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Titoli professionalizzanti, Soldo: discriminati centinaia di studenti | Foggia


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Scuola, prove esami (St; Ph: cultura.blogosfera)

Foggia – “NEL momento peggiore per la nostra economia, e con dati a dir poco allarmanti sulla disoccupazione giovanile, la Provincia di Foggia e la Regione Puglia impediscono a centinaia di studenti della Capitanata di ottenere un titolo professionalizzante dopo il Diploma di Maturità, vera e propria chiave di accesso al mondo del lavoro”. Lo dice in una nota il Dirigente Scolastico prof. Leonardo Antonio Soldo dell’Istituto “Einuadi – Grieco”.

“A seguito, infatti, della pubblicazione dell’avviso pubblico dello scorso dicembre, inerente alla cosiddetta ‘Area professionalizzante’, che consente di avviare un percorso post-obbligo per l’ottenimento di numerose e importanti qualifiche professionali, alcune scuole di Capitanata hanno presentato dei validi progetti per permettere agli studenti di investire sul loro futuro”.

“I progetti delle scuole, però, non hanno ottenuto il finanziamento richiesto per la mancanza di alcuni documenti forniti; l’Amministrazione, dal canto suo, così come previsto dalla normativa, non ha provveduto alla richiesta di integrazione degli stessi. Numerose anche le missive indirizzate a Regione e Provincia, tutte senza un benché minimo cenno di risposta. Per rendere nota alla cittadinanza quanto accaduto i dirigenti scolastici degli istituti di istruzione secondaria coinvolti, “Einuadi – Grieco”, “Pascal” e “Giannone” di Foggia, nonché l’“Olivetti” di Orta Nova e l’istituto “Mattei” di Vieste, incontreranno i giornalisti giovedì 6 giugno prossimo alle ore 10.30, presso l’Istituto “Einuadi – Grieco” in piazza Goppingen a Foggia.


Redazione Stato@riproduzioneriservata

Titoli professionalizzanti, Soldo: discriminati centinaia di studenti | Foggia ultima modifica: 2013-06-04T09:56:25+00:00 da Redazione



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  • avv. Gegè Gargiulo

    Da: avv. Eugenio Gargiulo (eucariota@tiscali.it)

    Chiarito il dubbio: la professione di avvocato è incompatibile con il pubblico impiego!

    Con la recente sentenza n. 11833 del 16 maggio 2013 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno sgombrato il campo da ogni dubbio circa l’operatività del divieto per il dipendente pubblico in part time di prestare nel tempo libero la propria opera come avvocato.

    Il divieto di iscrizione all’albo degli avvocati, o la cancellazione dallo stesso una volta decorsi inutilmente i termini per l’opzione tra l’una o l’altra professione soddisfa l’interesse pubblico a difendere l’indipendenza del legale e l’imparzialità e il buon andamento della pubblica amministrazione.

    La questione giuridica affrontata dalla Suprema Corte ruota attorno alla vigenza delle disposizioni della Legge n. 339/2003 (che espressamente vieta ai dipendenti della pubblica amministrazione in part time di svolgere la professione forense) in rapporto a tutte quelle norma successive che hanno liberalizzato l’attività di avvocato: il riferimento in particolare è al DL n. 138/2011 (conv. in L. n. 148/2011) che subordina lo svolgimento di tale professione al solo possesso dei titoli abilitativi e al DPR professioni (n. 137/2012) per il quale la libera professione può essere esercitata in maniera sia abituale sia prevalente.

    Ebbene, i giudici di Piazza Cavour hanno ritenuto “di dover escludere una abrogazione tacita delle disposizioni della legge n. 339/2003 per effetto della normativa sopravvenuta” in quanto “l’incompatibilità tra impiego pubblico part time ed esercizio della professione forense risponde ad esigenze specifiche di interesse pubblico correlate proprio alla peculiare natura di tale attività privata ed ai possibili inconvenienti che possono scaturire dal suo intreccio con le caratteristiche del lavoro del pubblico dipendente”.

    “La legge n. 339/2003 – prosegue la sentenza – è finalizzata infatti a tutelare interessi di rango costituzionale quali l’imparzialità ed il buon andamento della PA. (art. 97 Cost.) e l’indipendenza della professione forense onde garantire l’effettività del diritto di difesa (art. 24 Cost.); in particolare la suddetta disciplina mira ad evitare il sorgere di possibile contrasto tra interesse privato del pubblico dipendente ed interesse della PA, ed è volta a garantire l’indipendenza del difensore rispetto ad interessi contrastanti con quelli del cliente; inoltre il principio di cui all’art. 98 della Costituzione (obbligo di fedeltà del pubblico dipendente alla Nazione) non è poi facilmente conciliabile con la professione forense, che ha il compito di difendere gli interessi dell’assistito, con possibile conflitto tra le due posizioni”.

    Poiché la Legge n. 339/2003 fa da scudo ad interessi di rango costituzionale, si rivelano inutili anche i tentativi di sollevare contrasti con la Costituzione o con il Diritto dell’Unione europea.
    Tanto la Corte Costituzionale (sentt. nn. 390/2006 e 166/2012), quanto la Corte di Giustizia (sent. C-225/2009) infatti hanno affermato la legittimità e la ragionevolezza di tale disciplina, peraltro confermata anche dalla recente Riforma forense di cui alla L. n. 247/2012, che all’rt. 18 lett. d) prevede espressamente l’incompatibilità della professione di avvocato anche con qualsiasi attività di lavoro subordinata anche se con orario di lavoro limitato.
    Foggia, 4 giugno 2013 Avv. Eugenio Gargiulo


  • avv. Gegè Gargiulo

    Da: avv. Eugenio Gargiulo (eucariota@tiscali.it)

    Avvocati , abogados e abilitazioni conseguite in Romania: Ministero e Cnf vogliono vederci chiaro!

    Sulla complessa vicenda dei praticanti avvocati che emigrano in Romania pur di vedersi riconosciuta la qualifica, è intervenuto anche il Consiglio nazionale forense, nonostante il margine di manovra limitato che gli organi di rappresentanza legale possono vantare in questo ambito.

    Terreno scivoloso poiché, dopo la “vicenda abogados” che aveva visto frotte di praticanti dirigersi verso la Spagna per ottenere l’abilitazione all’avvocatura, il fenomeno della fuga verso l’est si era visto intensificato in seguito all’inasprimento delle norme per ottenere analoga qualifica in patria, in virtù del decreto legislativo 96/2001 che, attuando una specifica direttiva comunitaria, equiparava le abilitazioni ottenute negli Stati membri.

    Così, rende noto il Cnf, tramite il suo presidente Guido Alpa, è stata avanzata richiesta da parte del Ministero della Giustizia per conoscere l’ammontare esatto delle domande presentate per l’iscrizione all’Albo a partire dal primo gennaio 2012 su quei professionisti che abbiano ottenuto il titolo di avvocato in Romania.

    Insomma, il Guardasigilli Cancellieri vuole vederci chiaro: quanti sono effettivamente gli avvocati che abbiano ottenuto il proprio status in Romania negli ultimi 18 mesi, le loro generalità e l’esito delle domande di iscrizione pervenute per l’ingresso nell’Albo dei professionisti in attività sul territorio italiano.

    A questo proposito, aggiunge il Cnf, è stata presa la decisione di verificare la frequenza con cui giovani praticanti ricorrono a questo espediente per saltare l’iter previsto in Italia, ritornando, poi, a pratiche concluse con la loro qualifica forense in mano.

    Una missione, quella del Consiglio, che non può prescindere dal coinvolgimento di tutte le singole sedi territoriali dell’ordinamento forense, ragion per cui è stata avanzata formale richiesta ai membri del Cnf di fornire in tempi rapidi sia il numero delle domande pervenute, contrassegnate dal bollino di praticantato concluso positivamente in Romania, oltre all’accoglimento o meno delle stesse e il numero dei nuovi avvocati iscritti alle sezioni speciali con sottolineatura dello Stato di provenienza.

    Come si evince, il primo punto sarà sufficiente per soddisfare le esigenze sollevate dal Ministero della Giustizia, mentre le altre informazioni si renderanno utili per avere un quadro definito sulla cosiddetta normativa di stabilimento, peraltro oggetto in queste settimane di un’attenta verifica da parte della Commissione europea.
    Foggia, 4 giugno 2013 Avv. Eugenio Gargiulo

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