A Firenze l’economia torna a parlare di uomini, comunità e futuro. E il 2 ottobre cinque imprese hanno ricevuto il premio che dà un nome alla parte silenziosa del cambiamento. Poi arriva Stefano Zamagni: a lui un tributo che è anche una domanda sul futuro.
«E Dio disse: Sia la luce». E la luce fu.
Ma non fu soltanto luce. Fu anche lavoro, relazione, responsabilità. Fu il tempo dato agli altri, la terra custodita, il pane condiviso, la comunità che non lascia solo chi rimane indietro. A Firenze, in questi giorni, qualcuno ha provato a chiamare tutto questo con un nome antico e insieme sorprendentemente moderno: economia civile.
Dal primo al quattro ottobre Palazzo Vecchio e gli spazi della città ospitano l’ottava edizione del Festival Nazionale dell’Economia Civile, intitolato quest’anno “EUconomia. L’economia che fa bene, il rumore della foresta che cresce”. Un titolo che sembra quasi una parabola: tutti sentono il fragore dell’albero che cade, mentre la foresta che cresce lo fa in silenzio, giorno dopo giorno.
Ed è forse proprio questo il punto. Viviamo in un tempo nel quale il male fa rumore. La crisi fa rumore. La guerra fa rumore. La paura fa rumore. La disuguaglianza fa rumore. Anche l’economia, quando diventa soltanto competizione, profitto e conquista, possiede un rumore assordante.
Ma c’è un’altra economia. Quella che non occupa necessariamente le prime pagine. Quella di chi apre una bottega dove sembrava non esserci più nessuno. Di chi crea lavoro senza consumare la dignità di chi lavora. Di chi investe nei territori invece di abbandonarli. Di chi considera una persona non come un costo, ma come una storia. È questa la foresta che Firenze sta provando ad ascoltare.
Il giorno del premio
Il 2 ottobre, nel cuore del Festival, la parola è passata dai grandi discorsi ai volti delle imprese.
Cinque realtà sono state indicate come Ambasciatrici dell’Economia Civile 2026: la Cooperativa di comunità La Compagnia di Marronbugio di San Godenzo, il Consorzio San Luca di Torino, Habitech – Distretto Tecnologico Trentino di Rovereto, la cooperativa Gemos di Faenza e la cooperativa sociale Stalker di Eboli.
Cinque storie differenti, cinque territori differenti, cinque modi di stare dentro il mercato senza accettare che il mercato sia l’unica misura della vita. Il riconoscimento è andato a realtà capaci di coniugare sostenibilità economica, qualità del lavoro, formazione, inclusione e fiducia nei territori. Non un premio alla bontà dichiarata, dunque, ma alla capacità di trasformare certi valori in organizzazione, lavoro, servizi, relazioni.
E qui c’è qualcosa che assomiglia molto a una pagina biblica. Perché nella Bibbia il seme non è mai soltanto un seme. È una promessa. Un piccolo gesto contiene una possibilità più grande di sé.
La Compagnia di Marronbugio, per esempio, è nata a San Godenzo nel 2020 come cooperativa di comunità per reagire allo spopolamento. Oggi gestisce servizi, attività, una bottega, trasporti, mense e altre iniziative che tengono insieme lavoro e vita quotidiana. Novanta soci e circa trenta posti di lavoro sono diventati, in quel territorio, una risposta concreta alla parola “marginalità”. È un’immagine potente.
Perché una comunità non muore soltanto quando chiude l’ultima azienda. Muore quando nessuno ha più una ragione per restare.
E allora una cooperativa può diventare qualcosa di più di un’impresa. Può diventare una diga contro l’abbandono. Può diventare una piazza. Può diventare una bottega. Può diventare un autobus che passa ancora.
Può diventare il luogo nel quale una persona anziana incontra qualcuno, un bambino trova un servizio, una famiglia trova un lavoro, un paese ritrova un futuro. Questo significa parlare di economia civile senza trasformarla in uno slogan.
Non soltanto profitto
La domanda che attraversa Firenze è semplice e immensa: a che cosa serve l’economia?
La risposta dominante, per molto tempo, è stata: a produrre ricchezza. Ma la ricchezza, da sola, non basta.
Può crescere il prodotto interno lordo e diminuire la felicità. Può aumentare il fatturato e diminuire la fiducia. Può crescere la produttività mentre una comunità si impoverisce. Può aumentare il valore di un’impresa mentre diminuisce il valore percepito della vita di chi ci lavora.
L’economia civile nasce esattamente dentro questa frattura: non per negare il mercato, ma per ricordargli che il mercato vive dentro una società e non sopra di essa.
Il Festival lo mette al centro con una pluralità di temi: il benessere, la qualità del lavoro, l’inclusione, la sostenibilità, la democrazia, la salute, la partecipazione, le trasformazioni tecnologiche.
È una domanda che dovrebbe accompagnare ogni bilancio. Non soltanto: quanto abbiamo guadagnato? Ma anche: che cosa abbiamo generato? Quante persone hanno trovato un lavoro? Quante ne hanno conservato la dignità? Quante famiglie hanno potuto restare nel proprio territorio? Quante competenze abbiamo fatto crescere? Quanta fiducia abbiamo costruito? Quanta solitudine abbiamo ridotto? Quanto futuro abbiamo lasciato a chi verrà dopo di noi?
Questa è la contabilità più difficile. Ed è anche quella che non può essere affidata soltanto a una calcolatrice.
La foresta non fa rumore
C’è una frase, nel tema di questa edizione, che merita di essere custodita: “il rumore della foresta che cresce”.
È una metafora semplice, ma profonda. L’albero che cade produce un boato. La foresta che cresce quasi non si sente. Così accade con molte delle esperienze che costruiscono il bene comune. Non fanno spettacolo.
Un’impresa che decide di formare i propri lavoratori non fa necessariamente notizia. Una cooperativa che mantiene aperto un servizio in un piccolo paese non diventa automaticamente un caso nazionale. Un’impresa che sceglie di includere una persona fragile non occupa le prime pagine.
Ma, sommate insieme, queste azioni cambiano la fisionomia di un Paese. E allora forse la vera notizia non è soltanto che cinque imprese siano state premiate.
La vera notizia è che esistono.
Che sono già qui. Che stanno lavorando. Che producono. Che stanno dentro il mercato. E che dimostrano, con modalità diverse, che efficienza economica e responsabilità sociale non sono necessariamente nemiche.
E poi arriva Zamagni
E poi, il 3 ottobre, nel Festival è arrivata una figura che a questa storia ha dedicato una parte decisiva della propria vita intellettuale: Stefano Zamagni.
Il suo intervento nel confronto “Economia Sociale ed Economia Civile: due traiettorie per un futuro comune”, insieme a Gabriele Sepio.
Zamagni non è arrivato dunque a Firenze come una semplice voce tra le tante. E’ arrivato come uno degli studiosi che hanno contribuito a riportare nel dibattito economico italiano parole che sembravano appartenere a un altro vocabolario: reciprocità, fraternità, bene comune, persona, società civile. A lui Firenze deve un tributo che non è quello delle celebrazioni. È quello della riconoscenza.
Perché ci sono intellettuali che spiegano il mondo e altri che, spiegandolo, provano anche a renderlo un poco più abitabile. Zamagni appartiene a una tradizione di pensiero nella quale l’economia non viene espulsa dalla morale, né la morale viene trasformata in predica.
L’uomo resta al centro.
Non l’uomo astratto dei modelli economici, ma l’uomo concreto: quello che lavora, che rischia, che coopera, che nasce in un territorio e può essere costretto ad abbandonarlo; quello che possiede capacità ma ha bisogno degli altri per trasformarle in futuro.
Per questo il suo arrivo al Festival non è stato soltanto l’occasione per ascoltare una lezione. E’ stata l’occasione per fare memoria. Memoria di una battaglia culturale che ha avuto bisogno di anni per trovare ascolto. E memoria, soprattutto, di una convinzione: l’economia non è un destino al quale gli uomini devono obbedire; è una costruzione umana e, proprio per questo, può essere costruita diversamente.
Il Vangelo del lavoro
Forse è qui che il Festival di Firenze diventa quasi una pagina evangelica. Non perché pretenda di sostituire la fede con l’economia. Ma perché torna a pronunciare una parola che il Vangelo conosce bene: prossimo. Il prossimo non è colui che sta vicino per caso. È colui del quale decido di farmi carico.
E una società può essere giudicata anche da questo: da quanto è capace di trasformare l’altro da concorrente in persona, da costo in volto, da numero in storia.
Le cooperative premiate il 2 ottobre raccontano proprio questo passaggio.
Non eliminano il mercato. Lo abitano. Non rifiutano il profitto. Lo collocano dentro una responsabilità più ampia. Non cancellano l’impresa. La riportano alla sua origine più umana: persone che si organizzano insieme per rispondere a un bisogno e creare valore.
È una differenza enorme. Perché quando l’impresa torna a essere anche una comunità di persone, il lavoro smette di essere soltanto una prestazione e diventa una relazione.
Firenze, la città dove l’economia può tornare a parlare di uomo
Non è casuale che tutto questo accada a Firenze.
Questa città ha conosciuto mercanti, banchieri, artigiani, corporazioni, commerci, credito, ricchezza e povertà. Ha conosciuto il potere economico e quello politico. Ha visto nascere una parte della modernità proprio dall’intreccio tra città, lavoro, cultura e scambio.
Oggi, nei saloni di Palazzo Vecchio, quella storia viene interrogata nuovamente.
Che cosa significa essere ricchi? Che cosa significa prosperare? Una città è ricca quando aumenta il valore degli immobili o quando i suoi abitanti possono permettersi di viverci? Un territorio è sviluppato quando produce di più o quando nessuno è costretto ad andarsene? Un’impresa è grande quando cresce il suo capitale o quando cresce anche la capacità delle persone che la compongono?
Sono domande antiche. Ma hanno un’urgenza nuova.
Il seme e la foresta
Il Festival non promette miracoli. E forse questa è la sua forza. Non dice che basta essere buoni. Dice qualcosa di più difficile: che occorre organizzare il bene.
Renderlo economicamente sostenibile. Misurarlo. Farne impresa. Farne lavoro. Farne politica economica. Farne cultura. Farne comunità. Perché la solidarietà che non diventa struttura rischia di restare soltanto una bella intenzione. E la fraternità che non entra nelle decisioni economiche rischia di rimanere una parola pronunciata nei giorni di festa.
La sfida dell’economia civile è invece portare quelle parole dentro i bilanci, nei consigli di amministrazione, nelle cooperative, nelle banche, nelle amministrazioni, nelle scuole.
È lì che si decide il mondo.
Non soltanto nei grandi palazzi. Ma anche in una bottega di montagna. In una cooperativa sociale. In una mensa. In un’impresa che forma i suoi dipendenti. In un’impresa che decide di non lasciare indietro qualcuno. In un territorio che sceglie di non arrendersi allo spopolamento.
E allora ascoltiamo
Forse, mentre Stefano Zamagni parla a Firenze e al mondo, è valsa la pena stare in silenzio.
Non il silenzio della rassegnazione. Quello dell’ascolto. Perché mentre abbiamo ascoltato parlare di economia sociale, economia civile, impresa, cooperazione e futuro, fuori dai saloni continueranno a crescere gli alberi.
Lentamente. Senza applausi. Senza telecamere. Senza annunci. Eppure cresceranno.
Saranno cooperative che tengono insieme persone. Imprese che tengono aperti territori. Lavoratori che diventano competenze. Comunità che ritrovano fiducia. Giovani che trovano una ragione per restare.
È questa, forse, la pagina più bella del Festival. Non quella che racconta che il mondo va bene. Ma quella che ricorda che il mondo può ancora essere costruito. E che, mentre tutti guardano l’albero che cade, c’è una foresta che cresce.
Il 2 ottobre Firenze ha dato un nome a cinque di questi alberi. Il 3 ottobre ha ascoltato Zamagni.
E il tributo più vero che si possa rendere a chi, come lui, ha dedicato la propria vita a pensare un’economia più umana non è una corona di parole. È raccogliere la domanda che ci consegna. E portarla fuori da Palazzo Vecchio. Nelle imprese. Nelle cooperative. Nelle banche. Nei territori. Nelle nostre comunità.
Perché alla fine, forse, la questione non è soltanto quale economia vogliamo.
È quale società vogliamo diventare.
E ogni giorno, con le nostre decisioni economiche, stiamo già rispondendo.
La foresta cresce.
E questa volta sarebbe bene imparare ad ascoltarla.
di Maurizio Varriano




