Un’altra sentenza sfavorevole per la Provincia nel contenzioso sul Canone unico patrimoniale (CUP) applicato alle infrastrutture nel sottosuolo collegate agli impianti da fonti rinnovabili. Il Consiglio di Stato ha respinto l’appello dell’ente e ha confermato la decisione del Tar che aveva annullato gli atti con cui la Provincia chiedeva il pagamento del canone alla Giglio srl.
La vicenda riguarda le opere necessarie alla connessione e al trasporto dell’energia, con posa di cavidotti e infrastrutture correlate. La Provincia aveva richiesto il pagamento del CUP per l’occupazione del sottosuolo. La società, però, aveva contestato la pretesa sostenendo che l’importo fosse stato calcolato con criteri non adeguati e, soprattutto, senza una motivazione puntuale sul caso specifico. Il Tar aveva già riconosciuto le criticità dell’istruttoria e dell’impostazione amministrativa, accogliendo il ricorso.
In appello la Provincia ha tentato di difendere l’impianto delle proprie determinazioni, ritenendo sufficiente il richiamo ai criteri tariffari adottati e sostenendo la legittimità dell’imposizione. Il Consiglio di Stato, invece, ha confermato la linea già emersa in pronunce analoghe: la potestà impositiva esiste, ma deve essere esercitata con rigore, trasparenza e proporzionalità.
Il cuore della decisione ruota attorno alla motivazione.
Non basta indicare che “il canone è dovuto” o richiamare una tariffa standard: occorre dimostrare, in modo concreto, come la tariffa venga applicata, quali siano i parametri effettivi dell’occupazione, quale sia l’estensione reale del tratto interessato, la durata, le modalità di posa, l’impatto sul bene pubblico e il collegamento logico-giuridico tra questi dati e l’importo finale. Quando questa catena motivazionale manca o risulta debole, gli atti diventano vulnerabili in giudizio.
La sentenza si inserisce in una fase in cui il rapporto tra enti locali e imprese delle rinnovabili è sempre più delicato. L’espansione degli impianti FER implica nuove infrastrutture e nuovi cantieri. Gli enti, dal canto loro, cercano risorse anche attraverso canoni e tributi. Ma quando la richiesta economica appare eccessiva o non adeguatamente motivata, il contenzioso esplode, rallentando investimenti e creando incertezza.
Inoltre, i giudici richiamano indirettamente un principio di equilibrio: l’applicazione del CUP non può trasformarsi in un meccanismo che ostacola lo sviluppo delle infrastrutture energetiche, soprattutto quando la normativa nazionale ed europea spinge in direzione opposta, favorendo la transizione ecologica e l’incremento della produzione da rinnovabili. Anche qui, il punto non è “azzerare” il canone, ma applicarlo in modo corretto e proporzionato.
Per la Provincia, la serie di pronunce sfavorevoli potrebbe imporre una riflessione su regolamenti, istruttorie e criteri applicativi. Per le imprese, invece, si consolida un orientamento giurisprudenziale che consente di contestare richieste fondate su automatismi e su atti privi di adeguata motivazione. Un segnale, infine, anche per altri enti: le pretese economiche vanno costruite su basi solide, perché il giudice amministrativo – come dimostra questa decisione – non tollera scorciatoie.



