BARI – Un discorso più da “commiato di famiglia” che da cerimonia istituzionale. Nella sede della Regione Puglia, Michele Emiliano ha salutato oggi dipendenti, dirigenti, amministratori e rappresentanti delle istituzioni con parole intrise di gratitudine e consapevolezza. Un congedo che ha assunto i toni di una festa collettiva, lontana dalla retorica di fine mandato.
“Questa è una giornata bellissima – ha esordito –. Vorrei abbracciare e salutare uno per uno tutti, compresa l’opposizione, alla quale ho voluto lo stesso bene che ho voluto a tutti i pugliesi”. Un passaggio che dà la misura di un bilancio politico e umano che Emiliano ha rivendicato fin dall’inizio come profondamente radicato nella Costituzione e nello Statuto della Regione.
Al centro del suo discorso il valore del “dovere”, inteso non come obbligo formale ma come motore etico dell’azione pubblica: “Fare il proprio dovere è una sensazione meravigliosa, per un Paese come l’Italia e per una terra come la Puglia, che merita sempre di più”. La Puglia, nelle parole del presidente uscente, diventa quasi una persona: “una comunità viva, una persona fatta di milioni di persone” capace di restituire in energia e risultati “mille volte di più di quanto le si dà”.
Emiliano ha voluto spezzare una lancia a favore di quella parte, spesso silenziosa, della macchina pubblica che regge il peso quotidiano delle decisioni: dipendenti regionali, personale delle agenzie, funzionari del Consiglio, lavoratori dei Comuni, delle Asl, della Protezione civile, del mondo della scuola. “Io sono stato solo il primo dei maggiordomi – ha detto – ma loro sono quelli che ogni giorno hanno avuto a che fare con imprese, famiglie, lavoratori, cultura, trasporti, welfare e sanità”.
L’immagine scelta è quella di una grande orchestra istituzionale: competenze diverse, responsabilità condivise, sacrificio quotidiano. Un sistema che, secondo Emiliano, è riuscito in questi anni a “cambiare il destino delle persone” applicando uno dei principi cardine della Costituzione: rimuovere gli ostacoli che impediscono l’uguaglianza sostanziale.
Il presidente uscente ha allargato lo sguardo oltre i confini regionali, ricordando come l’Italia resti “un Paese privilegiato”, dove esistono scuole, sanità pubblica, assistenza, diritti e istituzioni che altrove sono tutt’altro che scontati. Tutto questo – ha sottolineato – esiste e funziona “grazie al lavoro di chi opera nelle istituzioni”. Un ringraziamento particolare è andato al mondo della scuola, considerato pilastro della consapevolezza civica: senza istruzione, ha osservato, non ci sarebbero né competenza né coscienza dei diritti e dei doveri.
Ampio spazio anche al tema della democrazia e dell’accoglienza: Emiliano ha invitato a immaginare un Paese “senza regole, senza organismi, senza quella democrazia che ci consente di accogliere chi fugge dalle guerre e di offrire opportunità”, citando l’esperienza dei ragazzi arrivati da Gaza e da altri territori di crisi.
Non è mancato il riferimento al passaggio di testimone: il presidente ha rivolto un augurio “speciale” al neo eletto Antonio Decaro, auspicando che possa vivere il nuovo incarico “con pienezza personale e politica”. Un messaggio che suona come consegna simbolica di un percorso e, allo stesso tempo, come invito a proseguire nel solco tracciato.
Guardando al passato recente, Emiliano ha ricordato alcuni dei passaggi più duri e delicati della legislatura: dall’emergenza Covid alla gestione dei fondi del PNRR, “miliardi di euro amministrati rispettando le regole dell’Unione europea”. Sfide che, a suo dire, hanno messo in luce il valore del servizio pubblico: “Non esiste settore in cui si faccia tanto, con così grande competenza e sacrificio, quanto nel servizio pubblico”, ha aggiunto, citando anche le forze dell’ordine e la sanità.
La chiusura del discorso ha avuto il tono di un esame superato: “Ho la serenità di chi ha fatto il proprio dovere. Ho la sensazione di aver finito un percorso di studio, come se avessi conseguito una laurea”. Ma non si tratta di un addio alle istituzioni: Emiliano ha assicurato che continuerà a lavorare nella vita pubblica, perché “servire le istituzioni cambia la vita”.
Infine, lo sguardo al futuro della Puglia e del Paese: una legislatura che “si riesce a finire trasformandola in una festa” diventa, nelle sue parole, il segno che “la Puglia e l’Italia hanno sempre un secondo tempo: la possibilità di correggere, ricostruire, ripartire”. Con una chiusura identitaria e affettiva che sintetizza l’intero discorso: “Siamo fortunati a essere italiani e siamo fortunati a essere pugliesi”.













