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GIORGIA MELONI La festa del Governo e il lutto della realtà

Si festeggia la longevità del governo, perché ormai in Italia la durata è diventata una categoria politica: se resisti abbastanza a lungo, quasi quasi non importa più cosa hai fatto

AUTORE:
Maurizio Varriano
PUBBLICATO IL:
4 Settembre 2026
Focus e Inchieste // Inchieste Manfredonia //

Arriva Giorgia Meloni in Puglia.

Si festeggia la longevità del governo, perché ormai in Italia la durata è diventata una categoria politica: se resisti abbastanza a lungo, quasi quasi non importa più cosa hai fatto.

È un po’ come per il vino. Più invecchia, più vale.

Solo che qui non parliamo di una bottiglia pregiata. Parliamo di un Paese.

E il Paese, francamente, qualche segnale di stanchezza lo dà.

Il carburante aumenta. La sanità pubblica boccheggia. Le liste d’attesa sembrano ormai una forma alternativa di villeggiatura.

L’economia non decolla come nelle conferenze stampa. Gli stipendi fanno fatica. Le famiglie fanno i conti.

E la politica fa i comunicati. Tutto regolare.

Va tutto bene.

È questa la frase magica. La formula sacerdotale della politica italiana.

Se la ripeti abbastanza, forse la realtà si convince.

Aumenti? «Stiamo intervenendo». Sanità in affanno?  «Mai così tanti investimenti».

Economia che non entusiasma? «I dati vanno letti nel loro complesso». Maggioranza che si punzecchia? «È il normale confronto democratico».

Legge elettorale ancora dispersa nei corridoi del Parlamento? «Occorre trovare una sintesi».

La sintesi.

Questa creatura mitologica che la politica italiana invoca da decenni quando non vuole dire una cosa molto più semplice: non siamo d’accordo.

E allora avanti con la commedia.

Tutti insieme appassionatamente.

Poi si esce dalla stanza e partono i siluri.

Ma attenzione: non sono siluri. Sono «sensibilità differenti».

Non sono guerre interne. Sono «legittime posizioni».

Non sono regolamenti di conti. Sono «dialettica politica».

La lingua italiana, quando serve alla politica, diventa una meravigliosa macchina per trasformare i problemi in sinonimi.

E mentre dentro la maggioranza si gioca a nascondino, fuori c’è chi non può permettersi il lusso di giocare. Chi deve pagare il pieno. Chi deve aspettare mesi per una visita. Chi deve scegliere quali spese rinviare. Chi guarda il proprio stipendio e si chiede come sia possibile che finisca sempre prima del mese.

Ma il governo festeggia.

E perché non dovrebbe? Ha una maggioranza. Ha stabilità. Ha una premier che ha dimostrato una notevole capacità di sopravvivere alle stagioni politiche.

Tutto legittimo.

Ma c’è una domanda che nessuna festa dovrebbe riuscire a cancellare:

stabile per fare cosa?

Perché la stabilità è uno strumento. Non è un risultato.

Puoi avere un governo stabile che cambia il Paese.

E puoi avere un governo stabile che semplicemente rimane al suo posto.

Sono due cose completamente diverse.

La durata non paga la benzina. La durata non accorcia una lista d’attesa.

La durata non aumenta automaticamente uno stipendio. La durata non mette ordine nella legge elettorale. La durata, da sola, è soltanto durata.

E qui arriva l’altra metà dello spettacolo.

L’opposizione.

La grande alleata involontaria della longevità governativa.

Quella che potrebbe approfittare di ogni difficoltà, di ogni contraddizione, di ogni promessa mancata e trasformarla in una proposta politica.

Ma spesso preferisce lamentarsi. Discute. Si divide. Si ricompone. Si ridivide.

Poi organizza un convegno per spiegare perché non è riuscita a fare ciò che avrebbe dovuto fare.

È una forma sofisticatissima di ginnastica politica: la melina.

Palla da una parte. Palla dall’altra. Possesso sterile.

Nel frattempo la porta è lì.

Vuota. E l’avversario ringrazia.

Perché diciamolo senza ipocrisie: Meloni ha avuto anche la fortuna di avere davanti un’opposizione che, in certi momenti, sembra impegnata più a definire se stessa che a contendere il Paese.

Un regalo magnifico. Con tanto di fiocco.

E così si arriva alla celebrazione pugliese.

Foto. Palco. Applausi. Parole come «stabilità», «credibilità», «responsabilità», «futuro».

Parole bellissime.

Peccato che il cittadino medio abbia ormai sviluppato un anticorpo naturale contro le parole bellissime.

Perché le parole non fanno il pieno.

Non curano. Non pagano il mutuo. Non riempiono il carrello. Non fanno arrivare prima una visita specialistica. Non costruiscono una legge elettorale. E soprattutto non possono continuare a sostituire i risultati.

Qui sta il punto.

La politica non dovrebbe essere un concorso di sopravvivenza televisiva.

Non vince chi resta più a lungo davanti alle telecamere. Non vince chi confeziona meglio il racconto. Non vince chi trova il sinonimo più elegante per una difficoltà.

Vince chi lascia il Paese in condizioni migliori di come l’ha trovato.

Il resto è scenografia.

E noi italiani di scenografie ne abbiamo viste abbastanza.

Abbiamo visto promesse. Abbiamo visto annunci. Abbiamo visto riforme annunciate prima ancora di essere scritte. Abbiamo visto emergenze diventare alibi. Abbiamo visto governi accusare quelli precedenti. Quelli precedenti accusare quelli ancora precedenti.

E tutti, immancabilmente, promettere che questa volta sarà diverso.

Poi arriva il conto.

Sempre. E il conto non ha una tessera di partito. Non vota a destra. Non vota a sinistra. Non legge i comunicati. Non guarda i talk show. Arriva semplicemente a casa. Sulla bolletta. Al distributore.

In farmacia. Al supermercato. In ospedale. Nel portafoglio.

Questa è la realtà che nessuna conferenza stampa può truccare all’infinito.

E allora sì, festeggiamo pure la longevità.

Ma evitiamo di confondere la sopravvivenza con il successo.

Perché un governo può essere longevo. Un governo può essere stabile. Un governo può essere popolare. Può persino essere molto bravo a raccontarsi.

Ma alla fine resta una sola domanda.

Come stanno gli italiani?

Quella è la domanda che conta. Tutto il resto è musica.

E forse non è casuale che in questi giorni torni alla mente una canzone di Marco Ligabue sulle maledette bugie.

Perché la bugia politica più pericolosa non è quella che inventa una realtà completamente falsa.

È quella che prende una realtà difficile, la trucca un po’, le mette un bel vestito, la porta sul palco e poi annuncia:

«Guardate quanto stiamo bene».

No. Guardiamo meglio.

Perché dietro le bandiere, dietro gli applausi, dietro la festa della longevità, c’è un Paese che non chiede miracoli. Chiede semplicemente che gli si dica la verità.

E magari che, una buona volta, qualcuno cominci a governarla.

“Perché un governo che dura cinque anni non è necessariamente un successo.

Se dopo cinque anni il cittadino continua a chiedersi quando comincerà il cambiamento, allora la vera domanda non è quanto sia durato il governo.

È quanto tempo abbiamo perso noi.”

A cura di Maurizio Varriano.

1 commento su "La festa del Governo e il lutto della realtà"

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“Felicità non è fare sempre ciò che si vuole, ma volere sempre ciò che si fa.” – Valerio Albisetti

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