ROMA – Diventa definitiva la condanna per usura nei confronti di un 67enne. La Seconda Sezione Penale della Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto contro la sentenza della Corte d’Appello di Bari che aveva confermato la responsabilità dell’imputato per una lunga vicenda usuraria maturata nel territorio della provincia di Foggia.
Il procedimento trae origine da una complessa attività investigativa che aveva portato il Tribunale di Foggia a riconoscere la responsabilità dell’imputato per il reato di usura. In secondo grado la Corte d’Appello di Bari aveva rideterminato la pena in cinque anni di reclusione e 9 mila euro di multa, dichiarando nel frattempo prescritto il reato di estorsione contestato in un diverso capo di imputazione.
Davanti alla Suprema Corte la difesa ha sostenuto che l’intera vicenda dovesse essere considerata come un unico episodio criminoso derivante da una sola originaria pattuizione usuraria. Secondo questa ricostruzione, le successive richieste economiche e le ulteriori dazioni di denaro da parte della vittima avrebbero rappresentato semplicemente l’evoluzione di un unico rapporto illecito e non una pluralità di reati distinti.
La Corte d’Appello aveva invece ritenuto che nel corso degli anni si fossero susseguite nuove pattuizioni e nuove richieste usurarie, ciascuna autonoma rispetto alla precedente e collegata alla crescente difficoltà della vittima di adempiere agli obblighi economici imposti. Da qui il riconoscimento di più episodi criminosi unificati dal vincolo della continuazione.
La Cassazione, tuttavia, non è entrata nel merito della questione. I giudici hanno rilevato che tale censura non era stata proposta nei motivi di appello e che veniva avanzata per la prima volta soltanto nel giudizio di legittimità. Un elemento ritenuto decisivo per dichiarare l’inammissibilità del ricorso.
Secondo la Suprema Corte, il principio del “tantum devolutum quantum appellatum” impedisce infatti di introdurre in Cassazione questioni che non siano state precedentemente sottoposte al vaglio dei giudici di merito. Le contestazioni relative alla qualificazione giuridica dei fatti e alla ricostruzione delle condotte devono essere formulate nei tempi previsti dall’ordinamento processuale e non possono essere riservate all’ultimo grado di giudizio.
I giudici hanno inoltre evidenziato che l’accoglimento della tesi difensiva avrebbe richiesto una nuova valutazione del materiale probatorio e delle modalità con cui si era sviluppato il rapporto tra imputato e persona offesa. Attività che non rientra nei poteri della Corte di Cassazione, chiamata esclusivamente a verificare la corretta applicazione della legge e la tenuta logica delle motivazioni adottate nei precedenti gradi di giudizio.
La decisione ha quindi reso definitiva la condanna. .
A cura di Giovanna Tambo.



