poi di scatto, da una distanza di circa tre metri, si slanciò contro il ragazzo urlando: la pala calò involontariamente, pesante e precisa, e lo colpì. Quando il ragazzo riaprì gli occhi, vide l’uomo inginocchiato che si teneva con la mano la ferita vicino all’orecchio sinistro, mentre il sangue sgorgava violentemente, schizzando tutt’intorno. Tentò di alzare di nuovo la vanga, ma l’uomo piombò pesantemente, a faccia in giù, nella terra, sollevando un nugolo di polvere.

Era immobile a terra. Intorno alla testa si formò una macchia scura che si allargava. Dalla ferita, insieme al sangue, usciva una sostanza chiara. Il ragazzo guardava terrorizzato e buttò lontano da sé la vanga, sporca di sangue proprio sulla parte rotta e dal profilo irregolare, poi prese a tremare e piangere terrorizzato, finché sentì, dall’alto, la voce del suo amico che lo chiamava e gli diceva: “Aspetta, che arriviamo!”.

Nino, appesantito dalla cartella a tracolla, aveva corso verso la sommità di quell’altura che si era trovato davanti, ma aveva fatto appena in tempo a fermarsi sul ciglio di un burrone coperto dalla vegetazione, sull’orlo di una parete a picco di una cava di tufo. Cadde bocconi, ma sentì le voci dell’americano e poi del suo amico che venivano da sotto quella parete. Strisciando piano si era sporto leggermente e aveva assistito all’ultimo atto di quella avventura: al colpo di pala si era morso le mani per non gridare, ma sentì distintamente di fianco a sé, distante un paio di metri a sinistra, la voce di un uomo che gridando piano, in dialetto, aveva invocato: Madonna di Siponto!
Si alzarono insieme, Nino e un uomo tutto bianco di polvere, un cavamonti, che lavorava alla cava di pietre dall’altra parte del monte, e presero a scendere il declivio di quella cava. Dall’altra parte della cava giunse un richiamo, erano altri due cavamonti che chiedevano al collega dove stesse andando. Il primo fece segno di non gridare e di guardare giù nel fondo cava, dove stava Gerardo col corpo dell’americano morto.

Quando scesero e si ritrovarono giù, gli uomini, ai quali Nino aveva raccontato in breve tutta la storia, si accertarono che l’americano fosse sicuramente deceduto, poi presero a calmare il povero Gerardo ancora scioccato. Dopo un breve conciliabolo, mentre Nino raccoglieva i libri dell’amico e li riponeva nella borsa, dopo averne scrollato la terra e la polvere, gli uomini tirarono il cadavere per le gambe e lo portarono sotto un grande masso, poi, con la vanga rotta, lo ricoprirono di terra e pietre, non completamente ma in modo che non fosse facilmente visibile, dalla sommità della cava, ai raccoglitori di erbe selvatiche o di lumache. Sempre con la vanga rotta, coprirono con terra e pietre le tracce di sangue e poi la gettarono lontano, verso il fondo della cava.

Mentre risalivano verso la barriera di pietre sulla stradina, udirono distintamente il rumore di un motore che si avviava, la marcia che ingranava sempre rumorosamente e capirono che il camioncino americano ripartiva senza attendere il passeggero.

I due ragazzi furono accolti nella cava di pietre, fu offerto loro da bere, poi lavarono il viso di Gerardo da alcune macchioline di sangue, anche sugli abiti. Tutti gli uomini affermarono che avrebbero dimenticato quanto accaduto ed esortarono i due ragazzi di farlo anche loro, raccomandando di non raccontare a nessuno, ma proprio a nessuno, della loro avventura, perché avrebbero altrimenti coinvolto anche gli operai della cava di pietra che li avevano aiutati.

Quando terminarono di caricare l’ultima motrice di pietre, fecero salire Gerardo nella cabina del camion, mentre Nino montò dietro ad una motocicletta, poi presero tutti, chi in moto e chi in bicicletta, la strada statale e tornarono a casa propria quando ormai era quasi sera.

FOTOGALLERY IN ALLEGATO AL TESTO

(A cura di Michele Brunetti, Manfredonia 30.09.2017)

“Santalucia” ultima modifica: 2017-09-30T07:45:00+00:00 da Redazione



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