CulturaMacondo
Puntata numero 179. Recensione di "La banda degli amanti" (Massimo Carlotto, E/O 2015) e "La giovane morte di Mario PIetrantoni" (Erica Belli, Frassinelli 2015)

Macondo – la città dei libri


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Logo macondo“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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Battaglie di perdenti. Ovvero: la lotta di classe secondo Massimo Carlotto
di Piero Ferrante
6096057_376121Libro, “La banda degli amanti”. Pagina 113. Marco Buratti si, proprio lui, l’Alligatore, si avvicina al suo collaboratore Max La Memoria mentre questi, di spalle, dice: “Abbiamo sempre avuto ragione, eppure abbiamo sempre perso. Perché?”.

Una frase così netta, messa in un libro così forte, che racconta una storia così spudorata, è come uno di quei ceppi piantati a margine dei sentieri partigiani o qualcuna delle incisioni tracciate dagli amanti sulle cortecce degli alberi che ombreggiano i tratturi garganici: non raccontano i particolari della trama, ma aiutano a capire il senso nascosto delle cose. Perché? Perché “La banda degli amanti”, il nuovo potentissimo libro di Massimo Carlotto (che, dopo la lunga parentesi delle Vendicatrici e Respiro Corto, torna a scrivere per E/O) è proprio un inno alla sconfitta. Meglio, agli sconfitti, che, spesso e pure, sono quelli che hanno dalla loro la ragione (ma – lo diceva anche Salvador Allende – violenza e giustizia sono incompatibili da sempre). Sono loro i grandi protagonisti. Sono loro, i delusi dalla vita, i combattenti sconfitti, le bestie abbattute, che si fronteggiano in una guerra disperata alla sopravvivenza, per giunta in un Veneto estremo che la crisi ha impoverito.

E “L’arte degli amanti” è il romanzo criminale (e non solo) del Veneto contemporaneo, dove puttanieri e imprenditori, politici e corruttori incrociano di proposito strade e faccende, per trarne vicendevolmente beneficio. Un Veneto che Carlotto descrive vividamente, tracciando skyline di città costruite con calcestruzzo di rabbia e bitume di emarginazione sotto cieli affollati di nuvole di razzismo. Città disgregate come corpi da cui sono usciti fuori i nervi. Città come mari di sterco caldo in cui i tanti poveri arrancano e affondano, ingoiando tutto, mentre i soliti pochi ricchi li stanno a guardare divertiti dalla riva. Ricchi alla stregua di Giorgio Pellegrini, il criminale di Arrivederci amore, ciao e Alla fine di un giorno noioso. Lui, raffinata mente criminale, è uno di quelli che sopravvivono al meglio ad ogni stagione. Conosce il mondo e lo cavalca a pelo. Le sue strategie criminali sono più avanti dei tempi della giustizia, dettano i tempi, costringono lo Stato all’inseguimento per poi cambiare strada, scartare di lato. Oppure mettere tutto a tacere tutti col contante, col favore, con lo sniffo, con le donne. Pellegrini è il cancro che corrode la società, la consuma lentamente, bevendo sorso dopo sorso ogni rivolo d’energia. Pellegrini è il Re di Cuori del mazzo, la matta, la variabile impazzita.

L’Alligatore, Max La Memoria e Beniamino Rossini, con i loro dolori, i loro errori, i loro mali, le loro apparenze sgangherate, non possono che essere la sua ovvia nemesi. Sono loro, la gang degli estenuati perdenti, l’altra faccia della luna, quella che Pellegrini vorrebbe sempre giacesse nell’oscurità. Assunti da una ricca svizzera per indagare sul caso del suo amante scomparso, si trovano intrappolati alla deriva, spersi e abbandonati nel periglio di ricordi, avendo per zattera soltanto la missione, l’unica cosa che possa impedir loro di pensare.

Quel che ne nasce non è solo la cronaca noir di una battaglia, ma un libro perfetto. Duro, emotivo, attuale. Un romanzo schierato, di parte, quasi di classe. Perché è evidente che la penna di Carlotto non ammette diseguaglianze. Piuttosto, è un’arma di implacabile verità, sotto il cui scrivere borghesia fa rima con vizio. Una borghesia che lui sforma, obbligandola a perdere quell’impassibile tono di compostezza un po’ da galateo, un po’ da compassione verso il prossimo. E che si rivela anzi cagnesca e bieca, non filantropica ma invece infida e a tratti grottesca.

Nella letteratura, ci sono poche certezze, pochi punti fermi. Carlotto è uno di quelli indiscutibili. Non solo racconta storie, ma spiega la realtà. I suoi libri sono occhiali. Basta inforcarli per cambiare prospettiva una volta. E per sempre.

Massimo Carlotto, “La banda degli amanti”, E/O 2015
Giudizio: 4.5 / 5 – lacrime di alligatore

Da leggere ascoltando: Luigi Tenco, Lontano lontano
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Recensioni al Massimo
di Massimo Ricciuti
frassTitolo: La giovane morte di Mario Pietrantoni
Autore: Enrica Belli
Editore: Frassinelli
Anno: 2015
Chi ha ucciso Mario Pietrantoni, giovane promessa già affermata del ciclismo italiano? A indagare è chiamato il commissario Linguini, di origini napoletane e poco a suo agio in terra abruzzese: il sogno è tornare in Campania, ma deve prima risolvere questo caso, che si presenta complesso sin dall’inizio. Due persone, infatti, si autoaccusano del delitto: un contadino che avrebbe agito per punire la vittima a causa di un furto d’uva e un giovane benestante del luogo per questioni legate a una ragazza. Linguini non ha figli e avrebbe tanto voluto essere il padre di uno come Mario: perciò s’impegna con tutte le sue forze per trovare il vero assassino, non credendo alle due confessioni. Siamo nel 1931 e la presenza fascista è molto forte anche in quel tranquillo angolo d’Abruzzo. Non essendosi mai allineato al regime e al partito, Mario non era visto di buon occhio e il commissario decide di concentrare le indagini in quella direzione.

Il romanzo si sviluppa su due piani narrativi separati, che si alternano fra loro. Da un lato assistiamo, infatti, alla descrizione della famiglia Pietrantoni e dei rapporti che intercorrono fra i suoi membri: poveri contadini, guidati dalla figura dell’anziana Antonia, nonna di Mario. Proprio lei regala al nipote la prima bicicletta, incoraggiandone i sogni di gloria e di ricchezza ma suscitando le invidie del padre di Mario, che si è sempre visto scavalcato nel proprio ruolo di capofamiglia. Dall’altro lato si svolge l’inchiesta portata avanti da Linguini, il quale, dopo aver battuto varie piste, troverà l’intuizione giusta che lo porterà alla dolorosa soluzione del caso. Sullo sfondo la vita di un paese rurale della provincia di Chieti attraversato dal fiume Alento e in cui lo scorrere del tempo è scandito dalle varie fasi della lavorazione dei campi. Un romanzo che mi ha ricordato le tante estati trascorse in un posto simile proprio in Abruzzo e, anche per questo motivo, l’ho apprezzato particolarmente.

Il punto massimo:
Quel giorno e nei giorni seguenti quel nome – Girardengo – e quel pensiero – il ciclismo, i soldi che piovono da un cielo carico sotto vagoni di ragazzini felici in bicicletta – presero a ribollirgli nella testa. Quando era sicuro di esser solo, in una stanza buia o in mezzo a filari di granoturco, provava corse sul posto con le gambe che invece di tracciare linee rette sulla terra disegnavano cerchi nell’aria, con le ruote che andavano veloci e si scioglievano in tracciati inesplorati, disponeva le braccia parallele sul suo manubrio immaginario. E lire di carta e di metallo gli rimbalzavano nella testa, insieme a telai e copertoni gli facevano da sottofondo costante ai pensieri e alle azioni.
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Macondo – la città dei libri ultima modifica: 2015-06-05T18:37:23+00:00 da Redazione



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