San Giovanni Rotondo – CONFERMA della condanna a tre anni di reclusione per “lesioni e falsità materiale” ai danni dell’anatomo-patologo Francesco Facilone, medico 59enne barese, convenzionato, al tempo del fatto inerente la condanna (2002), con l’ospedale San Paolo di Bari. La notizia è del Corriere della Sera (edizione Cor.Mezzogiorno): Facilone è accusato di aver diagnosticato un tumore al seno ad una paziente che aveva in cura, che invece era sana. Il reato di “falsità materiale” per l’uomo a causa della falsa attestazione relativo ad un “blocchetto di inclusione” in paraffina di un tumore maligno, inviato ad alcuni colleghi, sanitari che avevano scoperto l’errore nella diagnosi dell’uomo. Conferma da parte dei giudici di una provvisionale esecutiva di 30mila euro, per la parte civile. In particolare, Facilone avrebbe diagnosticato alla donna (fonte: Corriere del Mezzogiorno.it) un “carcinoma duttale infiltrante” (tumore maligno) alla mammella sinistra, confonendolo con il “fibroadenoma giovanile” (patologia benigna e innocua), che la donna effettivamente accusava. L’errore dopo l’inesatta interpretazione di un esame citologico (per neoplasia al seno) e la successiva lettura del referto dell’esame istologico. Proprio a causa dell’errata diagnosi di Facilone, la donna fu sottoposta ad un intervento chirurgico ablativo, dagli effetti demolitivi, consistito nella «lobectomia» della mammella (asportazione di un quadrante mammario) e nella «linfadenectomia ascellare sinistrà (dissezione di tutti i linfonodi ascellari omolaterali).
A danno della paziente anche una serie di trattamenti antitumorali, ormonali e radianti provocandole lesioni guaribili in tre mesi. La donna è stata ricoverata, nel corso delle sue terapie antitumorali, nell’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo (Foggia). L’errore del medico sarebbe stato scoperto dopo che altri sanitari del nosocomio foggiano avrebbero chiesto a Facilone di visionare il campione del «carcinoma» diagnosticato alla donna. E qui sarebbe scattato il tentativo di “falsità materiale” del medico, che, sempre secondo l’accusa, avrebber inviato ai colleghi un «blocchetto di inclusione» in paraffina di un tumore maligno allo scopo di farlo apparire come appartenente alla donna, alla quale aveva diagonisticato un tumore. Dopo un esame del Dna, si è infatti accertato che il campione di tessuto inviato era estraneo alla donna ed addirittura differente dal carcinoma «duttale infiltrante» che lo stesso medico aveva diagnosticato alla donna erroneamente diagnosticato.