L’ultimo inciucio per restare a galla. L’estate a Foggia non solo musica per le orecchie grazie a colpi di teatro dal sapore dell’immaginario.
C’è un momento in cui la politica smette di governare e comincia semplicemente a sopravvivere.
A Foggia quel momento sembra essere arrivato da tempo.
La crisi della maggioranza, le dimissioni annunciate dalla sindaca Maria Aida Episcopo e poi ritirate, le continue tensioni interne, le contraddizioni del Movimento 5 Stelle, i numeri che cambiano a ogni seduta di Consiglio comunale: tutto racconta una storia diversa da quella promessa agli elettori. Racconta una maggioranza che non decide più il proprio destino, ma lo subisce.
Le cronache e gli editoriali di StatoQuotidiano hanno più volte evidenziato questo logoramento politico: una coalizione incapace di ritrovare una linea comune, costretta a inseguire gli eventi, ostaggio di equilibri sempre più precari e di decisioni concentrate nelle mani della sindaca. Una condizione che ha finito per paralizzare l’azione amministrativa e trasformare ogni voto in una prova di sopravvivenza.
Ora, però, all’orizzonte sembrerebbe profilarsi un’altra strada. Non quella di una verifica politica davanti ai cittadini. Nemmeno quella di un’assunzione di responsabilità che conduca a un nuovo mandato elettorale. Piuttosto, l’ipotesi di una maggioranza ricostruita grazie a sostegni esterni, pescando tra consiglieri che fino a ieri sedevano su sponde politiche differenti.
Qualcuno la definirà responsabilità istituzionale. Altri, più semplicemente, la chiameranno con il suo nome: inciucio.
Non è un giudizio sulle persone. È una valutazione sul metodo.
Perché quando una maggioranza nata nelle urne non esiste più nella sua forma originaria e continua a reggersi grazie a equilibri costruiti nei corridoi di Palazzo, il problema non è soltanto numerico. È politico. E soprattutto è democratico.
Quale sarebbe il programma comune di questa eventuale nuova alleanza?
Quale visione condivisa per Foggia unirebbe forze che fino a ieri si sono combattute in Aula e davanti agli elettori? Quali punti programmatici giustificherebbero un simile cambio di scenario?
Se le risposte non arrivano, resta una sola impressione: che il vero programma sia arrivare alla fine della consiliatura.
È una logica che mortifica la politica. Perché la politica dovrebbe costruire consenso sulle idee, non assemblare maggioranze di necessità. Dovrebbe rispettare il mandato ricevuto dagli elettori, non reinterpretarlo ogni volta che i numeri diventano insufficienti.
La città, intanto, osserva.
Osserva un Consiglio comunale impegnato più a trovare nuovi equilibri che nuove soluzioni. Osserva partiti che riscrivono le proprie alleanze senza mai spiegare davvero perché. Osserva consiglieri pronti a diventare decisivi in un gioco in cui il confine tra responsabilità e opportunità rischia di diventare sempre più sottile.
La questione, allora, non riguarda soltanto chi sosterrà la sindaca nei prossimi mesi. Riguarda il significato stesso della rappresentanza politica. Perché ogni voto ricevuto alle elezioni era legato a una proposta, a una coalizione, a un’identità. Se tutto questo cambia, il minimo che si debba ai cittadini è la massima trasparenza.
Foggia non ha bisogno dell’ennesima operazione di ingegneria consiliare.
Ha bisogno di una guida politica autorevole, capace di assumersi la responsabilità delle proprie scelte senza cercare ogni volta una stampella diversa.
Se davvero si aprirà la stagione dei sostegni trasversali, come appare sempre più probabile, anche perché ormai arte della politica di quel campo largo che maschera diversità e perde consenso, nessuno potrà impedire ai protagonisti di rivendicarla come una scelta legittima. Ma abbiano almeno il coraggio di non raccontarla come continuità politica.
Sarebbe una nuova maggioranza, costruita con equilibri diversi da quelli scelti dagli elettori.
E se così fosse, sarebbe difficile non vedere in questa operazione il tentativo di allungare la vita di un’amministrazione ormai consumata dalla propria fragilità.
Perché governare non significa semplicemente restare in piedi. Significa avere una direzione, una coerenza e, soprattutto, il consenso politico per percorrerla.
Quando restano solo i numeri, la politica ha già perso. Noi stare li a raccontarvi storie che sembrano fantascienza ma che ormai trovano sede deputate quali i migliori palazzi di Governo come quello di Foggia mai così ambiguo, mai così forte nell’essere la contraddizione di una politica sempre meno amata pur se ostinatamente ricercata.



