Oggi ci ha lasciati, all’età di ottantasei anni. F. Guccini.
La storia di un cantautore è anche la storia delle sue canzoni, delle sue musiche e dei suoi testi, dai quali traspare, come in filigrana, il suo cammino biografico e intellettuale, artistico ed umano, culturale ed esistenziale.
Chi non è cresciuto con i testi di questo grande cantautore, che non solo ci hanno dilettato musicalmente ma anche provocato intellettualmente, costringendoci a pensare, a interrogarci? Come molti della mia generazione, da lui ho imparato tante cose, come ad avere a cuore le cose e le persone che sempre “lasciano per terra esili ombre pigre”.
Guccini non si faceva solo ascoltare, ma si faceva anche seguire, perché la sua non era solo musica, ma anche una proposta sociale, un invitato a vivere la vira dalla parte degli ultimi.
Guccini non ci ha solo emozionato, ma ci ha anche aiutato a pensare. Egli che affermava che il sapere non deve essere al servizio del potere, ma deve aiutare a liberarsi dalle bugie e dagli inganni del nostro tempo.
In tutti questi anni lo abbiamo ascoltato e quasi sempre ci siamo ritrovati in ciò che ha cantato. I suoi testi si sono sempre intrecciati con la trama dei nostri giorni e delle nostre storie, accarezzando i nostri sogni e riempiendo di senso i nostri dubbi, le nostre domande, le nostre perplessità.
Guccini dava valore al tempo e agli attimi della vita ordinaria. Ricordo quando ascoltavamo la sua “Canzone dei 12 mesi”, dove ci ricordava che “L’ala del tempo batte troppo in fretta, la guardi ed è già lontana”. Ci rammentava che ogni mese ha la sua peculiarità e che, per cominciare a vivere, non bisogna aspettare il mese che non esiste, perché “le stagioni ed i sorrisi son denari che van spesi con dovuta proprietà”.
A me ha sempre colpito il mese di settembre da Guccini definito “il mese del ripensamento sugli anni e sull’ età”, che “dopo l’estate porta il dono usato della perplessità”. Prima di ripartire, ci costringeva a sederci per ricominciare il “gioco della nostra identità”. Lo diceva a noi, che ancora in tenera età, “come scintille bruciavamo nel fuoco le nostre possibilità”.
E mentre cominciavamo ad avere le nostre prime crisi adolescenziali, puntualmente ci ricordava che “certe crisi son soltanto segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire, che certi giorni sono un anno, che certe frasi sono un niente che non serve più sentire”.
Era uno rivoluzionario, ma anche un visionario, un eretico, nel senso più nobile del termine. A noi, che per sognare un mondo diverso, a quella età cercavamo di unire la ragione all’immaginazione, l’impegno con gli ideali, era bello sentirlo cantare con le parole in cui diceva “sogno dietro a frasi di canzoni. Dietro a libri e ad aquiloni, dietro a ciò che non sarà”.
Guccini ha saputo cantare l’amore e il dolore, e, quando cominciavano a fiorire in noi le prime passioni, lo sentivamo dire che “è bello addormentarsi dopo aver fatto l’amore”, perché siamo “come la terra che dorme nella notte dopo un giorno di sole”.
A differenza di tanti altri, il cantautore bolognese non ci ha mai voluto illudere con facili sentimentalismi, solo per il gusto di emozionarci. Al contrario, spesso è stato crudo e duro, usando le parole come una spada per dare un taglio alle nostre superficiali convinzioni, specie quando eravamo alla ricerca di facili soluzioni.
Non ha mai amato gli accomodamenti e le scorciatoie, né le ipocrite speculazioni di intellettuali asserviti al potere o venduti al capitale.
Non ci ha mai nascosto il grande mistero che si nasconde sotto le spoglie delle misere umane. Neanche quando ci si trova di fronte al dolore della morte. Perché nella vita ognuno, a turno, prima o poi dovrà vivere come se si trovasse nel mese di novembre, quando “le inquietanti nebbie gravi coprono gli orti, e lungo i giardini consacrati al pianto si festeggiano i morti”. Ma poi ci ha dato speranza che “se cade la pioggia, il viso si bagna di gocce di rugiada” e che un giorno “cambierà la sorte in fango della strada”.
A proposito del dolore, ricordo quando, un giorno, perdemmo alcuni nostri amici in un incidente stradale. Dopo il funerale, tornando in parrocchia, suonammo e cantammo la sua “Canzone per un’amica”. Facemmo nostre le parole del suo testo che dicevano: “lunga e diritta correva la strada, l’auto veloce correva. La dolce estate era già cominciata vicino lui sorrideva. Forte la mano teneva il volante, forte il motore cantava. Non lo sapevi che c’era la morte quel giorno che ti aspettava”.
Capimmo, ancora inesperti della vita, che “quando si è giovani è strano poter pensare che la nostra sorte venga e ci prenda per mano. Non si sa cosa pensare”. Poi arriva lo schianto che uccide, e allora ti rendi conto che “quando la vita è fuggita, anche il cielo di sopra è crollato”. Ti fai tante domande e ti chiedi “a che cosa è servito vivere, amare, soffrire. Spendere tutti i tuoi giorni passati se così presto hai dovuto partire?”.
Guccini è stato il primo cantautore a tradurre in una canzone il detto di Nietzsche secondo il quale “Dio è morto”. E non tanto nei ragionamenti filosofici di pochi addetti ai lavori. No! “Dio è morto ai bordi delle strade, nelle auto prese a rate, nei miti dell’estate…Nei campi di sterminio, coi miti della razza, Con gli odi di partito”.
E noi, che in parrocchia cominciavano a chiederci chi fosse quel Dio in cui dicevamo di credere, eravamo come disorientati e smarriti, pieni di dubbi e di domande senza risposte. E’ difficile continuare a credere in un Dio in cui nessuno più crede. Eravamo in cerca di un Dio molto umano, che lascia il segno di un cambiamento non solo sognato o idealizzato. Ebbene, fu proprio lui a indicarci la strada dandoci una speranza nuova: “Penso Che questa mia generazione è preparata a un mondo nuovo e a una speranza appena nata, ad un futuro che ha già in mano, a una rivolta senza armi. Perché noi tutti ormai sappiamo che se Dio muore è per tre giorni, e poi risorge. In ciò che noi crediamo Dio è risorto, In ciò che noi vogliamo Dio è risorto. Nel mondo che faremo Dio è risorto”, Ci sentimmo rincuorati e partimmo per nuove e inedite destinazioni.
Altre volte, proprio perchè con troppa facilità amiamo dimenticare, è riuscito a farci ricordare quanto è accaduto ad Auschwitz, per farci vedere “quel fumo che saliva lento”, insieme al “volto di quel bambino morto insieme con altri cento”. Fu allora che s’insinuò in me la grande domanda che per tutta la vita mi avrebbe accompagnato, fino ad oggi: «Ma come può un uomo uccidere un suo fratello….e quando imparerà a vivere senza ammazzare?”
E alla mia generazione, che con troppa fretta e improvvisazione, si andava emancipando dal passato, che cominciava ormai a non credere non tanto in nome di un libertà capita e compresa, ma per una certa comodità, lui diceva che sarebbe stato meglio non credere più “nei miti eterni della patria e dell’eroe, perché è venuto ormai il momento di negare tutto ciò che è falsità, le fedi fatti di abitudini e paura, una politica che è solo far carriera, il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto, l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto”.
In una lezione di filosofia fatta ai ragazzi del mio liceo, una volta dissi che l’ateismo di Guccini, come quello di De Andrè, non era di tipo teoretico, quanto piuttosto di tipo pratico, o meglio etico, volto non tanto a negare Dio, quanto piuttosto a negare il modo con cui certi credenti lo avevano fatto intendere, o meglio fraintendere.
Per questo, contro ogni moda di quel tempo, lui ha preso le distanze sia dai bigotti spiritualisti che dai falsi atei materialisti: “Venite gente vuota, facciamola finita, voi preti che vendete a tutti un’altra vita; se c’è, come voi dite, un Dio nell’ infinito, guardatevi nel cuore, l’ avete già tradito e voi materialisti, col vostro chiodo fisso, che Dio è morto e l’ uomo è solo in questo abisso, le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali; tornate a casa. Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco”.
Al contrario nostro, non ha voluto spiegare tutto, pretendo di capire ogni cosa si da farlo capire anche agli altri. Piuttosto amava cantare e dire: «Ascolto e non capisco e, tutto attorno, mi stupisce la vita, com’è fatta e come uno la gestisce e i mille modi e i tempi, poi le possibilità, le scelte, i cambiamenti, il fato, le necessità». Ho amato sempre una sua bella frase che diceva che “è difficile a spiegare, è difficile capire se non hai capito già”.
Nella sua famosa canzone “Avvelenata”, contro ogni forma di conformismo, ci diceva “tiro avanti e non mi svesto dei panni che son solito portare”, perché “frugando dentro alle nostre miserie, di solito ho da far cose più serie: costruire su macerie o mantenermi vivo”.
E quando ci pareva che tutto fosse inutile e vano, o che fosse facile rassegnarci, Guccini ci scuoteva con le sue canzoni poco commerciali. Mi ha insegnato a credere che «dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo, un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto».
Ha cantato l’uomo, anche quando, vittima di tante ingiustizie, anelava a situazioni di maggiore uguaglianza e dignità, denunciando i falsi propositi di quanti, ostentando una falsa socialità, cominciavano a usare la politica per scalare le vette del potere. Come nella canzone “Il sociale e l’antisociale”, dove prendeva le distanze da una certa Sinistra da lui beccata con parole sferzanti: “Non trascuro la scienza umanista e si può dire che sono impegnato, anzi alle volte sono comunista, ma non mi sono sempre interessato: la lotta delle classi sol mi va per far bella figura in società”.
Ho apprezzato sempre la sua libertà, la sua onestà intellettuale, la sua voglia di ricominciare. Le sue denunce non erano fini a se stesse. Come quando ha cantato che “l’ingiustizia non è il solo male che divora il mondo” e che “anche l’anima dell’uomo ha toccato spesso il fondo”, ci hai proibito di aspettare o di rinviare, ma che al contrario “dobbiamo fare presto perché più che il tempo passa il nemico si fà d’ombra e s’ingarbuglia la matassa…”.
Ma Guccini ha parole scomode anche per questo nostro tempo caratterizzato da cinismo e narcisismo: “Solo i cinici e i codardi non si svegliano all’aurora: per i primi è indifferenza e disprezzo dei valori e per gli altri è riluttanza nei confronti dei doveri!” Per quanti oggi sono facili all’inganno, sempre attuali sono le sue parole cantate anni fa: “l’apparenza delle cose non m’inganna, preferisco le sorprese di quest’anima tiranna che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti, ma ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti. Prima d’oggi mi annoiavo e volevo anche morire, ma ora sono un uomo nuovo che non teme di soffrire”.
Ancora adesso, guardandomi intorno, faccio mie le sue domande e mi chiedo: “perchè il male ed il potere hanno un aspetto così tetro? Dovrei anche rinunciare ad un po’ di dignità, farmi umile e accettare che sia questa la realtà? Il “potere” è l’immondizia della storia degli umani e, anche se siamo soltanto due romantici rottami, sputeremo il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte”.
E dopo tanti anni, mi porto ancora in me quel tremendo dubbio che mi ha lasciato con una sua canzone. Non so se essere come Don Chisciotte, da lui descritto come un “folle che non sta bene, un cavalier senza paura di una solitaria guerra cominciata per amore di una donna conosciuta dentro a una locanda a ore dove fa la prostituta, e che credendo di aver visto una vera principessa, ha voluto ad ogni costo farle quella sua promessa”.
E trovarsi come lui, a prender “solo calci nel sedere, …senza pane e senza bere …come un pazzo scatenato che è il più ingenuo dei bambini”, per poi però trovarsi schiantato e “stroncato fra le pale dei mulini… un testardo, un idealista, che ha troppi sogni nel cervello”. Oppure, essere come Sancio Panza che è “più realista e s’accontenta di un castello”.
Certo, ancora oggi non dobbiamo smettere di lottare, qualsiasi siano i mulini a vento contro cui combattere, perchè “Il potere è l’immondizia della storia degli umani e, anche se siamo soltanto due romantici rottami, sputeremo il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte”.
I testi di Guccini sono ancora molto attuali in un periodo strano come quello nostro. Tra tanti cambiamenti, spesso ci mancano sia la direzione che la meta, ci mancano le mappe. Penso che Guccini, non solo per la mia generazione, sia stato una bussola importante che rischia però di essere rimossa e dimenticata.
Al contrario, i suoi testi e le sue canzoni sono come un libro da cui si può imparare ancora molto, specie per le attuali generazioni, se lo si ascolta nel verso giusto. Perché, come dice nella sua canzone intitolata “Eskimo”, è sempre meglio avere “la rivolta fra le dita, anche se di soldi in tasca niente si ha”.
E oggi, quella domanda che ponesti nel testo di una “Canzone per un’amica” – “Vorrei sapere a che cosa è servito / vivere, amare, soffrire, / spendere tutti i tuoi giorni passati / se presto hai dovuto partire” – ritorna anche per te. E la risposta è una sola. E’ servito che tu ci fossi, perché ciò che ci lasci è più di quanto tu abbia pensato di dare.
E, allora, buon viaggio Francesco. Che quel Dio, che non hai trovato nelle chiese e nella religione, ma solo nella musica e nell’arte, ti possa accogliere fra le sue braccia!
A Lui potrai cantare una tua bella canzone dal titolo “L’albero e io”:
Quando il mio ultimo giorno verrà
dopo il mio ultimo sguardo sul mondo
non voglio pietra su questo mio corpo
perché pesante mi sembrerà
cercate un albero giovane e forte
quello sarà il posto mio
voglio tornare anche dopo la morte
sotto quel cielo che chiaman di Dio
Ed in inverno nel lungo riposo
ancora vivo alla pianta vicino
come dormendo starò fiducioso
del mio risveglio in un qualche mattino
e a primavera fra mille richiami
ancora vivi saremo di nuovo
e innalzerò le mie dita di rami
verso quel cielo così misterioso
ed in estate se il vento raccoglie
l’invito fatto da ogni gemma fiorita
sventoleremo bandiere di foglie
e canteremo canzoni di vita
e così assieme vivremo in eterno
qua sulla terra,
l’albero e io, sempre svettanti in estate e in inverno
contro quel cielo che dicon di DIO.
di Michele Illiceto




Un articolo davvero bello, scritto con il cuore. Guccini non è stato soltanto un grande cantautore, ma una voce che ha accompagnato tanti di noi nel riflettere sulla vita, sulla libertà e sul senso delle cose. Le sue canzoni continueranno a parlare anche alle nuove generazioni. Grazie per questo ricordo.