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Manfredonia, Università e lavoro: no alla scelta per esclusione (XXXII)


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Studentessa (ph: tuttogratis@)

Manfredonia – IN Italia (e forse in tutto il mondo) il problema dell’istruzione è prima di tutto correlato con la possibilità di trovare un lavoro alla fine degli studi; l’università non solo è considerata come lo strumento formativo per eccellenza, ma come il principale produttore di figure altamente specializzate, che permettano alla comunità di progredire (più) tecnologicamente e (meno) intellettualmente. Ne deriva uno stretto legame fra individualità e comunità.

Come sta l’Italia a riguardo? Lo potremmo subito capire da una frase pronunciata da Edoardo Barbieri: “Gli Italiani fanno fatica a leggere. Questo spiega il nostro mancato sviluppo. Non importa su quale device si legge: conta la qualità dei testi.”

Ciò non basta, quando a Giuseppe De Rita si fa notare, durante una intervista (L’Europeo n.5/2013), come la percentuale di laureati italiani sia di tredici punti più bassa rispetto a quella europea (15% contro 28%), lui puntualizza che “In più ci si laurea ancora in lettere; gran parte degli studenti ha tentato la laurea facile (…) ossia da dove vengono i 3 milioni o più di precari? Vengono da lì. Sono ragazzi diplomati, qualche volta laureati che hanno fatto un percorso di formazione non professionalizzante e che alla fine si ritrovano a spasso. Ha presente quante gente frequenta comunicazioni di massa? Tutti candidati alla disoccupazione“.

Tutto è cultura. Ognuno ha il diritto di studiare quello che più lo appassiona indifferentemente dalla facoltà e dalla prospettiva di lavoro. Se poi, ci si dedica a qualcosa che maggiormente piace, naturalmente, l’apprendimento è facilitato poiché non c’è il bisogno di dividere il dovere dal piacere.

Tutto ciò può sembrare banale ma che io sappia mai nessun grande uomo, che sia stato un grande musicista piuttosto che un famoso matematico, ha eccelso nei suoi lavori senza esservi profondamente appassionato. Pensateci: se qualcuno di noi ha scelto il corso di laurea giocando per esclusione, difficilmente si sta dedicando a quelle cose anche nel tempo libero, insomma è già destinato alla mediocrità nel suo lavoro, e già il fatto che lo deve chiamare “lavoro” fa pensare…

Nel frattempo è sotto i nostri occhi il processo di svalutazione dei titoli di studio, processo che Ken Robinson chiama “inflazione accademica”: dove prima serviva il diploma ora serve la laurea, dove prima serviva la laurea ora serve il dottorato. Questo perché, è banale dirlo, se tutti assumessero ruoli dirigenziali non ci sarebbe nessuno ad eseguire mansioni da impiegato! Allora, tanto più ora che la laurea non assicura la prospettiva di lavoro desiderata, se bisogna essere disoccupati (o maloccupati) vale la pena studiare per quello che piace e sudare sette camicie per qualcosa in cui davvero si crede.

Ognuno ha il dovere di informarsi sulle effettive possibilità d’impiego che coinvolgono le facoltà scelte. Se è vero che gli argomenti a cui si può appassionare una persona sono infiniti, è anche vero che le facoltà da cui è necessario partire prima di addentrarsi nell’argomento non supereranno le due dozzine! E pensare che siamo arrivati ad avere nel nostro sistema universitario, qualcosa come 3600 corsi di laurea.

E’ sempre il sociologo De Rita a sostenere che corsi come quello di comunicazioni di massa sono i figli malriusciti della riforma “3+2”, quella che ha delegato a ciascun ateneo l’istituzione dei corsi di laurea a discrezione “della furbizia dei professori e con il tentativo di captare l’interesse delle famiglie”, le stesse famiglie che spingono i propri figli verso l’istruzione universitaria quale che essa sia purché possa conferire una laurea, condizione necessaria per elevare il proprio status sociale.

In sostanza si è capito che bisogna concentrarsi sulle attitudini che ciascuno di noi presenta individualmente (stimolandole e coltivandole) e non su quelle che è necessario fargli sviluppare, perché non funziona. La scelta degli studi superiori ed universitari è ancora una scelta chiave per trovare lavoro in Italia: i dati pubblicati dall’autorevole ed importante quotidiano come “Il Sole 24 Ore” spiegano che inserirsi da subito nel percorso formativo più adatto possa portare ad un futuro lavorativo sicuro e stabile proprio qui, in Italia; e per contro, sbagliare la scelta del liceo o dell’università sia spesso sinonimo di disoccupazione.

Secondo i numeri che ”Il Sole 24 Ore” ha pubblicato (elaborati dalla Confindustria), in Italia ci sono qualcosa come 48mila laureati in discipline che il mercato non cerca, e che dunque rimangono a spasso o “ripiegano su occupazioni per cui basta il diploma”, trovandosi così con una laurea in tasca che è poco più di un pezzo di carta; viceversa, le aziende italiane hanno bisogno di molti più laureati in discipline che gli studenti italiani continuano a non scegliere.

E’ solo una questione di stile.

(A cura di Carleo Santi Pinto)
(fonti: paperblog.it; studenti.it)

Manfredonia, Università e lavoro: no alla scelta per esclusione (XXXII) ultima modifica: 2013-06-05T13:34:02+00:00 da Redazione



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Commenti


  • sonounpersonagggio

    per molti lavori tecnici (per l’italia) basta il diploma e se si vuole lavorare per quello che si è studiato all’ università serve il massimo dei voti e università prestigiosa altrimenti è come non averla fatta, parlo per anni di esperienza

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