Cinema

Reality – M. Garrone, 2012


Di:

Matteo Garrone - Grand Prix Cannes 2012 (fonte: spoileralert.eu)

Questa scheda è spoiler-free: nel rispetto del lettore vergine della visione del film verranno isolate, nell’arco della recensione, eventuali rivelazioni critiche di trama (spoiler) su note a piè pagina, oltre a essere suggerito, a fine articolo, un indice della presenza di punti sensibili nell’opera il cui svelamento accidentale possa incidere su una sua corretta fruizione

Titolo originale: Reality
Nazione: Italia, Francia
Genere: commedia, drammatico

MAGGIO 2012, in concorso al Festival di Cannes, vincitore del Gran Prix Speciale della Giuria.
Fine settembre 2012, uscita nazionale.

Dopo un contestatissimo ritardo di distribuzione per un titolo atteso, italiano, premiato e firmato da un regista importante, finalmente si entra in sala per sentire cos’altro ha da dire Matteo Garrone dopo il successo di Gomorra, ma soprattutto dopo i grandi dimenticati L’imbalsamatore e Primo amore, “peccatori” di non avere alle spalle nomi roboanti come Saviano.
Tra commedia e dramma, si narra l’insolita storia di Luciano, pescivendolo napoletano che, trainato dalla famiglia, accetta di partecipare ai provini per il Grande Fratello. Quel che nasce come indifferente curiosità si trasformerà in un’ossessione.

Reality - locandina

Nonostante il riconoscimento di Cannes, invero non necessariamente sintomatico di qualità, tiepida è stata l’accoglienza del grande pubblico per quest’ultimo Garrone, forse nel considerarlo una sorta di opera minore di buona fattura che non lascerà il segno nell’immaginario come il suo ben noto precedente lavoro. Lo stesso pubblico, probabilmente, non farà fatica a giustificare, così, anche il ritardo sui grandi schermi, furba la distribuzione nel fiutare in anticipo gli umori degli spettatori e fredda nell’anteporre uno Spider-man per adolescenti da centro estetico ad un manufatto d’autore. Che Garrone, nella sua necessità di liberarsi da quel mondo mitologico a base di camorra e bassifondi napoletani, abbia mostrato la coda e i suoi limiti? O che, molto più semplicemente, stia esaurendo le cartucce come già accaduto prematuramente a tanti altri registi?

Ma neanche per scherzo.
Facciamo uscire dalla sala il pubblico, aspettiamo di sentire lontano il chiacchiericcio di chi vive di aspettative, confronti e delusioni.
Scansiamo accuratamente chi cerca sottotesti e messaggi morali in tutto ciò che si presenta come “d’autore”, tutti quelli che bevono cinema con l’unico scopo di aprire dibattiti antropologici sui titoli di coda.
E schiviamo anche meticolosamente chi ancora crede che comunicazione sia solo contenuto, polpa, soggetto, cinematograficamente parlando, e si lascia distrarre dalle parole piuttosto che dai volteggi, dalle danze di quelle parole.

Reality - Aniello Arena

Ora si può parlare di Reality.

Garrone azzarda e vince.
Firma un grande film che lascia polvere su tanto cinema italiano presuntuoso, e lo fa inaspettatamente, in una fase della carriera in cui registi ben più importanti avrebbero ceduto alle lusinghe di un successo (Gomorra) approfittandone del traino. Il regista de L’imbalsamatore spiazza, cambia registro, non abbandona Napoli, ma l’usa solo più come presepe per una storia universale. La connotazione partenopea non è marginale, è un accessorio ottimamente sfruttato ma non per mezzo dei cliché attesi dal pubblico. Ne estrae l’humus, l’estro, il colore vivace e quello spento, la verve caratteriale e linguistica per montarci sopra un giostra favolistica, una parabola fantastica. Complici le musiche del grande Alexandre Desplat, tra Danny Elfman e Nino Rota, si viene calati in una realtà che già anticipa, nella sequenza iniziale, la sua contaminazione surreale (la promenade della carrozza per le vie cittadine), e il gioco lentamente comincia.
Il protagonista – ergastolano nella vita, uno straordinario Aniello Arena – coltiva già nei suoi sguardi ammirati per un ex partecipante del Grande Fratello, star locale di manifestazioni mondane, il seme del suo abbandono, il volo verso l’altro, al di fuori di un mondo sporco di pesce e piccole truffe quotidiane. Quando la famiglia, incautamente, gli dà occasione di farlo, contro la sua volontà, Luciano comincia a sognare, non solo vede un paio di ali in pronta consegna ma è perfettamente consapevole che sarà in grado di usarle, scaccia la rassegnazione che lo manteneva distante dalle ambizioni da palcoscenico e la sua mente corre furiosa, senza freni. Da lì in avanti è la parabola discendente di un uomo che si ciba ossessivamente del salto di realtà, tanto tossico quanto profondo, e la dipendenza assume i tratti di un delirio da metanfetamina.

Reality - Dal film

Soggetto semplice, costruzione da applauso.
Forte di una sceneggiatura senza cedimenti, il racconto procede perfetto come un orologio svizzero, pacato nel primo terzo del film, come da standard, per tener basse le tensioni e presentare i personaggi con le loro miserie quotidiane; ma è il trampolino di lancio per l’avvio del gioco con lo spettatore che non commette l’errore di esaurirsi nel fatto tout-court, […]1, che avrebbe condannato il film ad un linciaggio per eccessiva diluizione. Da quel momento Garrone lavora di psicologie e ri-sfoggia la stoffa già vista ne L’imbalsamatore e in Primo amore, la cura delle dinamiche mentali, ai limiti del disturbo emotivo. In Reality si mantiene sul delicato confine tra commedia e dramma, ma non trascura momenti inquietanti, stranianti: tra Kafka e Fellini si compie la tragedia intima di un uomo […]2. La mano morbida di Garrone, tuttavia, scolpisce un sogno patologico piuttosto che un horror, e il surreale diventa la forma principe come da subito annunciato, […]3.
Ancora un paio di manovre nell’ultimo quarto della pellicola strutturano infallibilmente la narrazione e danno perfetto carburante alla visione, fino ad un finale meraviglioso sul quale si potrebbero spendere fiumi d’inchiostro: […]4.
Inquadratura aerea in allontanamento sui titoli di coda malinconica, grottesca, geniale.

Difficile trovare veri punti deboli in Reality e il rischio è di compiere una ridicola e inutile caccia.
Si resta basiti per le straordinarie abilità recitative del protagonista, a tratti rievocativo, nella spavalda camminata, di un giovane De Niro delinquente del Bronx – ma è più facile pensare che De Niro si sia ispirato, nei suoi esordi d’attore, agli atteggiamenti naturali della delinquenza italo-americana.
Di altrettanta bravura Raffaele Ferrante, ex partecipante del Grande Fratello nella finzione, personaggio secondario ma calibratissimo ed efficace. Meno convincente e più televisivo solo Nando Paone, non sbagliato ma neanche all’altezza del resto della compagine.

Un film amaro da non perdere.
Ma senza pensare al Grande Fratello.

Valutazione: 8/10
Spoiler: 7/10

altreVisioni

Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi, B. Silberling (2004) – favola fiacca piena di smorfiette di Jim Carrey e qualche tocco grafico accattivante * 4.5

In Stato d’osservazione

Pietà, K. Ki-duk (2012) – Leone d’Oro Venezia 2012 * 14set
Killer Joe, W. Friedkin (2011) – In ritardo di un anno, il Friedkin di Venzia 2011 * 11ott


[…]1 nell’ambizione ritrovata di Luciano dopo un secondo provino
[…]2 intrappolato nelle catene dell’attesa, delle aspettative, delle paranoie
[…]3 definitivo nella bellissima scena dell’osservazione di un grillo
[…]4 visibilità, invisibilità, Luciano non appartiene più al nostro mondo, non è più visto da nessuno

Reality – M. Garrone, 2012 ultima modifica: 2012-10-06T20:07:07+00:00 da Alessandro Cellamare



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