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CEDU ITALIA “Normale che l’uomo superi la resistenza della donna”: CEDU condanna l’Italia

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia a risarcire con 60mila euro una donna per le motivazioni ritenute sessiste e stereotipate

AUTORE:
Redazione
PUBBLICATO IL:
6 Luglio 2026
Cronaca // Focus //

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia a risarcire con 60mila euro una donna per le motivazioni ritenute sessiste e stereotipate con cui una pm di Benevento aveva chiesto l’archiviazione di un caso di presunta violenza domestica e stupro. Al centro della decisione anche una frase attribuita alla magistrata: «È comune negli uomini dover vincere quel minimo di resistenza della donna».

Il caso riguarda Audrey Ubeda, 44 anni, nata in Francia da padre spagnolo e madre campana, residente nel Salernitano. Nel 2021 aveva denunciato l’ex compagno per violenza fisica, psicologica e sessuale anche nei confronti dei due figli. Un mese dopo, la donna e i minori erano stati collocati in una struttura protetta.

Secondo la ricostruzione riportata nel provvedimento europeo, la pm aveva interpretato alcuni episodi in modo contestato: le minacce con un coltello alla gola sarebbero state definite uno «scherzo di cattivo gusto», mentre le percosse ai figli sarebbero rientrate in «misure disciplinari» legate alla potestà genitoriale. La violenza sessuale, invece, era stata inquadrata come parte di una dinamica relazionale “ordinaria”, in cui l’uomo insisterebbe di fronte al rifiuto iniziale della donna.

Per la CEDU, tali argomentazioni hanno violato il divieto di trattamenti inumani e degradanti e il diritto al rispetto della vita privata e familiare, sottolineando inoltre che l’inchiesta non ha rispettato criteri di tempestività, accuratezza ed effettività.

Dopo l’iniziale richiesta di archiviazione, respinta dal giudice per le indagini preliminari, il fascicolo era stato assegnato a un altro pubblico ministero che aveva invece chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio dell’uomo.

L’ex compagno di Audrey Ubeda è stato condannato in primo grado a quattro anni e sei mesi, ed è attualmente in attesa del processo d’appello. Nel 2024 il tribunale per i minorenni di Napoli gli ha inoltre revocato la potestà genitoriale. La donna e i figli, oggi di 15 e 12 anni, sono tornati a vivere nel Salernitano dopo un periodo trascorso in comunità protetta.

«Oggi mi sento rinascere», ha commentato Audrey Ubeda. «Questa è una vittoria di tutte le donne, spero aiuti a non far accadere mai più nulla del genere». La donna ha però evidenziato come resti aperto il tema della tutela: «È grave che non ci sia stata alcuna misura di allontanamento nei confronti dell’uomo».

Ubeda ha infine raccontato di aver adottato misure di prudenza nella vita quotidiana per proteggere sé stessa e i figli, mantenendo un profilo basso anche nel suo impegno contro la violenza sulle donne.

Lo riporta tgcom24.mediaset.it.

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