Il palco non conferisce nobiltà. L’educazione sì.
Sal da Vinci a Campitello Matese offre “a pagamento” uno spettacolo indecoroso.
Non servono indiscrezioni. Non servono ricostruzioni di corridoio. Non servono testimoni nascosti.
Quanto accaduto a Campitello Matese è avvenuto davanti a migliaia di persone.
È stato visto, ascoltato e ripreso. È un fatto pubblico. Ed è da quel fatto che nasce questa riflessione. Non sulla musica di Sal Da Vinci, che ciascuno è libero di apprezzare o meno, ma sul rispetto dovuto a chi svolge il proprio lavoro e, soprattutto, a una terra che ha aperto le sue porte con entusiasmo e ospitalità.
Un operatore di Telemolise, professionista di lungo corso, conosciuto per equilibrio, correttezza e signorilità, è stato pubblicamente indicato dal palco e additato come se fosse un abusivo, uno che stava sottraendo qualcosa anziché svolgere il proprio mestiere. Peggio ancora, il riferimento ai “copiatori di DVD”, pronunciato davanti al pubblico, ha assunto il sapore di un’accusa gratuita nei confronti di chi, da decenni, documenta la vita del Molise con sacrificio, competenza e passione.
Chi conosce Telemolise sa bene che non vive copiando DVD. Vive raccontando il territorio quando nessuno lo racconta. Vive entrando nei piccoli comuni dimenticati, nelle scuole, nelle aziende, nelle associazioni, nelle emergenze, nelle tradizioni. Fa informazione ogni giorno, con mezzi spesso limitati e con una dedizione che meriterebbe rispetto, non umiliazioni pubbliche.
Perché è questo il punto.
Non è stato offeso soltanto un cameraman. È stata colpita la dignità di un mestiere. È stata colpita l’onorabilità di chi informa. È stata colpita una categoria che, piaccia o no, ha contribuito negli anni a costruire la notorietà di centinaia di artisti.
Esiste un paradosso che alcuni personaggi dello spettacolo sembrano dimenticare.
La loro immagine non è nata per miracolo.
È cresciuta grazie ai giornali, alle televisioni, alle radio, ai fotografi, agli operatori, ai cronisti che hanno raccontato concerti, pubblicato interviste, dato spazio ai loro dischi e alle loro tournée. Il pubblico arriva anche perché qualcuno, prima, ha raccontato chi sale su quel palco.
Per questo vedere un artista trasformare un professionista dell’informazione in un bersaglio pubblico lascia sgomenti.
Non è neppure la prima volta che il Molise assiste a episodi simili.
La memoria torna inevitabilmente ad Agnone, quando anche Enzo Avitabile ebbe un duro confronto con giornalisti impegnati nelle riprese dell’evento. Vicende diverse, certamente, ma accomunate da un interrogativo che il mondo dello spettacolo dovrebbe porsi con maggiore frequenza: quando il successo smette di essere gratitudine e comincia a trasformarsi in arroganza?
La notorietà è una conquista. L’arroganza è una scelta.
Chi ha costruito la propria carriera partendo dal basso dovrebbe ricordarlo ogni giorno. Dovrebbe ricordare le prime serate, i piccoli palchi, le prime interviste concesse quando ancora il suo nome non riempiva piazze e teatri. Dovrebbe ricordare che nessun artista diventa popolare da solo.
Per questo il termine “cantantucolo“, che qualcuno potrebbe ritenere offensivo, non vuole misurare il valore artistico di Sal Da Vinci. Sarebbe una discussione sterile e soggettiva. Vuole descrivere, invece, un comportamento che, se tenuto nei confronti di un professionista dell’informazione, rimpicciolisce chiunque, anche il più applaudito degli artisti. Perché la grandezza non si misura con i dischi venduti o con gli applausi raccolti. Si misura nel rispetto che si dimostra verso gli altri.
Il Molise ha accolto questo spettacolo con entusiasmo.
Lo ha fatto attraverso un’organizzazione sostenuta con risorse pubbliche affinché migliaia di cittadini potessero partecipare a una serata di festa. È un investimento che appartiene alla collettività e che rende ancora più doveroso un atteggiamento improntato al rispetto istituzionale e umano.
Nessuno pretende inchini. Nessuno pretende favori. Si pretende soltanto educazione.
Perché chi arriva in una terra ospitale dovrebbe avere la sensibilità di comprenderne i valori, non mortificarli.
I grandi artisti della storia hanno lasciato un’eredità che andava ben oltre la musica. Hanno insegnato che il successo comporta responsabilità. Hanno capito che ogni fotografo, ogni cameraman, ogni giornalista rappresenta un tassello della memoria collettiva. Non un nemico.
Si può chiedere di non effettuare una ripresa. Si può spiegare un regolamento. Si può dialogare.
Ciò che non dovrebbe mai accadere è l’umiliazione pubblica di un lavoratore.
Perché il palco non conferisce nobiltà. L’educazione sì.
Ed è forse questa la lezione più amara che Campitello Matese ci consegna.
Gli applausi finiscono. Le luci si spengono. Le tournée cambiano città.
Ma il ricordo di come si sono trattate le persone resta. Sempre.
E gli artisti davvero grandi lo sanno.
Gli altri, purtroppo, continuano a confondere il successo con il privilegio e il consenso con l’impunità.
Il Molise, invece, merita rispetto. Lo meritano i suoi cittadini. Lo meritano i suoi giornalisti. Lo meritano quei professionisti che, senza clamore e senza protagonismi, raccontano ogni giorno questa regione quando i riflettori sono già altrove.
Perché un uomo può riempire una piazza con le sue canzoni.
Ma basta un solo gesto di arroganza per svuotare il significato del successo.
A cura di Maurizio Varriano



