
Ma in cosa consiste la pesca a strascico ? Quali i rischi, quali le conseguenze “deletiere” che hanno portato Governo e Unione a vietare la pesca con traini “entro le 3 miglia nautiche dalla costa”. Innanzitutto quando si parla di pesca “a strascico” si fa riferimento ad un sistema di pesca marina che prevede “il traino attivo”, su un fondale, di una rete. Una rete, generalmente di forma conica, che può essere trainata da una o due barche. La rete per lo strascico è suddivisibile tecnicamente in tre parti: la coda, apribile per estrarre il pescato, detta anche sacco; l’apertura o bocca; e la parte centrale chiamata ventre. Spesso ai lati della bocca (l’apertura) sono presenti due lunghe strisce di rete triangolare, con funzioni di “invito” per i pesci. Queste due strisce vengono chiamate ali. Se la pesca a strascico è praticata da due barche “in coppia”, le ali possono essere mantenute aperte anche da ambedue i natanti (con un tonneggio attaccato ad ognuna di esse). Tuttavia, per la pesca a strascico viene utilizzata generalmente una sola barca. La rete è mantenuta aperta da strutture chiamate porte (o divergenti). Le porte sono disponibili in diverse forme e misure, utili per a tenere la rete a contatto col fondo o sollevate da esso. Affinché le porte facciano il loro compito, il natante deve mantenere una velocità di viaggio costante tra i 2,5-4 nodi. La parte della bocca e delle ali che strascica il fondale è armata in genere di piombi e catene, con funzione di smuovere il sedimento e farne uscire pesci ed altri animali che vi fossero intanati. La parte superiore delle ali è dotata invece di galleggianti, utili per mantenere la bocca aperta. Infine, tra le reti a strascico di tipo bentoniche (utilizzate per prede che stiano sul o nei pressi del fondale) la più comune è la paranza, una rete manovrata inizialmente da due imbarcazioni, oggi invece da una. Oltre alla paranza c’è il rapido o la sogliolara: rete piccola, senza ali e dotata di una cornice rigida attorno alla bocca, che nella parte inferiore è armata di denti, impiegata principalmente per la pesca di pesci piatti, razze, molluschi bivalvi, come vongole e telline; poi la gangamella: rete piccolissima (poco più di un retino) strascicata lentamente di notte sulle praterie di Posidonia oceanica, per catturare i gamberetti; e infine la sciabica e lo sciabichello, simili alla paranza, con la differenza che vengono trasportate a mare da un’imbarcazione per poi essere salpate da terra.

Un altro problema causabile dalla pesca a strascico è la sua «non selettività»: vale a dire la raccolta indiscriminata di qualsiasi cosa cada nella rete del natante (come sottolineato anche da un operatore di Zapponeta intervistato dall’inviato di Striscia). La rete a strascico raccoglie infatti di tutto, specie commerciali e non commerciali (cd bycatch), adulti e giovani. Da qui la necessità rilevata di aumentare le dimensioni dele maglie della rete costituente il sacco per evitare il bycatch di giovanili (soprattutto per il nasello), o l’istituzione di periodi di fermo biologico (fasi riproduttive dei principali organismi oggetto di pesca o di bycatch) in cui la pesca a strascico è vietata completamente in ogni luogo, per consentire la riproduzione di questi animali.

Per quanto riguarda Manfredonia: i natanti osservati da Striscia utilizzavano, come forma di copertura alle loro attività illecite, dei parabordi sulle sigle di riconoscimento delle barche. Un ulteriore problema, evidenziato da un ‘lupo di mare’: la maggior parte del pescato effettuato tramite lo strascico sottocosta finirebbe nei mercati locali, spesso venduto sotto forma di contrabbando. E i controlli ? «Pochi e fatti pure male», ha detto ancora l’operatore di Manfredonia. Alcuni addetti di sezioni marittime locali avrebbero inviato una lettera alla Capitaneria di Porto di Manfredonia (all’epoca presieduta dal comandante siciliano, capitano di Fregata, Giuseppe Sciarrone, oggi sostituito dal 48enne messinese Antonio Zanghì), nella quale chiedevano all’ente di “incrementare i controlli nelle coste”, per evitare il fenomeno illegale del “sottocosta”. Ma in base a quanto raccontato a Striscia dallo stesso operatore, la Capitaneria di Porto avrebbe negato un intervento in mare. Questo a causa di una “carenza del carburante necessario” per muovere le unità navali della sezione. E i pescatori di Manfredonia ? E i cosiddetti operai delle zone marine ? E loro: i protagonisti indiscussi delle scorsa estate, grazie ad una serie di proteste collettive (arrivate fino a Bruxelles) contro il caro gasolio e la mancata retribuzione dopo il fermo pesca. Intervistati da Striscia, alcuni pescatori sipontini si sono dichiarati all’oscuro del fatto, negando praticament eil tutto: «qua delle barche a pescare sottocosta ? Io non ho visto niente – ha detto un pescatore – Questo tipo di pesca a Manfredonia non si è mai praticata». Mezze bugie e verità sincopate. Menzogne sfociate addirittura in teoremi di difesa ironici: «No, ma che dice ? Quelle barche là mica pescavano sottocosta. Stavano solo cercando di pulire le reti a mare». L’intervistatore allibito: ” lavare le reti ? Tutte assieme ?”. Il pescatore di riflesso: «sì tutte e venti, unite così, tutte assieme appassionatamente».


