CulturaManfredonia
A cura di Cosimo Sipontino Del Nobile

Manfredonia, Elsio – Quel giorno: quella partita (I^)

Appuntamento a sabato prossimo per la seconda pubblicazione

Di:

Manfredonia. Cosimo Sipontino Del Nobile, attuale scultore del legno, introduce il racconto “Ӗlsio“.

Di seguito la prima parte del racconto. Appuntamento a sabato prossimo per la seconda pubblicazione.

ӖLSIO

Quel giorno: quella partita

Era un appuntamento fisso e piacevole la messa la domenica: non mancavo mai. Mi dava la sensazione, il viverlo, di una carezza, fatta ad un bambino piangente per acquietarlo. Ed era per quello che mi dava la domenica, che il sabato sera diventava una serata magica. Essa metteva la mia esistenza in armonia con la vita: colmava il vuoto che c’era intorno a me e creava una felice atmosfera nella giovane donna che ero ancora. Questo mi dava modo di non pensare alla mia disgrazia, facendomi scrollare di dosso anche una settimana di lavoro duro e di solitudine causata dalle angosce del silenzio. La chiesa, a volte, mi dava conforto. Il suo silenzio, la soave atmosfera; l’incredibile bellezza nel credere dava rassegnazione a quella crudeltà che la vita mi regalò giovanissima. E quella rassegnazione mi dava una tale forza che non sapevo di avere. La sera del sabato tornavo dal lavoro prima. Crollavo dalla stanchezza, ma mi davo forza. Riposavo un po’; poi, mi davo una rinfrescata mentre Ӗlsio studiava, indisturbato. Preparavo l’abito mio e quello di Ӗlsio, da indossare a messa. Li stiravo per bene, con il ferro a carbone che mi fu dato in dote. Li mettevo appesi nel grande armadio pronti ad essere indossati. Poi pulivo le scarpe e le posavo su uno sgabello e le mettevo fuori al porticato, per far sì che la mattina non si sentisse l’odore del grasso. Cenavamo e subito Ӗlsio andava a dormire. Sparecchiavo e davo una pulita alla cucina e dopo anch’io andavo a dormire, però prima di mettermi a letto avevo un rito da svolgere. Dal primo tiretto del comò tiravo fuori il cofanetto in legno fatto da mio marito. Lo portavo sul letto e con la delicatezza con cui si tratta una cosa preziosa, lo aprivo e tiravo fuori lo spillone per tenere fermo il fazzoletto sui capelli. Poi il cofanetto lo posavo sul comò, tenendolo aperto e sistemavo il fazzoletto su di esso; molto allargato. Lo spillone lo sistemavo bene in vista sul fazzoletto, così quando mi mettevo a letto lo guardavo e mi addormentavo con il ricordo di mio marito.

Lo spillone arrivò a me dalla mia bisnonna ed esso servì a farmi incontrare con mio marito. Uscivo dalla chiesa, ero con mia madre, e nel togliermi lo spillone mi procurai un taglio ad un dito abbastanza profondo, con la punta. Visto che il sangue non smetteva di uscire, mamma mi portò in farmacia che era lì vicino. Aspettammo un po’ perché il dottore era occupato, stava medicando un giovane contadino che si era ferito con la zappa. Mi dispiaceva, vedevo che soffriva molto. Andò via zoppicando, mi passò vicino e guardandomi mi sorrise e io sorrisi a lui. Diventò mio marito dopo tre mesi da quel giorno.

La mattina della domenica mi alzavo prima del solito; lasciavo dormire ancora un po’ mio figlio. Intanto cucinavo il ragù, così non avevo l’assillo di tornare prima dalla chiesa. Finito il ragù svegliavo Ӗlsio e insieme andavamo nella stalla ad accudire gli animali. Dopodiché facevamo colazione; ci vestivamo e si andava a prendere la corriera. Per paura di perderla si arrivava sempre prima ed Ӗlsio borbottava perché me lo tiravo dietro. Però poi mi guardava benevolmente, comprendendo il mio stato d’animo. Tenerlo con me in quella tranquillità che mi dava la chiesa mi consentiva di regalargli qualche sorriso in più che non a casa. Lì non avevo tanto tempo per stargli vicino, tanti erano i pensieri che mi riempivano la mente: il lavoro che dovevo portare avanti da sola; la solitudine; reagire ai momenti di sconforto; la giovinezza che maledicevo di avere ancora e che, per colpa di un grave lutto, mi era stata tolta la bellezza e la spensieratezza di vivere. Tutto questo, spesso, mi allontanava da mio figlio. Tempo fa Ӗlsio lo lasciavo a casa, lo lasciavo perché c’era il padre: ora ci sono solo le foto a ricordarlo, quelle danno solo gioia del passato e dolore dell’oggi. Ora non so se la gioia di ieri può ricompensare il dolore di oggi: ma penso che i ricordi belli servono ad asciugare le lacrime del dolore e a parlare al silenzio.

“Quella domenica compiva sedici anni il mio Ӗlsio (…)

Quella domenica compiva sedici anni il mio Ӗlsio e camminandomi accanto, appena scesi dalla corriera, non volle darmi più a mano. Fu garbato nel negarmela; si mise le mani dietro la schiena e io capii che era giusto così e non insistetti: con una leggera manata sulla spalla feci capire che ero d’accordo. Quel gesto era consueto tra noi per l’assenso. Ormai era un omino e questo mi riempiva di gioia. Camminava dritto e impettito il mio Ӗlsio e le ragazzine lo guardavano, si sorridevano tra loro quando passava. Lui mi guardava e capendo il mio lieve accenno alle ragazzine, deviava leggermente la traiettoria del mio camminare, toccandomi la spalla con una mano. Era bello e alto il mio ragazzo e io vivevo godendomi la sua adolescenza, la sua felicità. La mia speranza era che diventasse più vecchio, ma molto più vecchio di suo padre e che si godesse tutto della vita. Vedevo molti uomini in strada, camminavano svelti e a gruppi; pensai che ci dovesse essere qualche fiera di animali dietro la chiesa: tutti erano diretti lì. Mi affrettai ad andare in chiesa senza dare più importanza alla cosa.

Presi sottobraccio la mia amica carissima che mi aspettava, come sempre, all’inizio della scalinata. Mentre stavo entrando in chiesa, mi sentii prendere il braccio da Ӗlsio: mi girai e lo vidi sorridermi e senza darmi il tempo di chiedergli cosa volesse, mi disse: «Ti prego mamma, fammi un regalo oggi; il tempo che dura la messa, lasciami libero di poter assistere alla partita di pallone che si gioca dietro la chiesa!». Certo, la richiesta era strana per me e rimasi stupita, anche perché non sapevo cosa fosse “il pallone”. Doveva essere qualche gioco per i giovani. Ma tant’è, pensai che ormai era abbastanza grande e poteva benissimo gestirsi la dovuta libertà con responsabilità. Comunque era l’unica cosa che potessi regalargli per i suoi sedici anni. Prima che io gli rispondessi, la mia amica mi strinse il braccio facendomi capire che era giusto mandarlo da solo; se doveva succedere qualcosa sarebbe successo comunque, con o senza di me; perciò meglio accettarlo subito questo stato di cose. Importante era che l’avessi vicino e sapevo che comunque non mi avrebbe fatto stare in pena. Accarezzai il suo viso pieno di gioia e gli dissi di andare: non la smetteva più di salutarmi e ringraziarmi. Senza voltarmi entrai in chiesa, non volevo far capire la mia inconscia paura. Con la mia amica ci sedemmo, come al solito, all’ultimo banco. Il pensiero di Ӗlsio non mi faceva ascoltare la messa con tutta me stessa. E mentre il prete andava avanti con la messa io ricordai che Ӗlsio mi aveva parlato di quel gioco.

Quando andava a scuola passava dal campo di gioco e quando i giocatori si allenavano, lui si fermava un po’ e dava una sbirciatina: questo me lo raccontava lui al rientro da scuola. Lo ascoltavo, mostrando interesse perché si entusiasmava nel raccontarmelo; ma poi dimenticai l’esistenza di quel gioco. Ecco perché rimasi stupita quando mi chiese il permesso per vedere la partita: si era stufato di assistere solo agli allenamenti, quella domenica voleva vedere una partita vera. Presa dall’ansia, appena finita la messa, tirai con il braccio la mia amica, quasi la facevo cadere inciampando nel banco e ci precipitammo fuori dalla chiesa. Il mio sguardo girò per tutta la piazza ma non vidi Ӗlsio che mi aspettava; questa volta non mi feci prendere dal panico e con passo lento mi recai con la mia amica dietro la chiesa: non sapevo che la partita durasse più della messa. Ci avviammo al campo da gioco; c’erano solo uomini ad assistere; gridavano e incitavano tutti i giovanotti che correvano e davano dei calci ad un pallone grosso di cuoio. Cominciai ad arrossire, poi non mi curai più degli sguardi degli spettatori, forte anche dell’appoggio della mia amica, mi feci spazio e cominciai a guardare tutto intorno al campo. Non lo vedevo, ma lei sì che lo vide; era meno ansiosa di me, mi diede uno scossone e mi strattonò, indicandomi Ӗlsio: «Eccolo!!». Gridò, gridò forte, tanto che fece girare anche qualche giocatore che passava di là correndo dietro al pallone, oltre gli spettatori. Poi si diede un contegno e me lo indicò: stava dietro a una grande rete. Era sostenuta da due aste quadrate di legno alte due metri ed una di sette metri poggiata di sopra; tutte e tre le aste erano dello spessore di dieci centimetri.

Le misure della porta me le disse Ӗlsio nella corriera al ritorno

Le misure della porta me le disse Ӗlsio nella corriera al ritorno. Insieme formavano la grande porta. La rete era tirata indietro e alzata da aste di ferro ben piantate nel terreno e bloccate da grandi sassi tutto intorno ad esse: così la rete, ben tesa, sembrava proprio quella usata per catturare gli uccelli, lì nella pianura nel mese di gennaio; nel tempo della trasmigrazione.

(I^ – continua)

A cura di Cosimo Sipontino Del Nobile

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