
“Il nostro sistema agricolo – ha spiegato l’assessore provinciale alle Politiche Agricole, Savino Santarella – necessita di una azione di promozione e di una vera e propria attività di conoscenza, soprattutto con riferimento alle giovani generazioni. Sempre più spesso i nostri ragazzi non hanno cognizione delle dinamiche di coltivazione e di allevamento, delle nostre produzioni tipiche, finanche del legame che unisce l’ambiente al territorio, il cibo alla natura”. Per l’assessore provinciale alel Politiche Ambientali, Stefano Pecorella, la fattoria didattica rappresenterà “lo strumento di conoscenza di una realtà in molti casi sconosciuta alle nuove generazioni”.
(Nota: per Fattoria didattica si indica un’azienda agraria o agrituristica nelle quali viene svolta attività di accoglienza ed educazione di gruppi scolastici e nelle quali viene offertà l’opportunità di conoscere le attività dell’azienda. La qualifica di Fattoria Didattica viene assegnata solitamente dall’amministrazione regionale sulla base dell’accettazione da parte dell’azienda agricola di alcuni standard definiti da una “carta della qualità”, in particolare l’azienda deve impegnarsi da un lato al rigoroso rispetto delle normative di sicurezza che comprendono la messa in sicurezza di materiali e sostanze pericolosi, la copertura assicurativa dei visitatori, la presenza di personale addestrato nel primo soccorso, la corretta segnalazione di eventuali aree ad accesso limitato dall’altro lato l’azienda deve presentare una proposta educativo/formativa legata all’effettiva produzione agricola o animale. La Fattoria Didattica rimane quindi principalmente un’azienda agricola nella quale viene anche proposta un’attività educativa “attiva”, i piccoli visitatori vengono spesso coinvolti nell’attività di realizzazione di un “prodotto” tipico dell’azienda)
Le nuove generazioni, i lavori nei campi, le tradizioni da attivare tramite un progetto da circa 300 mila euro per una fattoria didattica, finalizzata alla conoscenza dei processi produttivi dell’alimentare. Oggi. Fine 2009.
E un tempo invece come si tramandava l’attività nei campi dei nostri avi ? Come facevano i proprietari di terre e agri ad inculcare nei giovani la voglia di cimentarsi nei campi ? Cosa spingeva soprattutto questi uomini, quali erano le didattiche tramandate per infondere in chi, ancora insperto e con i calzoni a metà gamba, prendeva per la prima volta una zappa in mano. Senza fare rimbalzi eccessivi, e al ritroso, nel tempo, basta leggere questi semplici testi di alcuni braccianti di Cerignola (dal sito www.masseriacanastrello.it).
Il giornalista con competenza, con assennata logica, non dovrebbe mai combinare opinione (views) nelle sue notizie (news). Fatti più fatti, con interpretazione indiretta. Vale a dire Straight reporting. Allora, le poesie di questi onesti braccianti:
“I nostri antenati non avevano fame di possedere un pezzetto un terra perché civolevano i mezzi per coltivarla; laratro il cavallo perciò preferivano lavorare alla giornata perché da noi a quei tempi il lavoro
cenera tanto; ed i lavori si svolgevano tutti a mano; la mietitura anche a pesare il grano si mettevano i covoni per terra si faceva il giro tonto in mezzo all/aia è con i cavalli si pesava calpestando i covoni; poi bisognava ventilarlo mettere a parte paglia e grano; perciò i lavori erano molto duri e faticosi; bisognava lavorare dodici, anche quattordici ore al giorno. Invece ai principi del 1900 incominciarono a vedersi i primi mezzi meccanici; le mietitrice erano le Cornich e le Derinch; invece per le trebbiatrici le Claiton o pure le Marscal (dal manoscritto “Cerignola Antica”

“…L’arnese era la falce che per tagliare il grano bisognava curvarsi di più della zappa lavorando dai dieci-dodici ore al giorno sotto quel sole cocente;
lascio immaginare come duole a chi legge, figuriamoci ai lavoratori i quali desideravano che una piccola nuvoletta con un bel venticello coprendo un solo minuto il sole, per godere un po’ di fresco. Per andare a lavorare si doveva andare a piedi e per non consumare scarpe si camminava scalzi; com’era miserabile la vita!…
Bifolchi e cafoni
…Per arrivare alla masseria…questi feudi a masseria quando terminava il feudo c’erano tre quattro chilometri da fare e quando si arrivava alla masseria era oscuro proprio che non si vedeva niente. E poi lì si trovava un calderone con un po’ d’erba cotta. E quest’erba cotta se la mangiavano i bifolchi e gli altri, i cafoni. I bifolchi erano quelli che lavoravano con i buoi, i cafoni erano quelli che aravano la terra con i cavalli, ecco la differenza tra bifolchi e cafoni. ( Giuseppe Angione (1895-1981) bracciante. Da un manoscritto, Cerignola (Fg) 1977)


