Riceviamo e pubblichiamo.
“Al Direttore di StatoQuotidiano
Gentile Direttore, dr. Giuseppe de Filippo,
ho letto con sincera commozione le parole con cui l’assessore Giulio De Santis ha commentato la costituzione del Comune di Foggia come parte civile nel processo per il femminicidio di Hayat Fatimi.
Avevo avuto modo di conisce Hayat sul lavoro. Ricordo il suo sorriso, la sua gentilezza, la sua voglia di costruirsi una vita nella nostra città, un’integrazione , la sua, che sembrava perfettamente riuscita. Per questo condivido ogni parola spesa per ricordarla e sono sinceramente felice che Foggia abbia deciso di esserci, di schierarsi dalla parte della giustizia e di affermare che la violenza contro una donna ferisce un’intera comunità.
Proprio perché condivido quel messaggio, però, non posso fare a meno di pormi una domanda che da troppo tempo porto dentro.
Perché tutto questo non è accaduto anche per mia zia, Franca Marasco?
Franca era una donna. Era una lavoratrice. Era una commerciante storica, parte integrante della nostra città. Aveva costruito con sacrificio la sua attività, affrontando ogni giorno il peso e le difficoltà di chi lavora da solo. Era conosciuta, stimata, benvoluta. Era italiana, foggiana DOC, parte integrante della comunità cittadina.
È stata assassinata con una violenza inaudita. Il suo assassino è stato condannato all’ergastolo con il riconoscimento delle aggravanti per l’efferatezza del delitto.
Eppure, dopo il clamore iniziale, è calato il silenzio istituzionale.
Un silenzio che continua a fare male.
Mai una manifestazione istituzionale. Mai un momento pubblico di ricordo. Mai una costituzione di parte civile del Comune. Mai un segnale concreto che facesse sentire la nostra famiglia meno sola.
Come se quella morte appartenesse soltanto ai suoi parenti e non dovesse appartenere all’intera città.
Ed è qui che nascono domande che credo molti cittadini abbiano il diritto di porsi: perché per Hayat il Comune afferma, giustamente, che viene ferita tutta la comunità, mentre per Franca questo principio sembra non essere mai esistito?
Forse ci sono vittime che meritano la vicinanza delle istituzioni e altre che devono essere ricordate soltanto dalle loro famiglie?
Io non riesco ad accettarlo.
L’autore dell’omicidio di Franca era un immigrato irregolare, pluripregiudicato, senza permesso di soggiorno e destinatario di due provvedimenti di espulsione rimasti ineseguiti. Franca, inoltre, aveva più volte denunciato episodi di disturbo alla propria attività commerciale, senza che ciò riuscisse a proteggerla da un destino tragico.
Sono fatti emersi nelle cronache e negli atti giudiziari.
Ed è inevitabile chiedersi se sia proprio questa la ragione di un silenzio così assordante.
È forse più difficile ricordare una vittima quando la sua storia richiama anche il tema della sicurezza, delle espulsioni non eseguite, delle responsabilità dello Stato e della gestione dell’immigrazione?
Io non voglio credere che sia così.
Perché, se fosse così, sarebbe una sconfitta per tutti.
Le istituzioni dovrebbero avere il coraggio di stare sempre dalla parte delle vittime, anche quando la loro storia pone interrogativi scomodi. Dovrebbero ricordare tutte le donne con la stessa forza, con la stessa dignità, con lo stesso rispetto.

La memoria non può avere un colore politico.
Non può dipendere dall’identità dell’assassino.
Non può essere selettiva.
Per questo oggi mi unisco con convinzione al ricordo di Hayat e alla vicinanza espressa alla sua famiglia. Lo faccio con il cuore, perché Hayat, seppur di vista, avevo avuto occasione di conoscerla e meritava tutta la vita che le è stata strappata.
Ma, allo stesso tempo, non posso più accettare il silenzio che continua ad avvolgere la memoria di mia zia Franca.
Anche lei era una donna.
Anche lei era una lavoratrice.
Anche lei aveva chiesto, in più occasioni, di poter svolgere serenamente il proprio lavoro.
Anche lei apparteneva a questa città.
E anche lei merita che Foggia dica, con la stessa convinzione: “Noi ci siamo”.
Perché una comunità che sceglie chi ricordare e chi dimenticare rischia di infliggere una seconda ingiustizia alle proprie vittime.
Franca Marasco non chiede privilegi. Chiede soltanto la stessa memoria, lo stesso rispetto e la stessa vicinanza che ogni donna assassinata dovrebbe ricevere.”
Dott. Michele Ciani, Giornalista.



