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SAN FRANCESCO Festa di San Francesco Assisi, rileggere il Cantico delle Creature oggi

Il sesto insegnamento che Francesco ci offre con il Cantico è la povertà intesa non come privazione ma come distacco e come libertà

AUTORE:
Redazione
PUBBLICATO IL:
3 Ottobre 2026
Manfredonia // Notizie in piazza //

(Quarta parte)

Il sesto insegnamento che Francesco ci offre con il Cantico è la povertà intesa non come privazione ma come distacco e come libertà

Francesco scopre che non tutto è nostro, neanche noi. Abbiamo già sottolineato che sorella morte verrà e ci porterà via tutto. Solo una cosa non ci porterà via: ciò che abbiamo donato, perché quando essa verrà, ciò che avevamo, ora appartiene agli altri, alla comunità. La morte non è sottrazione, ma restituzione di ciò che ci è stato affidato a Colui che ce lo ha donato.

Per chi non crede, invece, come ad es. per i filosofi greci e del periodo ellenistico, come ad es. lo stoicismo romano, di Seneca, la morte è ridare la vita a se stessa, lasciare che la natura faccia il suo corso oltre noi e nonostante noi.

La povertà, per Francesco, non è privazione, ma la capacità di restare liberi dalle cose e dai beni che potrebbero creare una dipendenza e inclinarci a una sorta di abuso. La povertà non è miseria, ma distacco da tutto, per impedire che un cattivo uso dei beni possa metterci gli uni contro gli altri.

La povertà nel Cantico indica senso di provvisorietà e di sobrietà con cui dovremmo trattare le creature.

Si tratta di sostituire il principio della appropriazione-accumulazione con il principio della condivisione, della equa distribuzione e della giustizia sociale.

Il Cantico ci invita a passare dalla logica del puro scambio alla logica del dono, come ci ha insegnato un gande filosofo contemporaneo Marcel Mauss. Ci insegna a non esercitare il potere come prevaricazione, ma come servizio e impegno per il bene di tutti e del tutto.  Il potere di amare, senza però usare l’amore stesso come potere. .

La povertà come sobrietà indica la capacità di sapersi autolimitare per evitare quello che i greci chiavano Hybris, la tracotanza. E’ proprio questa che oggi a noi manca: il potere di saperci limitare. Il filosofo G. Anders in un suo libro dal titolo “L’uomo antiquato”, del 1954, diceva che il potere che oggi a noi manca è il non-potere, cioè il potere di rinunciare ad avere tutto e consumare tutto in modo indiscriminato.

Povertà significa anche mitezza, nel senso che, anche se come uomini siamo al centro (come pensava Leonardo da Vinci col suo “Uomo vitruviano”), non è per dominare e spadroneggiare, ma per servire e coltivare.

Allora, ecco il messaggio del Cantico: noi non siamo padroni, ma siamo custodi. Non abbiamo la proprietà, ma solo il possesso temporaneo. Pertanto, alla logica della predazione dovremmo sostituire la logica della cooperazione. Sostituire la logica dello sfruttamento illimitato con quella del sapersi prendere cura.

Ciò esige due cose: rispetto e vigilanza. Attenzione e impegno. La filosofa del Novecento, S. Weil, diceva che l’attenzione è la forma più rara e più pura di generosità. Una specie di vuoto fertile che ci aiuta a mettere da parte il nostro ego per fare spazio alla alterità del creato e degli altri. Consiste nel lasciare essere le cose e le persone nella loro autenticità, senza cercare di dominarle o afferrarle.

Dovremmo cominciare a ritirarci dalla natura per lasciarla essere e ridarle di nuovo spazio, perché si riprenda dai traumi che abbiamo provocato con i nostri interventi.

Ciò significa che ciascuno dovrebbe cominciare a diminuire lo spazio del proprio io e aumentare lo “spazio del Noi”, e, in questo Noi, far rientrare le creature tutte e gli altri. Un Noi cosmico e un Noi sociale. Un Noi politico (il sogno di Platone) e un Noi geopolitico che ci metta al riparo dalle inutili guerre che sono tornate attuali.

Come Dio, dopo la creazione, si è ritirato in sé per fare spazio a noi e alla natura secondo le sue leggi, così dovremmo cominciare a ritirarci anche noi, autolimitarci in modo amoroso per fare spazio all’armonia del tutto, perché ogni creatura abbia il suo spazio.

Ne va della nostra libertà che esige un grande senso di responsabilità. Anzi, una quadruplice responsabilità: personale, sociale, ecologica, intergenerazionale.  Non dobbiamo cercare di essere liberi dalle cose, ma anche essere in grado di liberare e creature da noi. Liberarci delle cose e liberare le cose.

E allora sì che, guardando il fuoco e il sole, la luna e le stelle, l’acqua e l’aria, con semplicità e gioia immensa, diremo “Laudato si’ mi’ Signore con tutte le tue creature……”.

A cura di Michele Illiceto.

1 commento su "Festa di San Francesco Assisi, rileggere il Cantico delle Creature oggi"

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