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SAN FRANCESCO ASSISI Festa di San Francesco Assisi, rileggere il Cantico delle Creature oggi

Un quinto insegnamento che il Cantico ci offre riguarda la dimensione comunitaria e comunionale, con un forte richiamo a tre forme di fraternità ad essa connesse

AUTORE:
Redazione
PUBBLICATO IL:
2 Ottobre 2026
Attualità // Manfredonia //

(Terza parte)

Dopo la donatività, la recettività, la gratuità e la gratitudine, e dopo la creaturalità, un quinto insegnamento che il Cantico ci offre riguarda la dimensione comunitaria e comunionale, con un forte richiamo a tre forme di fraternità ad essa connesse: la fraternità cosmico-ecologica, sociale e intergenerazionale.

Da sempre, anche la filosofia dice che tutto è in relazione. Noi stessi siamo relazione. Non solo siamo “in” relazione, ma siamo relazione. La relazione è il modo di essere di ogni essere, sia del nostro che delle altre creature. Senza queste giuste relazioni (i greci la chiamavano isonomia e simmetria) non ci sarebbe equilibrio. I biologi lo chiamano “ecosistema”.

Prima dell’avvento del web e delle nostre attuali connessioni virtuali in rete, Francesco d’Assisi aveva intuito che, come ha scritto Papa Francesco nella sua enciclica “Laudato sì” del 2015, “Tutto è connesso” (LS n.117). Un concetto, questo, che aveva affermato anche il grande filosofo greco Eraclito di Efeso (circa 560-420 a.c.), quando, in un suo famoso frammento, ebbe a dire: “Non ascoltando me, ma il Logos, è giusto dire che tutto è uno” (DK, B 50).

Nella nostra attuale società, dominata dal narcisismo e dall’individualismo, il Cantico invita ogni uomo a uscire dal proprio ego, e ad aprirsi a ogni creatura. Propone di abbandonare il modello dell’antropocentrismo senza però scadere nel suo opposto che è il biocentrismo.

Nel Cantico Francesco intuisce che noi siamo in comunione con tutte le creature, stabilendo una prima fraternità che è la “fraternità cosmica”, che oggi chiameremmo “ecologica”. Ecco perché le creature egli le chiama “frate sole, sorella luna, sorella acqua, frate vento, frate focu…etc…).

Se siamo in relazione con tutte le creature, a maggior ragione siamo in relazione con i nostri simili, che egli chiamerà fratres: fratelli. Ecco qui la seconda fraternità: quella sociale, per cui i beni della natura non sono solo per noi, ma anche per gli altri, non solo per pochi, ma per tutti, nessuno escluso. Vanno condivisi e non accaparrati. Non sono da privatizzare, ma da dividere secondo i bisogni di ciascuno, secondo giustizia e equità.

E dove non arriva la giustizia, allora interviene la carità. Papa Benedetto XVI nella sua enciclica del 2009, “Caritas in veritate”, al n. 6 scriveva che “Giustizia è dare a ciascuno il suo, la carità e dare ciò che è mio”. Ma per Francesco nulla è mio.

In una società di disuguali – qual era quella medievale – Francesco non solo propone l’uguaglianza e il conseguente abbattimento di qualsiasi barriera sociale che teneva separate le classi e i ceti, ma anche il superamento di qualsiasi forma di gerarchia. Solo così si sarebbero superati conflitti e gli antagonismi sociali e perfino le guerre.

Addirittura, ispirato dal modello evangelico, proponeva di farsi “piccoli” rispetto agli altri, e di considerare gli altri superiori a se stessi, secondo l’invito di San Paolo (Fil 2,3). Per questo, voleva che i suoi frati si chiamassero minores, minimi, inferiori, ultimi.

All’epoca di Francesco, i minores erano i poveri, gli ultimi della società, i reietti e i lavoratori umili, quelli che oggi noi chiameremmo gli “invisibili” frutto della “cultura dello scarto”, come l’ha bollata papa Francesco. Scegliere questo nome significava identificarsi con i più deboli e i diseredati.

Questa scelta venne fatta dal poverello di Assisi a imitazione di Cristo, il quale, per puro amore, da ricco che era, si fece povero, si abbassò, anzi si annientò (kenosi), si spogliò della sua divinità per farsi uomo e servo di tutti, fino alla morte e alla morte di croce, come dice San Paolo nella Lettera ai Filippesi.

Egli voleva che gli stessi superiori fossero chiamati “ministri” (da minus), cioè “servitori” dei fratelli, esercitando l’autorità con cura e misericordia. Autorità come servizio e non come dominio o dispotismo.

Il Cantico, richiamando due principi, come quelli dell’uguaglianza e della triplice fraternità, ci invita ad essere una vera comunità, dove non ci sono posizioni di supremazia gerarchica, non vi è sfruttamento, ma cooperazione e solidarietà reciproca e ricerca del bene comune.

Questa scelta radicale e rivoluzionaria, per i tempi di allora, come anche per i nostri, significa rifiuto del potere e di ogni logica di dominio, competizione, ambizione, prestigio o possesso propria di chi è ancora prigioniero del proprio narcisismo ed egoismo, come anche delle cose del mondo.

Poi c’è la terza relazione: è quella che ci lega a coloro che verranno. E’ la fraternità intergenerazionale, che ci fa guardare anche alle generazioni future, alle quali dobbiamo lasciare un pianeta pulito e vivibile. La terra non appartiene solo a noi che viviamo oggi, ma anche a quelli che verranno domani, i quali hanno gli stessi diritti che abbiamo noi.

In definitiva, come ha sostenuto Papa Francesco, nella sua enciclica Laudato sì, il Cantico ci consegna un’idea molto attuale per i nostri tempi, caratterizzati da nuove guerre, secondo cui il creato è la casa comune nella quale, in quanto ospiti, siamo non nemici da combattere, ma fratelli con i quali vivere in pace.

Vivere le tre forme di pace: con noi, con gli altri e col creato.

(continua…)

A cura di Michele Illiceto.

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“Felicità non è fare sempre ciò che si vuole, ma volere sempre ciò che si fa.” – Valerio Albisetti

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