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Manfredonia, pesca a strascico sottocosta ? “No. Tutta finzione”

AUTORE:
Giuseppe de Filippo
PUBBLICATO IL:
5 Ottobre 2009
Manfredonia //

pescaastracicoManfredonia – VENTI, trenta,  quaranta natanti. Per qualcuno addirittura “anche sessanta”. Questo il numero di barche impegnate ogni giorno nel Golfo di Manfredonia, per l’attività illecita di «pesca a strascico sottocosta». Ovvero: la pesca fatta con reti da traino, a poco meno di 200 metri dalla riva. Il numero di barche rilevate non sarebbe nemmeno “elevato” se la legge italiana non vietasse tuttavia, in modo inderogabile, l’attività di pesca sopra indicata. La norma 963 del 14 luglio 1965,  recante “disciplina della pesca marittima” (modificata dal articoli 3, 4, 29 e 30 della Legge 17/2/82, n. 41),  e la norma regolamento CE 1967/2006, prevede infatti “il divieto dell’uso di attrezzi trainati entro una distanza di 3 miglia nautiche dalla costa”, o “all’interno dell’isobata di 50 metri”, quando questa profondità sia raggiunta “a una distanza inferiore dalla costa”. I natanti di Manfredonia impegnati  nelle attività illecite indicate sono stati segnalati da una troupe di Striscia La Notizia, con una video-intervista andata in onda,l o scorso 3 ottobre,  su Canale 5.

Ma in cosa consiste la  pesca a strascico ? Quali  i rischi, quali le conseguenze “deletiere” che hanno portato Governo e Unione a vietare la pesca con traini “entro le 3 miglia nautiche dalla costa”. Innanzitutto quando si parla di pesca “a strascico” si fa riferimento ad un sistema di pesca marina che prevede “il traino attivo”, su un fondale, di una rete. Una rete, generalmente di forma conica, che può essere trainata da una o due barche. La rete per lo strascico è suddivisibile tecnicamente in tre parti: la coda, apribile per estrarre il pescato, detta anche sacco; l’apertura o bocca; e la parte centrale chiamata ventre. Spesso ai lati della bocca (l’apertura) sono presenti due lunghe strisce di rete triangolare, con funzioni di “invito” per i pesci. Queste due strisce vengono  chiamate ali. Se la pesca a strascico è praticata da due  barche “in coppia”, le ali possono essere mantenute aperte anche da ambedue i natanti (con un tonneggio attaccato ad ognuna di esse). Tuttavia, per la pesca a strascico viene utilizzata generalmente una sola barca. La rete è mantenuta aperta da strutture chiamate porte (o divergenti). Le porte sono disponibili in diverse forme e misure, utili per a tenere la rete a contatto col fondo o sollevate da esso. Affinché le porte facciano il loro compito, il natante deve mantenere una velocità di viaggio costante tra i  2,5-4 nodi. La parte della bocca e delle ali che strascica il fondale è armata in genere di piombi e catene, con  funzione di smuovere il sedimento e farne uscire pesci ed altri animali che vi fossero intanati. La parte superiore delle ali è dotata invece di galleggianti, utili per mantenere la bocca aperta. Infine, tra le reti a strascico di tipo bentoniche (utilizzate per prede che stiano sul o nei pressi del fondale) la più comune è la paranza, una rete manovrata inizialmente da due imbarcazioni, oggi invece da una. Oltre alla paranza c’è il rapido o la sogliolara: rete piccola, senza ali e dotata di una cornice rigida attorno alla bocca, che nella parte inferiore è armata di denti, impiegata principalmente per la pesca di pesci piatti, razze, molluschi bivalvi, come vongole e telline; poi la gangamella: rete piccolissima (poco più di un retino) strascicata lentamente di notte sulle praterie di Posidonia oceanica, per catturare i gamberetti; e infine la sciabica e lo sciabichello, simili alla paranza, con la differenza che vengono trasportate a mare da un’imbarcazione per poi essere salpate da terra.

pescastrascico2Adesso: la pesca a strascico bentonica è fonte di impatto “notevole” sull’ambiente marino circostante. I traini della barca hanno infatti la capacità di distruggere, o quanto meno di asportare, qualunque cosa incontrino sul fondale: pesci, invertebrati, coralli, alghe, posidone, lasciando così “devastato” l’ambiente marino e mettendo a serio rischio il reimpiantamento delle comunità biotiche originarie. Peraltro, la pesca a strascico fornisce la maggioranza del pescato di specie demersali, notevole anche in base al numero di operatori presenti (secondo uno studio del 2000, i permessi per la pesca a strascico divergenti, in Italia, rappresentavano il 33%, mentre il pescato demersale a strascico costituiva l’81% del totale, oltre un 3% per lo strascico al gambero). La situazione emersa potrebbe arrecare danni irreversibili soprattutto in casi di  “ecosistemi complessi” , come quello ad esempio della prateria di Posidonia oceanica, a rischio di ““distruzione totale” anche con “una sola passata”.

Un altro problema causabile dalla pesca a strascico è la sua «non selettività»: vale a dire la raccolta indiscriminata di qualsiasi cosa cada nella rete del natante (come sottolineato anche da un operatore di Zapponeta intervistato dall’inviato di Striscia). La rete a strascico raccoglie infatti di tutto, specie commerciali e non commerciali (cd bycatch), adulti e giovani. Da qui la necessità rilevata di aumentare le dimensioni dele maglie della rete costituente il sacco per evitare il bycatch di giovanili (soprattutto per il nasello), o l’istituzione di periodi di fermo biologico (fasi riproduttive dei principali organismi oggetto di pesca o di bycatch) in cui la pesca a strascico è vietata completamente in ogni luogo, per consentire la riproduzione di questi animali.

golfo-tramontoIl 60% della pesca a strascico in profondità avviene proprio nell’Atlantico nordoccidentale, grazie alle attività di operatori marittimi del Portogallo, della Spagna, della Germania, del Canada e della Russia. «Sono dei veri bulldozer degli oceani, in grado di distruggere tutto quello che incontrano sulla loro strada- ha detto di recente Bunny McDiarmid, reponsabile Oceani di Greenpeace – Se le Nazioni unite non adotteranno a breve una moratoria a questa pratica illegale di pesca – conclude McDiarmid – molta della biodiversità degli Oceani scomparirà del tutto ed anche sui banchi delle pescherie arrivera ben poco».

Per quanto riguarda Manfredonia: i natanti osservati da Striscia utilizzavano, come forma di copertura alle loro attività illecite, dei parabordi sulle sigle di riconoscimento delle barche. Un ulteriore problema, evidenziato da un ‘lupo di mare’: la maggior parte del pescato effettuato tramite lo strascico sottocosta finirebbe nei mercati locali, spesso venduto sotto forma di contrabbando. E i controlli ? «Pochi e fatti pure male», ha detto ancora l’operatore di Manfredonia. Alcuni addetti di sezioni marittime locali avrebbero inviato una lettera alla Capitaneria di Porto di Manfredonia (all’epoca presieduta dal comandante siciliano, capitano di Fregata, Giuseppe Sciarrone, oggi sostituito dal 48enne messinese Antonio Zanghì), nella quale  chiedevano all’ente di “incrementare i controlli nelle coste”, per evitare il fenomeno illegale del “sottocosta”. Ma in base a quanto raccontato a Striscia dallo stesso operatore, la Capitaneria di Porto avrebbe negato un intervento in mare. Questo a causa di una “carenza del carburante necessario” per muovere le unità navali della sezione. E i pescatori di Manfredonia ? E i cosiddetti operai delle zone marine ? E loro: i protagonisti indiscussi delle scorsa estate, grazie ad una serie di proteste collettive (arrivate fino a Bruxelles) contro il caro gasolio e la mancata retribuzione dopo il fermo pesca. Intervistati da Striscia, alcuni pescatori sipontini si sono dichiarati all’oscuro del fatto, negando praticament eil  tutto: «qua delle barche a pescare sottocosta ? Io non ho visto niente – ha detto un pescatore – Questo tipo di pesca a Manfredonia non si è mai praticata». Mezze bugie e verità sincopate. Menzogne sfociate addirittura in teoremi di difesa ironici: «No, ma che dice ? Quelle barche là mica pescavano sottocosta. Stavano solo cercando di pulire le reti a mare». L’intervistatore allibito: ” lavare le reti ? Tutte assieme ?”. Il pescatore di riflesso: «sì tutte e venti, unite così, tutte assieme appassionatamente».

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