Terraferma
ERAVAMO già in crisi. Affastellati. Quelli che i rapporti di forza economici globali sospingono stremati sulle nostre coste; quelli sui pullman con rotte ultra rodate, dall’est, entro i nostri confini, e noi. L’integrazione negoziata tra le parti un miraggio, considerati anche il linguaggio se non le chiare invettive xenofobe di certe parti politiche che praticano un consenso irresponsabile. Ora, è ancora più difficile. Ora che il vento dell’incertezza spira forte (e già prima non scherzava), ora che l’umore collettivo è sfumato tra la preoccupazione, l’ansia di un domani di nebbia stabile, che chissà mai quando tornerà a riscaldarci il sole di tutte le certezze quotidiane svanite nella precarietà perenne. Navighiamo a vista, e anche i consolidati rapporti di subalternità culturale (che dalle rotte economiche direttamente provengono) si sfaldano inequivocabilmente.
Pochi giorni fa entro in uno dei tanti negozi cinesi della mia città, per la prima volta, e non ne esco indenne. Locali enormi, si vende di tutto e a basso costo, pieno di donne a farci provviste, gli affari vanno bene mi sembra: c’è bisogno di risparmiare. Sorriso perenne stampato dei proprietari, lanterne rosse ai lati delle insegne e ragazzo cinese all’interno con orecchino e capello stirato col ciuffo, uguale a tanti suoi coetanei trendy di queste parti. Lui stesso un ibrido, penso, mentre ci parlo; lui e noi simili nell’estetica (ancora) dominante occidentale. Poi lui chiama un inserviente, è Maria (nome fittizio). Maria è della mia città. I nostri sguardi si parlano velocemente, potenza dei neuroni specchio per cui le parole sono solo accessorie; lei mi conferma poi che sì, i






