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POZZILLI UNILEVER Pozzilli, il grande finale. Quando le favole finiscono e resta soltanto il silenzio

Di Giovanni : Invitalia si comporta bene. E Unilever viene paragonata a un negozio di comunità: Unilever non risponde per mancanza del titolato alla risposta

AUTORE:
Redazione
PUBBLICATO IL:
3 Luglio 2026
Economia // Politica //

C’è un limite oltre il quale una vertenza industriale smette di essere una speranza e diventa una presa in giro. Quel limite, a Pozzilli, è stato superato da tempo. Oggi non siamo più davanti a una trattativa. Siamo davanti al teatro dell’assurdo.

Cinque anni.

Cinque lunghi anni di promesse, tavoli, comunicati, fotografie di rito, rassicurazioni, “ci siamo”, “manca poco”, “siamo fiduciosi”. Cinque anni nei quali ai lavoratori è stato chiesto di avere pazienza. Sempre un altro mese. Sempre un’altra riunione. Sempre un’altra scadenza.

L’ultima aveva una data precisa: 24 giugno 2026.

Invitalia aspettava una risposta sul contratto commerciale tra Unilever e P2P, la società della famiglia Civitillo. Una data che avrebbe dovuto segnare un punto di svolta. Invece è passata come passano le occasioni perdute: nel silenzio.

E il silenzio, nelle vertenze industriali, non è mai neutrale.

Nel frattempo arrivano spiegazioni che sembrano rincorrere gli eventi anziché anticiparli. Ogni giustificazione apre nuovi interrogativi. Ogni rinvio alimenta il sospetto che la verità sia molto meno rassicurante delle narrazioni costruite in questi anni.

Intanto gli sguardi sembrano rivolgersi altrove.

Brindisi chiama. E quando sul tavolo ballano investimenti da centinaia di milioni di euro, è difficile credere che Pozzilli possa ancora occupare il centro della scena. La sensazione, sempre più diffusa, è quella di uno stabilimento lasciato ai margini mentre tutti continuano a ripetere che va tutto bene.

Ma davvero qualcuno pensa che i lavoratori non abbiano capito? Che basti una conferenza stampa per cancellare cinque anni di attese? Che basti accusare chi pone domande per far sparire le domande stesse?

In questa storia c’è un dettaglio che dovrebbe inquietare più di ogni altro.

Ogni volta che la realtà bussa alla porta, qualcuno preferisce prendersela con chi la racconta. La stampa diventa il problema. I sindacati che dissentono diventano il nemico. Chi osa chiedere chiarezza viene dipinto come il guastafeste.

È il copione perfetto di chi non riesce più a convincere con i fatti.

E mentre si cercano colpevoli immaginari, i veri protagonisti di questa vicenda continuano a pagare il conto. Sono gli operai. Sono le famiglie. Sono donne e uomini che non chiedono miracoli, ma una cosa semplicissima: sapere la verità.

Perché la verità, anche quando è dura, permette almeno di scegliere. L’incertezza, invece, condanna a restare immobili.

E la politica? Osserva. Ascolta. Promette. Poi tace.

Quel 24 giugno è passato come se nulla fosse accaduto. Nessuno spiega. Nessuno chiarisce. Nessuno sente il dovere di dire ai cittadini cosa stia realmente succedendo.

Ed è forse questo il dato più grave. Non il ritardo. Non il rinvio. Ma l’assenza di rispetto.

Viene quasi da sorridere amaramente pensando a Calimero, il pulcino che ripeteva: “È un’ingiustizia, però.”

Solo che qui non ci sono cartoni animati. Qui ci sono mutui, figli, bollette, vite sospese. Qui il sapone non basta più a lavare panni ormai intrisi di lacrime, sacrifici e dignità ferita.

La favola è finita.

E quando una favola finisce, restano due possibilità. Raccontare finalmente la verità. Oppure continuare a recitare.

Ma il pubblico ha già lasciato il teatro. Sul palco sono rimasti soltanto gli attori.

A cura di Maurizio Varriano.

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