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Renzo Gatta: contro il clientelare non cambierò bandiera


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Renzo Gatta, Pdl (image by Stato)

Manfredonia – POLITICA del fare e “non del dire”. Soluzioni “decise e coese”. Occupazioni comuni e “fare sistema”. Ma anche loculi nati per interessi. Contratti per gli adepti. Nonché un futuro (Comune) legato a mire. Mire che possono svariare, a random, da soldi e potere fino ad azioni rasenti il legale. Ora, provando a trasportare l’attuale agone politico, vissuto tra gare a rincorrersi fra chi riuscirà prima a definire le future alleanze, al tempo in cui la politica la si faceva ma “con i calzoni corti”,  il passo da compiere sarebbe enorme. Un sostegno, in questa impresa (breve in considerazione della temporaneità lessicale che può avere un qualsiasi spunto editoriale) di focus-alizzare le passate dispute nel Comune di Manfredonia è reso, nel Saturday’s Political views di Stato, dal professore Renzo Gatta. Un passato da consigliere comunale nel Movimento Sociale Italiano, poi diventato An ed infine, su imposizione (quasi) del premier Berlusconi, il Popolo delle Libertà (e di opinioni). “Spero di essere ricordato tra anni – dice Gatta – come colui che non cambiò bandiera”. Non cambiò bandiera nonostante sarebbe stato semplice. Non cambiò bandiera nonostante sarebbe stata la scelta più innata da compiere in considerazione di una “mamma già vedova”, in considerazione di un nucleo familiare “esteso” e di un reddito mensile “di certo non dei più esosi”. Ci sono degli incontri nella vita che possono modificare la propria percezione del  reale. In questo caso una possibile alterazione nella (propria) visione delle res terrene potrebbe far riferimento ad una correlazione (spinta) fra gli attuali sentimenti ed interessi che muovono i soggetti politici post-sessantottini e quanto animava e sosteneva le discussioni dei consigli comunali in piena guerra del Vietnam, fra delitti di piazza e stragi delle Br. A cosa animava un tempo la volontà di un “gruppo di uomini (fieri)” che “di notte si riuniva per affiggere striscioni”, mentre al di sotto qualcuno “reggeva le scale”. Politica d’altri tempi, politica fatta di pantaloni corti ma di idee “salde ed incorruttibili”. Un passato fiero, dunque improponibile se paragonato all’animo di gran parte dei mestieranti attuali. Sostenitori di valori ed ideali ma solo il tempo di ricevere ulteriori fondi. Un passato per il quale il professore Gatta va allora “fiero”. Un passato che nonostante la sua attuale fazione partitica abbia oramai “accantonato”, relegandolo nei libri ideologici di un tempo oramai passato, lui, il professore, continua a tutelarlo, vagliandolo come un principio eterno, saldo per guidarlo “fino alla morte”. Come coniugare allora valori, coraggio, difesa dei propri ideali a fronte dei ricatti, delle minacce e dei tentativi di corruzione (mera) della politica attuale. Una politica nella quale è in gioco (da anni) anche il figlio, ed erede diretto del professore Gatta, quel Giandiego, attuale presidente del Parco nazionale del Gargano, prossimo candidato ad una poltrona nelle sedi di via Capruzzi, e dunque candidato mancato  (per l’ennesima volta) alla carica di amministratore primus nel Comune di Manfredonia. Tentando allora di circoscrivere i valori principi del professore Gatta in quei fattori osannati di recente anche dal ministro alle Pari opportunità Mara Carfagna, quei mussoliniani ‘Patria, Dio e Famiglia’, avrebbe ancora un senso oggi valutarli se visti nell’alterazione continua della società liquida in movimento, come l’attuale, in quest’età della mera globalizzazione, dell’abuso dell’informazione, della corruzione politica, del legame sempre più saldo tra esponenti criminali e caste del Comune ? Scrive Alfredo Della Torre: “Al tempi della cosidetta Prima Repubblica Gatta è stato per lunghi anni il principale esponente del Movimento Sociale Italiano, un partito rigorsamente escluso da ogni partecipazione di governo anche locale, perché fuori da quello che veniva definito l’arco costituzionale. L’impianto culturale e valoriale dello schieramento politico del professore Gatta era infatti “saldamente ancorato ai principi di ordine, di rispetto della gerarchie”. Al tempo l’Msi era “isolato, privato, ostracizzato”, spoglio del dialogo con altre formazioni politiche, oltre che oggetto di “violenza e minacce”. Nonostante il già capo di An Gianfranco Fini (al di là delle diatribe insorte fra processi brevi, lodo Alfano e fuori onda mediatici) ricopra oggi la terza carica dello stato, e dunque si sia eretto a politico “stimato ed ascoltato” , (“Mussolini? Il più grande statista del Novecento. Il nostro orizzonte? Costruire il fascismo del 2000. Nell’estate del 1991, rieletto per la seconda volta alla guida del Movimento Sociale Italiano, Gianfranco Fini si esprimeva ancora in questi termini. La nascita di Alleanza Nazionale, la “svolta” di Fiuggi, l’approdo di governo, l’abbraccio con Berlusconi, ‘Mussolini il più grande statista ? Sarei schizofrenico a pensare ancora questo”, sarebbe venuto pochi anni dopo. “Vota Fini la persona” era lo slogan della sua prima campagna elettorale post-nostalgica, quella delle amministrative di Roma del 1993 che lo vedeva contrapporsi a Rutelli – era, all’epoca, ancora e soltanto l’ex delfino di Giorgio Almirante. E’ stato infatti Fini ad “incarnare fin qui nella famiglia della destra nazionale italiana il passaggio del testimone tra le generazioni”, tra coloro che sono riusciti ad andare al governo e quelli che invece, oltre mezzo secolo fa, spararono l’ultima raffica di mitra a Salò. Proprio Giorgio Almirante, che era stato tra i fondatori nel 1946 del Movimento Sociale Italiano, lo considerava quasi come un figlio: lo volle prima alla guida dei giovani del partito e poi, poco prima della sua morte nel maggio del 1988, gli affidò la stessa segreteria del Movimento Sociale Italiano), tanto che lo stesso movimento di An, confluito come detto nel Pdl “partecipa autorevolmente al dibattito politico culturale”, ha ancora senso parlare di Patria, Dio e Famiglia ?

Renzo Gatta: contro il clientelare non cambierò bandiera ultima modifica: 2009-12-06T21:30:25+00:00 da Giuseppe de Filippo



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