
Questi, in estrema sintesi, i temi di Liberi dall’amianto, il dossier di Legambiente presentato a Torino, nel corso della seconda conferenza nazionale non governativa “Amianto e giustizia”, promossa da un vasto cartello di associazioni tra cui AIEA (associazione italiana esposti amianto), Legambiente, Medicina Democratica nazionale e Isde (Medici per l’Ambiente), alla quale hanno aderito anche le sigle sindacali Cisl, Fim cisl, Cub, Cobas, Cgil, Cgil, Fismic, Fiom Cgil.
In ritardo nella bonifica sono i siti di Emarese e Balangero. Sulla miniera di Emarese, in provincia di Aosta, sito nazionale dal 2001, sono stati realizzati solo gli interventi di messa in sicurezza di emergenza. Il piano di caratterizzazione è stato approvato nel 2005 mentre ad oggi risultano approvati il progetto preliminare di tutto il sito e il progetto definitivo del primo stralcio del cratere della cava. Nel frattempo sono sorti profondi dissensi tra il Ministero dell’ambiente e gli enti locali, che rischiano di spostare ulteriormente la data di completamento dei lavori di bonifica.
I ritardi non mancano neanche sulla bonifica della miniera di Balangero (To), classificato come uno dei 15 siti di interesse nazionale addirittura nel 1998. Qui sono stati realizzati solo alcuni interventi di messa in sicurezza d’emergenza sulle due discariche a cielo aperto, sulle vasche di decantazione e degli stabilimenti produttivi dove, a causa della frammentazione delle proprietà, il percorso di risanamento ambientale risulta ancora più difficoltoso.
“Nonostante l’urgenza sanitaria -ha dichiarato Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente– le bonifiche vanno a rilento, grazie anche all’inefficiente gestione da parte del Ministero dell’ambiente delle conferenze dei servizi per la valutazione e autorizzazione dei piani e dei progetti per la bonifica. Bisogna spostare la gestione dell’iter in ambito locale, presso le Regioni o i Comuni, assicurando al Ministero e agli enti tecnici nazionali il compito di supportare, verificare e indirizzare il procedimento, garantendo ai cittadini trasparenza e disponibilità delle informazioni sullo stato di avanzamento del risanamento ambientale”.
In Puglia, è registrato l’eccezionale caso dei 90mila m3 di fibra contenuti nello stabilimento produttivo di cemento amianto nella città di Bari. E il capoluogo pugliese ancora oggi ospita nel centro abitato importanti siti produttivi dismessi che lavoravano la fibra killer.
Qualche passo in avanti, anche se solo negli interventi di messa in sicurezza, c’è stato anche sull’impianto Fibronit di Bari, che ha operato tra il 1935 e il 1985. Nello stabilimento del capoluogo sono stati completati la caratterizzazione dell’area e gli interventi di messa in sicurezza d’emergenza; è stato approvato con prescrizioni il progetto preliminare per la realizzazione del parco pubblico a cura del Comune e si è in attesa del progetto definitivo. Anche l’amianto della località Torre Quetta a Bari, secondo le indagini intraprese dalla magistratura, proviene in gran parte dalla Fibronit.
“Dopo vari esposti e analisi, i lavori a Torre Quetta sono partiti nell’estate 2007 -ha commentato Francesco Tarantini, Presidente di Legambiente Puglia- Torre Quetta diventerà un parco con annesse spiagge che aggiungerà altri 9 ettari circa di estensione ai 12 già esistenti, raggiungendo così una superfìcie complessiva di addirittura 21 ettari. L’amianto rilascia fibre che, se inalate, sono responsabile di patologie gravi ed irreversibili prevalentemente dell’apparato respiratorio. –I più pericolosi sono i materiali friabili i quali si possono ridurre in polvere a causa della scarsa coesione interna, possono liberare fibre spontaneamente soprattutto se sottoposti a vibrazioni, correnti d’aria, infiltrazioni d’acqua o se danneggiati nel corso di interventi di manutenzione, se segato, abraso o deteriorato nel tempo. Continuare con le campagne informative sui rischi dell’amianto è indispensabile finchè tutti i siti non saranno bonificati e le famiglie non autonotifichino all’Asl il possesso di materiali e prodotti contenenti amianto o eternit. Bisogna inoltre trovare le risorse economiche per bonificare gli stabilimenti produttivi di aziende fallite attraverso la creazione di un Fondo nazionale sul modello del Superfund statunitense –ha concluso Tarantini- Non c’è tempo da perdere per fare giustizia, riconoscere i diritti delle vittime e delle loro famiglie, e evitare che tutto questo possa ripetersi ancora nel futuro.”
Di recente in Capitanata, il consigliere comunale Bruno Capogreco di San Severo ha proposto nella 2^Commissione Consiliare Comunale Urbanistica, Lavori Publbici, Assetto del Territorio ed Ambiente, la questione dell’amianto “quale sostanza pericolosa e nociva per la salute”.Il presidente della commissione Aristide d’Orsi ha voluto che il tema si riaprisse, seguito di una petizione di circa 350 persone dimoranti nelle zone vicine all’ex Distilleria Rodi di via Curiel/Menabrea, abbandonata da 20 anni.
L’Arpa, infatti, interpellata a valutare il rischio della nocività della sostanza – riferisce il consigliere comunale Capogreco – avrebbe ribadito che la valutazione effettuata in relazione alla concentrazione di fibre di amianto aerodisperse è inferiore ai limiti di 2ff/l (unità di misura stabilita dal D.M. del 06/09/1994).
Eppure, secondo alcuni esperti, il rischio per la salute pubblica esiste anche a basse dosi: basti pensare che le sottilissime fibre (in un centimetro ne sono contenute 335mila) rilasciate nell’ambiente e potenzialmente inalabili, sono la causa di gravi patologie cancerogene. “Sarà un caso che in questa zona circoscritta – ha detto Capogreco – si sono verificati 8 casi di malattie tumorali dei polmoni o dell’intestino o di altri organi, con alcuni decessi?”.


