Arrivano in aula nuove dichiarazioni nel processo sul presunto sequestro-lampo di un 19enne avvenuto a San Severo nel quartiere San Bernardino, episodio che secondo l’accusa sarebbe durato circa otto ore e avrebbe avuto come obiettivo la richiesta di denaro per la liberazione del giovane.
Nel procedimento, davanti alla Corte d’Assise di Foggia, sono imputati i cognati Carmine Bevilacqua (1988) e Francesco Pio Delle Vergini (2001), entrambi agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, accusati di aver trattenuto la vittima in un’abitazione tra le 14 e le 22, minacciandola e chiedendo il pagamento di 6mila euro per la sua liberazione.
Secondo l’impianto accusatorio, coordinato dalla DDA di Bari, il sequestro sarebbe nato da una presunta operazione truffaldina legata a trasferimenti di denaro e carte prepagate, con un bonifico da 10mila euro finito sulla disponibilità della vittima e poi oggetto di contestazione tra più soggetti coinvolti.
A chiarire alcuni passaggi della vicenda è stato in aula il padre del giovane, che ha deposto come teste della difesa. L’uomo, ascoltato dall’avvocato Ettore Censano e dalla pm Bruna Manganelli, ha raccontato di aver ricevuto una telefonata dal figlio e di essere stato poi messo in contatto con uno degli imputati.
“Intorno alle 17 ho ricevuto una telefonata da parte di mio figlio. Ha chiamato dal suo telefono e poi mi ha passato una persona, Carmine Bevilacqua. Non sapevo chi fosse, non l’ho mai conosciuto”, ha riferito il teste in aula.
Ricostruendo quanto appreso, il padre ha spiegato che la situazione sarebbe degenerata a causa di un blocco di denaro: “Questa persona avanzava dei soldi dal cognato; questi soldi sono arrivati sulla scheda di mio figlio, ma si sono bloccati ed è successo tutto il casino”, ha dichiarato, aggiungendo che con i soggetti coinvolti vi sarebbero stati anche “due o tre napoletani”.
Il teste ha poi riferito di aver contattato l’altro figlio residente a San Severo, che gli avrebbe parlato di una situazione di tensione: il giovane sarebbe stato trattenuto e minacciato con l’ipotesi di essere portato a Napoli se il problema economico non fosse stato risolto. L’importo richiesto sarebbe stato di circa 10mila euro.
Quando il padre si è recato nell’abitazione indicata, ha raccontato, la situazione era già sotto controllo delle forze dell’ordine e non vi sarebbe stato alcun contatto diretto con gli imputati. Alla domanda della pubblica accusa sul coinvolgimento di Bevilacqua nella presunta truffa iniziale, il teste ha risposto seccamente: “No, Bevilacqua non c’entra niente con la truffa”.
Il processo proseguirà nella prossima udienza, già fissata per luglio, quando saranno ascoltati gli ultimi testimoni della difesa, tra cui due soggetti napoletani coinvolti nella vicenda e giudicati con rito abbreviato a Napoli. Nell’inchiesta risulta inoltre un quinto indagato a San Severo e un sesto soggetto ancora non identificato.
Secondo l’accusa, i due imputati avrebbero trattenuto il giovane con l’obiettivo di ottenere un ingiusto profitto come “prezzo della libertà”, impedendogli di allontanarsi dall’abitazione anche attraverso minacce e violenze, fino al pagamento della somma richiesta.
Lo riporta foggiatoday.it.



