L’ennesimo assalto a un bancomat, avvenuto la scorsa notte a Cerignola, riporta ancora una volta l’attenzione sulle ferite di una città che vede messo a dura prova il proprio senso di sicurezza e di fiducia. Di fronte a episodi di questo tipo, il rischio più grande è quello dell’assuefazione: abituarsi alla violenza fino a considerarla inevitabile, smettere di indignarsi e arrivare a pensare che per Cerignola non sia più possibile immaginare un percorso di riscatto.
È proprio in questo contesto che assume un significato particolare l’incontro vissuto ieri sera in piazza con il dott. Rossi, Procuratore di Bari e capo della DDA, organizzato nell’ambito dei festeggiamenti in onore di Maria Santissima di Ripalta. Nel corso dell’incontro, il Procuratore ha indicato anche alcune possibili strade attraverso cui una comunità può sottrarsi alle logiche dell’illegalità e del racket. Parrocchie, associazioni e Azione Cattolica possono trasformarsi in nuove piazze di legalità, diventando luoghi capaci di costruire relazioni, educare alla responsabilità e favorire la partecipazione.
Eppure, ieri sera, in quella piazza eravamo pochi. Nella vicina piazza Duomo, invece, era stata autorizzata una manifestazione di danza, certamente un’iniziativa positiva, ma accompagnata inevitabilmente da maggiore affluenza e disturbo sonoro. Una constatazione che, secondo l’Azione Cattolica, non può essere ignorata.
Di fronte a quanto accaduto durante la notte, la domanda diventa allora inevitabile: ci siamo arresi? Abbiamo smarrito l’habitus della speranza?
L’obiettivo, però, non è cedere alla rassegnazione, ma raccogliere l’invito del Procuratore e assumere la prospettiva del Magnificat: quella di chi riconosce che la storia non è già scritta, che il male non ha l’ultima parola e che anche ciò che appare piccolo può diventare l’inizio di un cambiamento più grande.
La responsabilità riguarda tutti. La risposta alla criminalità non può essere delegata esclusivamente alle forze dell’ordine e alla magistratura, alle quali va la gratitudine per il lavoro svolto quotidianamente. Una città si libera dall’illegalità anche quando i cittadini scelgono di esserci, di prendere la parola, di abitare le piazze e di prendersi cura dei luoghi nei quali si costruisce il bene comune.
E proprio mentre Cerignola celebra la festa patronale, tra luminarie, fuochi e momenti di festa, diventa necessario interrogarsi sul significato autentico della parola “tradizione”. Il termine deriva dal latino tradere, cioè “consegnare”.
La tradizione, dunque, non consiste semplicemente nel ricevere qualcosa dal passato e ripeterlo nel presente. Ciò che abbiamo ricevuto ci viene affidato perché possa essere trasmesso, rinnovato e reso fecondo per le generazioni future. Ma proprio nel verbo tradere si nasconde anche il suo rovescio: tradire.
Possiamo custodire ciò che ci è stato affidato oppure permettere che paure, silenzi, indifferenza e rassegnazione diventino l’eredità che consegniamo ai nostri figli.
La domanda, allora, è semplice ma radicale: che cosa vogliamo consegnare alle future generazioni?
Una Cerignola più bella, più libera e più giusta, capace di riscattarsi dalle proprie ferite? Una città nella quale i ragazzi possano considerare la legalità non come un limite, ma come la condizione necessaria per la libertà e la convivenza?
Oppure rischiamo di tradire la stessa città che diciamo di amare, anche attraverso le nostre omissioni, i nostri silenzi e la nostra assenza dai luoghi nei quali dovrebbe essere costruito il bene comune?
Vivere la festa di Maria Santissima di Ripalta significa anche recuperare l’habitus della speranza.
Come Azione Cattolica diocesana, sentiamo ancora una volta la responsabilità di esserci, di abitare le nostre comunità e di fare delle parrocchie luoghi nei quali la speranza non venga soltanto proclamata, ma concretamente praticata. Luoghi nei quali si possa comprendere che la legalità non significa soltanto rispettare le regole, ma prendersi cura del bene comune.
Non vogliamo che gli atti criminosi rappresentino l’ultima parola sulle città e sui paesi della nostra diocesi. Recuperiamo l’habitus della speranza.



