È difficile raccontare una serata come quella del 29 agosto senza partire dalla piazza. Perché prima ancora della musica, dei protagonisti e delle parole, c’era la gente. Tanta gente. Quella che ha raggiunto Piazza dei Martiri già nelle prime ore della sera e che, col passare del tempo, ha riempito ogni spazio davanti al Palazzo di Città.
Poi sono arrivati i canti, i ricordi, le emozioni e il ritmo. E quella che doveva essere semplicemente una serata tra amici è diventata, quasi naturalmente, una festa di tutta la città.
La sera del 29 agosto, in Piazza dei Martiri, è accaduto qualcosa che va oltre il semplice spettacolo musicale.
È accaduto che una città si è riconosciuta. Si è riconosciuta nelle proprie canzoni, nei propri figli, nelle proprie radici, nei ricordi che il tempo non riesce a cancellare e, soprattutto, negli occhi di quei bambini e di quei giovani che oggi raccolgono una storia cominciata molto prima di loro e promettono di portarla ancora più lontano.
“Serata tra amici” è stata una serata all’apparenza costruita quasi all’impronta, con una scaletta capace di assecondare l’umore della piazza e il sentimento di chi, sin dalle prime ore della sera, aveva cominciato ad affollare lo spazio davanti al Palazzo di Città.
Ma forse proprio quella libertà, quella naturalezza, quella capacità di lasciarsi guidare dalle emozioni hanno rappresentato la sua forza più autentica.
Sul palco L’Eco del Gargano, insieme a I Gargarensi, ha rimesso in moto una macchina del tempo fatta di suoni, parole, balli e memoria.
E San Giovanni Rotondo ha risposto.
Ha risposto con gli applausi, con il canto, con le mani alzate, con i piedi che hanno cominciato a seguire il ritmo. Ha risposto con quella partecipazione che non si costruisce a tavolino e che nessuna scenografia può regalare.
È la partecipazione di un popolo quando sente parlare la propria lingua più profonda.
Un viaggio nel tempo, senza nostalgia
L’Eco del Gargano non è semplicemente un gruppo folkloristico.
È, da decenni, uno degli strumenti attraverso cui San Giovanni Rotondo ha raccontato sé stessa al mondo. La sua attività è stata legata alla ricerca, alla conservazione e alla divulgazione delle tradizioni popolari, portando canti, musiche, danze e cultura garganica ben oltre i confini della città e dell’Italia. Fonti storiche ricordano una lunga stagione di tournée internazionali e un’intensa attività di promozione della cultura popolare locale.
Una storia che ha trovato in Benito Ripoli una delle sue figure più riconoscibili e determinanti.
Ripoli ha contribuito per decenni a costruire quel grande mosaico nel quale il folklore non è mai stato soltanto rievocazione del passato, ma racconto identitario, occasione di incontro, strumento per far conoscere San Giovanni Rotondo e il Gargano.
Lo aveva già raccontato l’Eco, anni fa, celebrando i suoi quarant’anni di vita: una storia fatta di canti, tarantelle, memoria e di un viaggio culturale che aveva portato la tradizione sangiovannese in tantissimi luoghi del mondo. Ed è proprio questo il senso più profondo di una serata come quella del 29 agosto.
Non guardare indietro. Guardare indietro per poter andare avanti.
Il ricordo di Pasquale De Bonis: quando la memoria diventa presenza
Poi è arrivato il momento che forse tutti aspettavano e che, proprio perché custodito con discrezione fino alla serata, ha avuto ancora più forza.
Il ricordo di Pasquale De Bonis.
La premiazione in sua memoria ha trasformato il palco in un luogo diverso. Per qualche minuto la musica ha lasciato spazio alla memoria e una piazza intera si è fatta silenzio.
L’intera Giunta comunale, con il sindaco Floriana Natale, si è fatta interprete di un sentimento che appartiene non soltanto a una famiglia, ma a una comunità.
E la presenza della famiglia di Pasquale ha dato a quel momento una verità che nessuna parola avrebbe potuto costruire. Ci sono ricordi che non hanno bisogno di essere spiegati. Basta guardarli negli occhi.
E in quegli occhi, tra la commozione e le lacrime, è sembrato di leggere qualcosa di ancora più grande del dolore: l’orgoglio di essere cittadini di San Giovanni Rotondo.
Un orgoglio semplice, antico, quasi istintivo.
Quello di chi sa che una persona può non esserci più fisicamente e tuttavia continuare a vivere nelle cose che ha amato, nelle persone che ha incontrato, nelle tradizioni che ha contribuito a custodire. La nuova amministrazione cittadina, guidata da Floriana Natale, è in carica dal giugno 2026. Ma quella sera non c’erano soltanto istituzioni. C’era una città.
Matteo e la storia raccontata con il cuore
A cucire insieme passato e presente ci ha pensato Matteo, con un monologo intenso, pregnante, capace di ripercorrere la storia dell’Eco attraverso aneddoti, parafrasi, episodi vissuti e frammenti di una memoria che appartiene a più generazioni.
Non una semplice introduzione musicale. Piuttosto, una porta aperta su un mondo.
Quello di uomini e donne che hanno dedicato tempo, passione, sacrifici e talento alla conservazione di una cultura popolare che, senza di loro, avrebbe rischiato di perdere pezzi lungo la strada.
E quando le parole hanno lasciato spazio alla musica, il racconto è diventato ancora più potente.
Perché certe storie, alla fine, non si possono raccontare.
Si devono cantare.
E poi la musica ha fatto il resto
Sono arrivate le canzoni popolari. Sono arrivati i ritmi. Sono arrivati i sorrisi.
E una piazza già piena ha cominciato a muoversi come un unico corpo.
Poi la voce di Dario Sebastiani, tenore dall’animo gentile e professionista di straordinaria qualità, ha aggiunto un’altra tessera a quel mosaico già ricchissimo.
La sua voce ha attraversato la piazza e, quasi per magia, ha fatto dimenticare per qualche momento anche la fatica di un’estate torrida.
E allora sono state le mani a parlare. Migliaia di mani. Mani che applaudivano, mani che seguivano il ritmo, mani che sembravano voler sfidare perfino la gravità pur di tenere il battito della serata sempre più in alto. Fino a quando le forze sono sembrate esaurirsi. Ma non l’emozione.
Prima degli artisti, vengono i bambini
E tuttavia, sopra ogni nome, sopra ogni voce, sopra ogni esperienza, c’è stato un elemento che merita una sottolineatura particolare.
I bambini. E con loro i giovani. Sono loro, forse, la vera fotografia della serata.
Perché vedere i più piccoli entrare nella storia dell’Eco del Gargano significa capire che quella storia non è finita. Significa capire che le tradizioni non sono reperti da custodire sotto una campana di vetro. Sono materia viva. Sono capaci di cambiare, di rinnovarsi, di parlare a chi viene dopo. Sono capaci di far brillare gli occhi.
E quella sera, negli occhi dei bambini e dei ragazzi, c’erano lacrime diverse. Non quelle della nostalgia. Quelle della gioia. La gioia di appartenere. La gioia di sapere che una canzone imparata dai nonni può diventare, domani, la canzone dei propri figli. La gioia di sentirsi parte di una storia più grande.
Benito Ripoli e quel puzzle costruito nel tempo
Se quella sera è riuscita a diventare qualcosa di speciale, gran parte del merito va riconosciuta a chi, nel corso degli anni, ha continuato a mettere insieme i pezzi di un puzzle apparentemente infinito. Benito Ripoli è una di quelle figure. Una presenza che nel tempo ha contribuito a dare struttura, continuità e respiro alla cultura folkloristica sangiovannese.
Non è un caso che già in passato, parlando dell’Eco e dei Gargarensi, fosse stato sottolineato il valore di quella continuità generazionale e della capacità di unire i diversi interpreti della musica popolare locale.
Quel puzzle, il 29 agosto, sembrava finalmente completo. E quando tutti i tasselli sono andati al loro posto, la piazza si è accesa. Non soltanto di luci. Di appartenenza.
Una notte del Sud
Forse è questo il segreto di serate come questa. Non la perfezione della scaletta. Non l’assenza di qualche sbavatura. Non la ricerca esasperata dello spettacolo. Ma l’autenticità.
Quella che nasce quando una comunità si ritrova insieme e per qualche ora smette di essere semplicemente una folla. Diventa una famiglia. Una famiglia grande, rumorosa, colorata, capace di commuoversi e di ballare nello stesso momento.
Il caldo opprimente di fine agosto, per una volta, ha dovuto arrendersi.
Ha rallentato la sua arroganza. Ha lasciato spazio alla notte. E nella notte, Piazza dei Martiri ha raccontato un Sud che non vuole essere soltanto ricordato.
Vuole continuare a vivere.
Un Sud fatto di voci, mani, fisarmoniche, tamburelli, balli, racconti, nonni, genitori, bambini. Un Sud che sa ancora commuoversi per un nome. Che sa ancora applaudire una storia. Che sa ancora riconoscersi in una canzone.
Il futuro ha già cominciato a ballare
E allora forse sarebbe sbagliato definire quella del 29 agosto semplicemente una bella serata.
È stata qualcosa di più. È stata una dichiarazione d’amore. A San Giovanni Rotondo. Al Gargano. Alla memoria. Alle persone che hanno costruito questa storia. A chi non c’è più e continua a esserci. A chi c’è oggi e tiene accesa la fiaccola. E soprattutto a chi verrà domani.
Perché il futuro dell’Eco del Gargano non è scritto soltanto nei libri, negli archivi o nei ricordi di chi ha vissuto le grandi stagioni del gruppo. Il futuro era lì, davanti al palco. Aveva gli occhi dei bambini. Aveva il sorriso dei giovani. Aveva la curiosità di chi ascolta per la prima volta una storia antica. Aveva la voglia di ballare.
E finché ci sarà qualcuno disposto a cantare quella storia, quella storia non finirà.
Forse la serata del 29 agosto non potrà ripetersi nello stesso modo.
Non potrà ripetersi con quelle stesse emozioni, con quella stessa commozione, con quella stessa partecipazione. Perché certe notti sono uniche proprio perché accadono una volta sola. Ma possono lasciare un’eredità. E quella lasciata da “Serata tra amici” è bellissima: continuare a essere orgogliosamente genti del Sud.
Con le radici ben piantate nella terra. Con lo sguardo rivolto al mondo. Con la memoria nel cuore. E con il futuro già pronto a ballare.
L’Eco continua.
E finché ci saranno bambini pronti a raccoglierne il canto, finché ci saranno giovani capaci di trasformare la tradizione in futuro, finché ci sarà una piazza pronta a battere le mani, San Giovanni Rotondo continuerà ad avere una voce.
La sua voce. Quella del Gargano. Quella di un popolo che, ancora una volta, ha saputo ricordare da dove viene senza smettere di chiedersi dove vuole andare.
E forse è proprio questo il più bello degli auguri possibili: che questa storia non abbia mai un’ultima canzone.
E gli auguri a chi nel tempo ha mostrato le sue doti di Padre del Folklore non sono mancati. La serata non sarebbe stata mai paga se non dinanzi ad Andrea Marchesani che ha festeggiato i suoi 80 anni. Evviva il folklore!
A cura di Maurizio Varriano.



