Chiude il Festival Terre d’Acqua consolidando la parola dimenticata seppur la più profonda.
Esiste una parola che abbiamo progressivamente espulso dal lessico pubblico, quasi fosse diventata inutile. È una parola antica, semplice, profondamente umana: amicizia.
Ci siamo abituati a parlare di partnership, di sinergie, di strategie, di reti, di investimenti. Tutti termini corretti, persino necessari. Ma nessuno di essi possiede il calore morale dell’amicizia.
Perché l’amicizia non nasce dal tornaconto. Nasce dal riconoscimento reciproco del valore.
È per questo che, osservando ciò che accade a Manfredonia, viene naturale pensare che il vero protagonista del Festival Terre d’Acqua non sia soltanto il successo di pubblico, né la prestigiosa XXXIII edizione del Premio Re Manfredi. Il protagonista è un’alleanza silenziosa che dovrebbe diventare un modello nazionale: quella tra cultura e impresa.
Quando un imprenditore comprende che sostenere la cultura non significa finanziare un evento ma investire nell’intelligenza di una comunità, accade qualcosa di straordinario.
L’economia smette di inseguire esclusivamente il profitto e torna ad abitare la propria responsabilità sociale. La cultura, dal canto suo, smette di essere percepita come un lusso per pochi e rivela la propria natura più autentica: essere infrastruttura civile, motore di sviluppo, fabbrica di cittadinanza.
Questa è l’amicizia che può salvare un Paese.
Perché un Paese non decade quando diminuisce il proprio prodotto interno lordo. Decade quando smette di produrre pensiero. Il resto viene dopo.
Viviamo nel tempo delle connessioni istantanee e delle relazioni fragili. Abbiamo imparato a misurare quasi tutto, tranne ciò che davvero conta. Nessun algoritmo riuscirà mai a calcolare quanta economia possa nascere da una biblioteca affollata, da un teatro vivo, da una piazza che discute di libri invece che di rancore. Eppure è proprio lì che si forma il capitale più prezioso: quello umano.
Il Festival Terre d’Acqua, ancora una volta, dimostra che la bellezza non è evasione. È progettazione del futuro.
E il Premio Re Manfredi, giunto alla sua trentatreesima edizione, continua a ricordarci che il merito possiede ancora un valore pubblico quando trova il coraggio di essere celebrato.
Il ritorno di Renzo Arbore nella sua terra rappresenta il simbolo più luminoso di questo racconto.
Non torna soltanto un artista. Torna un modo di intendere la cultura come gioia condivisa. Arbore ha costruito una televisione che sapeva divertire senza impoverire il linguaggio, sorridere senza rinunciare all’intelligenza, entrare nelle case senza violarne l’intimità. Le sue trasmissioni non erano prodotti dell’intrattenimento: erano educazione sentimentale, ironia civile, alfabetizzazione emotiva.
Accanto a lui vengono premiati uomini e donne che hanno servito il Paese attraverso percorsi differenti: Michele Mirabella nella divulgazione, il generale Luca Goretti nelle istituzioni, Francesco Casillo nell’impresa, Paolo Di Giannantonio nel giornalismo, Uccio De Santis nello spettacolo. Professioni diverse, un medesimo denominatore: aver trasformato il proprio talento in servizio.
Ma sarebbe un errore fermarsi ai nomi.
Perché il vero premiato, quest’anno, è il Mezzogiorno quando decide di credere in sé stesso.
Per troppo tempo il Sud è stato raccontato come una periferia da assistere. È una narrazione pigra, oltre che ingiusta. Il Mezzogiorno possiede da sempre una straordinaria capacità di produrre pensiero, arte, impresa e visione. Gli è mancato, spesso, soltanto il diritto di raccontarsi con la propria voce.
Manfredonia, invece, quella voce l’ha ritrovata. Non urla. Argomenta. Non rivendica. Dimostra. È una differenza sostanziale.
Tra i tanti momenti del Festival, uno resta come una piccola eredità morale, sapientemente accompagnata dalla conduzione di Miky De Finis: leggere per connettersi.
Una frase che sembra appartenere al mondo dei libri e che invece riguarda il destino delle nostre democrazie. Perché leggere significa imparare a comprendere ciò che è diverso da noi. Significa sottrarsi alla dittatura delle semplificazioni. Significa esercitare il dubbio, che non è debolezza ma la forma più alta dell’intelligenza.
E allora forse il futuro non nascerà soltanto nei laboratori dell’intelligenza artificiale, nelle borse finanziarie o nei grandi centri economici. Forse nascerà anche in una piazza del Gargano dove un imprenditore decide di sedersi accanto a uno scrittore, dove un giovane ascolta un libro prima ancora di consultare uno schermo, dove una comunità comprende che la bellezza non è una spesa, ma il più redditizio degli investimenti.
Perché le civiltà non muoiono quando finiscono i soldi. Cominciano a morire quando smettono di riconoscere il valore delle idee.
Se oggi Manfredonia può essere guardata come un esempio, non è per aver organizzato un grande festival. È per aver ricordato all’Italia una verità antica che avevamo quasi dimenticato.
La cultura e l’impresa non devono imparare a sostenersi. Devono tornare a chiamarsi, con la naturalezza delle cose autentiche, amiche.
E da questa amicizia, forse, può ancora nascere il Paese che aspettiamo.
A cura di Maurizio Varriano.




Sono parole molto belle e profonde. Condivido pienamente.
Chiedere l’amicizia e il gemellaggio con Garlasco. Tutto il resto è noia .
Articolo veramente bello, profondo e perfino commovente… Congratulazioni all’autore
SOLO belle parole, jet a ncante i scennj e pajet i crstjen
Non comprendo come artisti di grandissimo talento e di fama internazionale e che hanno dato lustro all”Italia e alla provincia di Foggia..vengano qui dove e stato scempiato tutto, distrutto tutto ..mah..😱