(CONTINUA). L’impianto accusatorio della Direzione distrettuale antimafia trova il suo fulcro nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Antonio Quitadamo, Andrea Quitadamo e Francesco Notarangelo, ritenute dagli investigatori “convergenti” e riscontrate attraverso sopralluoghi, accertamenti tecnici, intercettazioni, sequestri e attività del ROS.
Per gli inquirenti, la decisione di eliminare Francesco Li Bergolis, detto “Faccia di Pecora”, sarebbe maturata all’interno del gruppo Romito-Lombardi-Ricucci come risposta alla sanguinosa guerra di mafia che da anni opponeva le due fazioni. L’omicidio, secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, non sarebbe stato improvvisato ma preparato nei dettagli, con giorni di appostamenti, sopralluoghi e persino la predisposizione della fossa nella quale il corpo sarebbe stato successivamente occultato.
Andrea Quitadamo racconta che tutto sarebbe cambiato dopo il fallito attentato al fratello Antonio. «Vedi che quello sa qualcosa del fatto di Quitadamo Antonio», avrebbe detto Matteo Lombardi dopo aver ascoltato casualmente Francesco Li Bergolis parlare dell’agguato. Da quel momento, secondo il collaboratore, il gruppo avrebbe deciso di sequestrarlo per interrogarlo.
L’azione viene descritta come un vero falso posto di blocco. «Lo fermarono con una paletta, tipo Carabinieri», riferisce Andrea Quitadamo, spiegando che gli uomini del commando avrebbero simulato un controllo delle forze dell’ordine utilizzando lampeggiante, palette e divise. Una volta bloccato, Li Bergolis sarebbe stato caricato sull’auto dei sicari e trasportato nella località Vergon del Lupo, nelle campagne di Mattinata.
Qui, sempre secondo la ricostruzione accusatoria, iniziò il pestaggio. «Chi è stato a sparare a Quitadamo Antonio?», sarebbe stata la domanda rivolta ripetutamente alla vittima. Il collaboratore racconta di avergli sferrato alcuni pugni, mentre altri componenti del gruppo lo colpivano con bastoni, pietre e calci.
Uno dei passaggi più drammatici dell’ordinanza riguarda proprio le modalità dell’aggressione. «Scirpoli gli dava con le pietre in testa», dichiara Andrea Quitadamo. «Mio fratello gli ha dato con il fucile in testa». E ancora: «Romito con una mazza gli dava in testa dicendo: “Li Bergolis, Li Bergolis”», in quello che gli investigatori descrivono come un gesto simbolico di sfida all’intero clan rivale.
Antonio Quitadamo conferma la ricostruzione, aggiungendo ulteriori particolari. Racconta di essere arrivato quando Francesco Li Bergolis era seduto con le mani legate e di avergli rivolto una sola domanda: «Perché mi hai fatto sparare?». La risposta della vittima, secondo il verbale, sarebbe stata netta: «Guardati bene intorno», negando ogni coinvolgimento nell’attentato e lasciando intendere che il pericolo potesse provenire dall’interno dello stesso gruppo criminale.
Un’affermazione che, secondo il collaboratore, fece infuriare Mario Luciano Romito. «Togliti di qua, fammi parlare a me con questo», avrebbe detto prima di iniziare a colpirlo violentemente.
Quitadamo racconta poi un particolare destinato a diventare uno degli elementi centrali della ricostruzione investigativa. Romito gli avrebbe ordinato di recuperare una fiamma ossidrica custodita nell’autovettura, con l’intenzione di usarla come ulteriore strumento di pressione durante l’interrogatorio. «Vai nella macchina a prendere il cannello», gli avrebbe intimato. Ma quando fece ritorno, Francesco Li Bergolis era già morto.
«Questo è per mio nipote Michele e per mio fratello Franco»
«Faccia di Pecora era morto», racconta il collaboratore. «Mario era sopra di lui e continuava a colpirlo con un bastone». Poi avrebbe pronunciato parole che, secondo la Procura, spiegano il movente di vendetta dell’azione: «Questo è per mio nipote Michele e per mio fratello Franco».
L’occultamento del cadavere rappresenta un altro passaggio fondamentale della ricostruzione accusatoria. Andrea Quitadamo riferisce che «il fosso era già stato preparato» da Notarangelo e Silvestri nei giorni precedenti. Dopo il pestaggio il corpo sarebbe stato trascinato per alcune decine di metri e sepolto nella fossa scavata nel bosco.
La scelta della “lupara bianca”, secondo gli investigatori, non rispondeva soltanto alla necessità di cancellare le prove del delitto, ma aveva un preciso significato mafioso: negare ai familiari perfino la possibilità di recuperare il corpo della vittima.
Nelle dichiarazioni rese ai magistrati emergono anche i preparativi dell’agguato. Antonio Quitadamo racconta che il gruppo aveva tentato già una prima volta di intercettare Li Bergolis, rinunciando solo perché riteneva che in auto fosse presente la madre della vittima. «Lascialo perdere», avrebbe detto ai complici. «Questo non c’entra niente». Ma pochi giorni dopo il piano venne riproposto e portato a termine.
Le dichiarazioni dei collaboratori vengono considerate dalla Procura il principale asse portante dell’indagine, insieme ai riscontri raccolti dal ROS attraverso sopralluoghi, rilievi tecnici, attività investigative e verifiche sui luoghi indicati dagli stessi pentiti.
Secondo la DDA, quei delitti rappresentano alcuni degli episodi più feroci della guerra di mafia che ha segnato il Gargano, una strategia di eliminazione sistematica degli appartenenti o dei soggetti ritenuti vicini alla fazione avversaria, culminata in una lunga scia di omicidi, vendette trasversali e “lupara bianca” destinata a insanguinare il territorio per oltre un decennio.



