ERANO 100 mila a Genova. Uno tsunami di democrazia in un sabato di legalità. Giovani, adulti, anziani, vecchi, donne, scout, neonati, giornalisti, fotografi, carrozzine, meridionali, settentrionali e fuori sede, avvocati, disoccupati, mamme, padri, figli. Genova la copertina, il popolo di Libera un campionario d’impegno, di richieste di giustizia. Tanti striscioni ed altrettanti slogan, mani che anche con le parole sfidano la mafia; e poi i vessilli istituzionali, i gonfaloni, gli amministratori aderenti ad Avviso Pubblico, la rete che fonde, secondo i valori della legalità, gli Enti di tutta Italia.
Le assenze. Erano 100 mila le persone in corteo fra le strade della Liguria, si diceva: così tante che è stato un gioco da ragazzi, già a caldo, registrare le assenze. Senza cadere nella sindrome del primo della classe, quello che segna alla lavagna i nomi dei buoni e quelli dei cattivi, è evidente lo scollamento valoriale fra amministrati ed amministratori pugliesi. I primi, parte attiva di un corteo svoltosi, nel migliore dei casi, ad 800 km da casa; i secondi, vacui contenitori di parole da esibire a progetto, finalizzate a suscitare l’entusiasmo del momento. La prova provata di come ‘giustizia’, ‘legalità’, ‘impegno’, ‘corresponsabilità’ siano jingle elettorali da modellare a seconda delle platee, patacche di cartone appuntate su divise che sono abiti carnescialeschi, ritornelli di canzonette sciatte e distratte da fischiettare ai tavoli dei convegni o incontri