Il nemico? No, il nemico è chi pretende il silenzio.
Perdonateci.
Perdonateci se in questi cinque anni abbiamo avuto il cattivo gusto di fare i giornalisti invece dei tifosi.
Perdonateci se davanti a un progetto annunciato, rinviato, corretto, riscritto e ripresentato decine di volte abbiamo avuto l’ardire di chiedere documenti invece di limitarci agli applausi.
Perdonateci se abbiamo preferito gli atti ai comunicati.
Oggi apprendiamo che il vero ostacolo, la vera montagna da scalare, non sarebbero stati i ritardi burocratici, gli iter amministrativi, le autorizzazioni, i finanziamenti, le scadenze continuamente spostate. No. Il problema saremmo stati noi. I giornalisti. Qualche sindacalista. Chi ha osato chiedere conto di ciò che stava accadendo.
Che straordinaria scoperta.
È sempre più facile prendersela con chi fa domande che con chi deve dare risposte.
Ma qui c’è un piccolo dettaglio che qualcuno finge di dimenticare.
Gli oltre ottanta milioni di euro destinati al progetto non sono soldi piovuti dal cielo. Non appartengono a una multinazionale. Non appartengono a un imprenditore. Non appartengono a un amministratore.
Sono risorse pubbliche. Sono soldi dei cittadini.
E quando si amministrano soldi pubblici, il controllo non è una cortesia. È un diritto dei cittadini e un dovere dell’informazione. Punto.
Per cinque anni abbiamo letto cronoprogrammi che cambiavano più velocemente delle stagioni.
Abbiamo visto date trasformarsi in altre date. Produzioni annunciate e poi rinviate. Certezze diventare ipotesi. Ipotesi diventare nuove promesse.
Ogni volta ci veniva spiegato che mancava solo un ultimo passaggio. Poi arrivava l’ultimo dell’ultimo. Poi quello definitivo. Poi quello davvero definitivo.
E adesso qualcuno si stupisce se un giornalista continua a chiedere: “Possiamo vedere le carte?”
Davvero?
La trasparenza non è un’offesa. È il minimo sindacale.
Fa sorridere, poi, sentir parlare di “territorio che rema contro”.
No.
Il territorio non ha remato contro. Il territorio ha semplicemente smesso di bersi qualsiasi comunicato senza fare una piega.
E questa, semmai, è una conquista di civiltà. Perché un territorio adulto non applaude sulla fiducia. Controlla. Verifica. Pretende.
Esattamente come dovrebbe fare la stampa.
Noi non abbiamo mai scritto che il progetto sarebbe fallito. Non abbiamo mai definito nessuno uno speculatore. Non abbiamo mai emesso sentenze. Abbiamo fatto una cosa infinitamente più semplice. Abbiamo raccontato quello che c’era. E quando mancavano gli atti abbiamo scritto che mancavano gli atti.
Quando mancavano le autorizzazioni abbiamo scritto che mancavano le autorizzazioni. Quando mancavano le delibere abbiamo scritto che mancavano le delibere.
Adesso che le delibere arrivano siamo i primi a prenderne atto.
Ma prendere atto non significa inginocchiarsi. Significa continuare a vigilare. Perché la storia non finisce con un comunicato stampa. Inizia adesso. Adesso arrivano i fatti. Adesso arrivano gli impegni da rispettare. Adesso arriveranno le assunzioni, il trasferimento dei lavoratori, la riconversione dello stabilimento, l’avvio della produzione.
Ed è su questo che si misureranno tutti.
Non sulle dichiarazioni. Sui risultati.
Quanto alle frecciate rivolte a chi avrebbe “remato contro”, ci permettiamo una risposta.
Se fare domande significa remare contro, allora continueremo a farlo. Se chiedere gli atti significa disturbare, continueremo a disturbare. Se pretendere trasparenza dà fastidio, ci dispiace: è esattamente il motivo per cui esiste una stampa libera.
Perché il giornalismo non nasce per accarezzare il potere.
Nasce per controllarlo. Sempre. Anche quando il potere si veste da salvatore. Anche quando chiede fiducia. Anche quando pretende gratitudine.
E una cosa sia chiara.
Il giorno in cui da quello stabilimento usciranno davvero i primi granuli riciclati, saremo felici. Per i cinquantasei lavoratori. Per le loro famiglie. Per Pozzilli. Per il Molise. Per tutto il territorio.
Ma nessuno osi raccontare che chi ha chiesto trasparenza fosse il problema.
Perché, molto semplicemente, la democrazia funziona esattamente al contrario.
I giornalisti passano. Gli imprenditori passano. I sindaci passano. I governi passano. I finanziamenti finiscono.
Quello che deve restare è un principio semplice, antico e incrollabile:
i soldi pubblici non chiedono applausi. Chiedono controllo. E il controllo non si negozia. Mai.
A cura di Maurizio Varriano



