GIOVANI e lavoro al tempo della “meritocrazia fallace”. “La sfida della società attuale e delle classi politiche che la compongono sarà quello di puntare su un programma serio ed efficiente”, al contrario di quanti promuovono “programmi di taglio e cucito” senza affrontare a monte la questione occupazionale. Per Stato interviene il dottore Stefano Greco, psicologo, uno dei più apprezzati consulenti formatori aziendali sul mercato italiano. I temi sviluppati nelle sue opere abbracciano gli ambiti manageriali, commerciali e comportamentali.
Per Stato interviene il dottore Stefano Greco, psicologo, uno dei più apprezzati consulenti formatori aziendali sul mercato italiano. I temi sviluppati nelle sue opere abbracciano gli ambiti manageriali, commerciali e comportamentali.
S: Dott Greco, viviamo in una realtà lavorativa, con particolare riferimento al sud, che ostacola e incatena i giovani a dover accettare forme di lavoro nero, sottopagato, e perfino gratuito per le libere professioni come praticanti avvocati, commercialisti, ragionieri. Nel suo libro ha citato questa frase: “Gli schiavi moderni sono tali perché non hanno catene ai piedi ma sono costretti a scelte umilianti”. Quale il suo messaggio alle nuove generazioni?
SG: Si, la frase che ho citato richiama la condizione psicologica che sempre più persone, non solo giovani e non solo nel Sud, vivono oggi rispetto alla precarietà del lavoro e riguardo soprattutto alla scarsa considerazione delle loro qualità umane e delle loro professionalità da parte di aziende ed istituzioni. L’ossessione per i costi del lavoro da un lato e la mancanza di un approccio etico dall’altro, contribuiscono a svilire quel senso di dignità umana che ogni lavoro, per definirsi tale, dovrebbe assicurare. Il mio messaggio alle nuove generazioni vuol essere piuttosto un concreto invito a mantenere sempre alta la propria autostima, ad impegnarsi fortemente a costruire competenze spendibili sul mercato del lavoro.
S: L’ambiente di lavoro è spesso macchiato da comportamenti che avviliscono la persona, quali minacce, ricatti, ingiurie, “punizioni” di vario genere. In una sola parola mobbing. Quali gli effetti psicologici sui lavoratori? E sul lavoro?
SG: La parola “mobbing” secondo me è un eufemismo. La tendenza culturale oggi è quella di edulcorare certi termini – un’altra parola addolcente o addolcita è per esempio “stalking” – forse per un ingenuo tentativo di esorcizzare i pesanti significati di cui la parola è veicolo – o, peggio, per confondere le idee alle persone sul vero volto della realtà a cui fa riferimento. Il mobbing è una pura violenza psicologica, è un sopruso del diritto umano fondamentale del rispetto, rappresenta il fallimento totale della comunicazione e, se vogliamo, anche di quel buon senso che dovrebbe essere la prima risorsa da mettere in campo quando c’è un problema da risolvere.
S: I giovani come risorsa, ma anche protetti dal sistema familiare che non favorisce l’autonomia, causando il cosiddetto “effetto bonsai”, cioè del figlio adulto dentro casa. Quali le soluzioni?
SG: Questa è una bella domanda. Penso che finché un giovane non diventa autonomo, nel senso che esce dal guscio familiare e va a vivere per conto suo, non può considerarsi una vera e propria risorsa per se stesso e per gli altri. Abbiamo bisogno di sequoie giganti e di rigogliosi pini mediterranei, non di bonsai. Certe famiglie, con il loro atteggiamento iperprotettivo e ansiogeno, non fanno altro che ostacolare, se non inibire, il pieno sviluppo dei figli, che a loro volta hanno naturalmente una buona parte di responsabilità: basta con gli alibi del “caro affitto” o “aspetto di sistemarmi” o “aspetto che la mia ragazza trovi un lavoro stabile”. Ragazzi, diventate autonomi, andate a vivere per conto vostro e, naturalmente, vogliate sempre bene ai vostri genitori!
S: Mi ha fatto sorridere una sua affermazione:”Bisogna farcela anche senza santi in paradiso, sapendo che c’è una speranza anche nel calendario: la feste dei lavoratori rimane il canonico primo maggio mentre quella dei precari è stabilita il 15 agosto, giorno dell’Assunzione”. La piaga che non guarisce è anche nella nostra mentalità che giace sotto la coltre fuligginosa della “raccomandazione”, una sorta di apatia psicologica che uccide l’iniziativa dei giovani. Manfredonia, ad esempio, è un vivaio di questa sottocultura, quali le spinte positive?
SG: E’ irrealistico pensare di poter debellare la piaga sociale e culturale delle raccomandazioni. Quelle ci saranno sempre. Tuttavia, nel mio libro, distinguendo le raccomandazioni con merito da quelle senza merito, ho implicitamente sottolineato il fatto che il merito può costituire una spinta positiva a far si che almeno certi posti vengano presi da persone capaci ed orientate al lavoro. Mi auguro comunque che tutti i giovani provino quella immensa gioia che deriva dal raggiungere un ambito traguardo avendo contato soltanto sulle proprie forza ed assaporino fino in fondo il piacere di farcela da soli. E’ veramente una grande emozione poter dire: “Ce l’ho fatta grazie alle mie capacità!” (e non grazie a mio zio).
S: Pace, serenità, umorismo, rispetto della persona nell’ambiente di lavoro, un pensiero utopico?
SG Si, un’utopia verso la quale tendere. Ci incoraggia sapere che qualcuno già vive nel proprio ambiente di lavoro pace, serenità ed umorismo, anche se in modo fluttuante perchè gli ambienti di lavoro sono pur sempre ambienti umani e quindi soggetti a variabilità umorale. In ogni caso, la buona notizia è che oggi le risorse per trasformare gli ambienti lavorativi in contesti qualitativamente soddisfacenti ci sono tutte, a partire dalla formazione e dalla cultura manageriale, passando per le tecnologie relazionali fino ad arrivare ai nidi e alle mense o ad altri benefit che fanno star bene le persone.
S: Una considerazione sulla meritocrazia, ora una parola “inappropriata” citata dalla Ministra Gelmini, ma che sottende tagli per il personale e risparmi per le casse dello Stato. La meritocrazia, come lei ha scritto, è l’unico modo di governare democratico per assicurare a tutti pari opportunità. Una considerazione.
SG: Il tema della meritocrazia è in effetti così poliedrico che non è facile capire, di tutte le sue sfaccettature, quali vanno in una direzione socialmente costruttiva e quali invece verso la discriminazione e la “scusa” per tagliare il personale. Se meritocrazia vuol dire creare un sistema trasparente che assicura la certezza di avere professori competenti e motivati a scuola come nelle università allora sono a favore della meritocrazia. Se meritocrazia significa semplicemente una vaga ideologia da strumentalizzare a seconda di come tira il vento politico allora sono completamente a sfavore.
mariapia.telera@statoquotidiano.it



