Cinema

Invictus, 2009: Eastwood non delude mai


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Locandina film Invictus

Bari – NE ha fatta di strada il texano dagli occhi di ghiaccio, il cowboy capace di due sole espressioni facciali (Sergio Leone dixit). Alle soglie degli 80 anni Clint Eastwood è un’icona del cinema, regista pluripremiato (tre Oscar) ed osannato. Dopo il capolavoro Gran Torino, torna con “Invictus”a riproporre il difficile tema dell’incontro/scontro tra etnie e culture diverse. Tratto dal libro “Ama il tuo nemico” di John Carlin (Sperling & Kupfer), “Invictus” narra un particolare aspetto del primo anno (1994-95) di presidenza del Sudafrica di Nelson Mandela. Non è l’agiografica biografia dell’ex Nobel per la pace, anche se il ritratto eastwoodiano è totalmente edificante e privo di zone d’ombre. D’altronde, ironizzare o criticare un “gigante” come Mandela sarebbe stato difficile.

IL leit-motiv del film è l’ispirazione: quella che ha sorretto Madiba (come viene affettuosamente chiamato Mandela dalla gente di colore) nei 27 anni di carcere a cui fu condannato per la lotta all’apartheid, la segregazione razziale. L’ispirazione lo porta, finalmente libero, a combattere ancora: divenuto presidente, ha di fronte a sè una Nazione dilaniata dalla contrapposizione tra la maggioranza dei neri autoctoni e la minoranza dei bianchi Africaaner, discendenti dei colonizzatori inglesi ed olandesi. C’è aria di guerra civile: i neri, finalmente al potere, vogliono vendicarsi di una vita di torture, uccisioni ed incarcerazioni; i bianchi, spaventati da un Paese che non riconoscono più come il loro, sono pronti a ricorrere alle armi per un colpo di Stato.


Mandela
( Morgan Freeman) intuisce che non è tempo di vendetta, bensì di perdono. I bianchi, suoi carcerieri fino a pochi anni prima, sono “fratelli”coi quali convivere in armonia, pena lo sfascio del Paese intero. Due sono gli eventi che mostrano il grande leader mettere in pratica il progetto di riconciliazione; lo fa tra enormi difficoltà , ma mosso da un’ostinazione pari solo alla bontà d’animo. Il primo evento è l’inserimento nel suo servizio d’ordine formato da uomini dell’Anc ( il movimento anti-apartheid) di vecchi agenti della presidenza de Klerk: l’immagine della difficoltà iniziale a condividere persino la stessa stanza è emblematica dell’abisso che li divide. Innumerevoli sono le differenze: la lingua (l’africaaner dei bianchi, la xhosa dei neri), il passato da vittime gli uni e da carnefici gli altri, persino le passioni sportive. In Sudafrica i bambini neri, scalzi, giocano a calcio e disprezzano lo sport nazionale, il rugby, considerato simbolo dell’apartheid così come il verde-oro della squadra degli Springboks. Il secondo evento riguarda proprio il rugby: Mandela capisce che il tifo sportivo è in grado di unire un popolo più di tanti discorsi. Coinvolge dunque il capitano degli Springboks Francois Pinaar ( Matt Damon ) nel tentativo, davvero improbabile sulla carta, di motivare una squadra demoralizzata e disorientata dai cambiamenti politico-sociali, al punto di vincere i campionati del mondo del 1995, di cui il Sudafrica è Paese ospitante.

PUO’ una Nazione nascere da una vittoria sportiva? Parrebbe un messaggio buonista e non privo di retorica, ma non lo è. “Invictus” commuove perchè mostra quello che la politica dovrebbe essere e non è (quasi) mai: energie, idee e uomini uniti per il raggiungimento di un fine superiore, il bene comune. E allora il messaggio è onesto e buono, non buonista. E’ difficile non amare il cinema di Eastwood, perchè ogni volta vi si ritrovano i tre ingredienti essenziali di un buon film: e così in “Invictus” c’è la bellezza visiva (nelle immagini del rugby, che viene mostrato come mai prima d’ora, nella durezza dei momenti in campo: fatica, fango,mischie, sguardi, scontri, lanci), accompagnata da musiche perfette; una recitazione impeccabile ( non a caso Freeman e Damon sono candidati all’Oscar, come già altri protagonisti dei film eastwoodiani) ; e appunto c’è un messaggio, cristallizzato nei versi della poesia che dà il nome alla pellicola (“Sotto i colpi d’ascia della sorte, il mio capo sanguina, ma non si china…. Non importa quanto sia stretta la porta… quanto piena di castighi la vita. Io sono il padrone del mio destino. Io sono il capitano della mia anima“.)
Eccolo allora il segreto di Eastwood: il suo cinema è “bello con l’anima”.

Voto: 9/10

Invictus, 2009: Eastwood non delude mai ultima modifica: 2010-03-03T12:15:40+00:00 da Lucia Piemontese



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