QUANDO si trenta di fare un excursus storico e si analizza, seppur sommariamente, eventi, mutamenti, condizioni e azioni, non si può non fare riferimento ad un elemento fondamentale per le buone prassi: “il tempo” o forse, meglio, “la tempistica”. Infatti non serve a nulla dare a qualcuno qualcosa nel momento in cui non ne ha bisogno o non ne ha più bisogno.
In politica e nella vita amministrativa quotidiana, a tutti i livelli, la cattiva pratica legata ai tempi lunghissimi di realizzazione di opere, idee, progetti e programmazioni è un elemento di fortissima ambiguità, al punto che, spesso, si scopre che quei ritardi non sempre e non solo sono dovuti al rispetto di un percorso burocratico farraginoso ma anche e forse soprattutto, ad una precisa strategia oppure, nel peggiore dei casi, all’inadeguatezza di coloro che vengono designati, spessissimo senza averne competenze e merito, pur avendone, forse, titolo, ai posti strategici. La mano dei politici, in questi casi, è quasi sempre presente e “l’allungamento” dei tempi fa parte di un vecchissimo modo di fare politica che sopravvive alla necessità di modernizzazione e di eliminazione delle barriere culturali e pregiudiziali. Questo accade, in fondo, proprio perché la politica è chiusa di fronte all’idea di un profondo cambiamento, creando condizioni tali che addirittura le forze positive e realmente nuove si allontanino da essa perché di essa, proprio i vecchi sempreverdi, continuano a crearne un’immagine vomitevole.
Poiché queste situazioni richiederebbero un po’ di tempo per essere approfondite, a cominciare dall’interessante analisi di quanto i cosiddetti “giovani” della politica, quasi nella loro totalità, si facciano intrappolare dal “sistema”, ci occuperemo, invece di un problema che, di tanto in tanto torna in auge, quando qualcuno si ricorda di fare una passeggiata nel mercato che non sia in campagna (..)