“NON ha vinto un partito, bensì una domanda di rinnovamento. Doria è il risultato della sobrietà, del rigore intellettuale, della capacità di ascolto, della civiltà del dialogo, dell’investigazione sociale”. Parola di Nichi tratta dal Vangelo delle primarie di Genova. Ma a rendere grazie a Nichi non sono poi proprio tutti, nel day after della sbronza ligure. Per esempio l’attuale sindaco di Genova ora in cammino per diventare ex, la piddina Marta Vincenzi (quella delle lacrime di fronte alla città inondata), se la prende con il suo partito e si innalza a martire: “Sono come Ippazia”. Partito in cui iniziano ad accendersi le prime pire sacrificali. Il segretario provinciale Victor Rasetto e quello regionale Lorenzo Basso sono finiti al rogo non senza aver prima vestito il saio di novelli Giordano Bruno, e affidato alla stampa il loro Candelaio predicante la fine della presa politica del Pd: “Inutile far finta di niente”.
Nell’onda di perseguitati e persecutori, di vincitori e di sconfitti, di sarcasmo e vecchie battute, il flusso ha finito col lambire anche le spiagge daune. Le primarie al pesto non hanno prodotto note ufficiali dei partiti. In compenso, il web è un pullulare di prese di posizione, fra post d’entusiasmo, stati di profili riflessivi, note di scoramento ed altre di giubilo. Vendoliani da un lato e piddini dall’altro, provano a leggere, con esiti diversi, fra le righe dell’esperienza genovese i prodromi di una possibile espansione del fenomeno, spesso non ricordando che l’esperienza originale è incominciata, nel 2005, proprio a partire dalla Puglia. In realtà, Foggia non è Genova. E non è Napoli, non è Cagliari, non è Milano. Foggia è semplicemente Foggia e difficilmente – molto difficilmente – sarebbe possibile innestare un cambio di rotta