Macondo

Macondo – la città dei libri


Di:

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Il Cavaliere donnaiolo (non è B., ma ci somiglia molto)
di Piero Ferrante

Il giorno speciale di Rauno Ramekorpi è quello dei suoi sessant’anni. Non che la sua esistenza sia mai stata un noia. Prima Boscaiolo e piccolo imprenditore, truffatore dell’assicurazione, appassionato di saune, fascinoso e pioniere di una nuova industrializzazione. Poi, uomo con una valanga di soldi e belle idee che ne hanno fatto l’imprenditore più cool dell’intera Finlandia. Ma è al compimento del sesto decennio d’età, ben oltre la fatidica soglia del mezzo del cammin d’umana vita, che scocca la scintilla. Scarrozzato per tutta Helsinki dal tassista tentatore Seppo Sorjonen, Rauno si prefigge l’arduo compito di ripartire fra dieci donzelle, tutte sue amiche-amanti-conoscenti, tutte in fila, i rimasugli cibari e floreali della sua festa di compleanno. La stessa, tra l’altro, che l’ha visto diventare Cavaliere del Lavoro.

Parte da qui l’Odissea erotica che segna “Le dieci donne del Cavaliere”. Romanzo che solletica il sorriso come una piuma di gabbiano i piedi d’un’amante sotto le lenzuola. Esilarante, ridereccio, frizzante, questo nuovo testo dello scrittore Arto Paasilinna pubblicato in Italia da Iperborea. Goffamente osé, ai limiti del fetish. Comico finanche e soprattutto, di quella comicità spiritosa e mai volgare che si fonda sulle piccole cose. Tarjia, Eila, Tuula, Sonija, Eveliina, Saara, Kirti, Irjia, Ulla-Maija. Tanti mondi diversi, tante coperte diverse, tante esperienze diverse. Una galleria antropologia di donnoni e donnette dalle alterne fortune e dalla ciondolante dignità. C’è la comunista irredentista, c’è quella che prova a incatenarlo, c’è la donna in carriera e quella dal marito geloso. Ognuna convinta di essere la seconda e sola anima nella vita del Cavaliere. Già, seconda. Perché prima ancora c’è Anniki, consorte paziente e degnissima di cotanto marito.

In questa geremiade contorta di identità, Rauno prova a districarsi da consumato un avventuriero del sesso. Con la soddisfazione sfacciata di un basso ventre potente e impenitente che, superata la soglia dei 60, rinuncia a lenire i bollori. Ne vengono fuori episodi che valgon bene il piacere della lettura, tunnel di storielle esilaranti capaci di tramutare l’atto osceno in scherzo leggero, la pesantezza cupa del tradimento in lieve diversivo occasionale. Perché, a tratti, Sappo e Rauno, Paasilinna, li descrive più come Stanlio ed Ollio nordici che come sciupafemmine formati dalla vita.

Ma il gioco è gaudente, per Rauno. Ed è tanto soddisfacente per ipertrofizzare il suo ego da magnate che lo ripete una seconda volta, a Natale. Il Cavaliere veste barba ed abito rosso e distribuisce presenti invece che fiori. Gioielli, libri, remunerazioni, abiti costosi. Compra il piacere fisico barattandolo con altro piacere fisico. E giù, a darci ancora dentro, benché scoperto e ora vittima incosciente di un meccanismo che gli si stringe intorno al collo per rovinarlo. Cacciatore e cacciato insieme, Rauno, coniglietto da riproduzione e da pentola da ragù.

Paasilinna lo muove a suo piacimento, spostandolo da qui e da lì con rara maestria pupara e letteraria. Tesse trame sempre diverse, circostanze stuzzicanti e imbarazzanti. Ne viene fuori un libro che non è solo un passa-tempo, ma un prendi-tempo. Nel senso che, le pagine de “Le dieci donne del Cavaliere”, sono come ladre: le ore le rubano in silenzio, quatte quatte, come perfette geniacce del male. L’ennesimo colpo perfetto dell’unico autore nordico capace di humor mediterraneo.

Arto Paasilinna, “Le dieci donne del Cavaliere”, Iperborea 2011
Giudizio: 4 / 5 – Comirotico
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∞ La vecchia zia ricca e l’aglifero olezzo ∞
di Roberta Paraggio

Andrea Vitali è un gran furbone. Avete presente il figlio bravo dei vicini di casa? Il ragazzo tanto buono che piace a mamme, ziette ed arzille nonnette? E’lui, senza ombra di dubbio, è proprio lui, il figliolo buono della narrativa italiana, quello che sa condire ogni storia di buonismo, che riesce a riportare alla mente un clima da tempi andati, da sagra del prodotto tipico traslabile in ogni provincia italiana.

E, se è vero che di questi tempi “crisaioli” non piacciono granchè i maledettismi letterari, è vero anche che i siparietti vitaliani un po’sanno di naftalina e di già letto oltre che visto nelle commedie finto amare in puro stile Pupi Avati. Sarà la calma del lago di Como, sarà che Vitali godrà della fama di veri e propri adepti vitaliani, ma “Zia Antonia sapeva di menta”, ultima scaltrissima uscita pre natalizia, oltre al titolo davvero carino e ad una agile scrittura (per carità nulla da ridire), non ha niente di nuovo né di notevole.

C’è l’Ernesto, il nipote buono, compito e baciapile, c’è la di lui cognata un puntino infelice e molto cotonata, c’è il fratello cattivello dai facili appetiti sessuali, c’è il prevosto paciere, l’energica suora trentina dagli occhi cristallini, zia Antonia che si rifiuta di parlare e c’è una puzza di aglio che emana un mistero facilmente svelabile. In più, o in meno fate voi, se nel precedente “Almeno il cappello”, a far da sottofondo c’era un’intera fanfara, qui, i tempi son più moderni e, a deliziar i timpani ci sono addirittura Claudia Mori e Adriano Celentano.

Clima da italietta strapaesana per farla breve, come breve è il romanzo. Si legge nel tempo di un viaggio in treno tra Puglia e Basilicata (2 ore circa se tutto va bene), si ripone e si dimentica nel tratto tra Basilicata e Campania (altre 2 ore, giusto per gradire).

Andrea Vitali, “Zia Antonia sapeva di menta”, Garzanti 2011
Giudizio: 2,5 / 5 – Fermo
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LA RECENSIONE DI MAMMEONLINE

∞ Inghilterra 1985 ∞
di Donatella Caione

Il romanzo è ambientato nel 1985, me è un 1985 diverso: l’Inghilterra è ancora in guerra per la Crimea, invece dell’aereo si prende il dirigibile e si vive in un mondo dove i libri sono il bene più prezioso, ma non altrettanto importanti sono i poliziotti addetti ai crimini letterari, poichè sono infatti i poliziotti meno importanti di tutti. Eh sì che di crimini letterari ne succedono… si comincia dal furto di un manoscritto originale e si arriva ad uccidere e rapire i personaggi di quel libro sino a farli sparire da tutte le copie esistenti! Insomma i confini tra realtà e fantasia sono ben più morbidi del consueto.

Mycroft, l’inventore zio della detective letteraria (DLett) protagonista, escogita un sistema per entrare di persona in romanzi e poesie. Acheron Hades, criminale diabolico, se ne appropria e rapisce “Jane Eyre” dal manoscritto originale di Charlotte Brontë: a indagare arriva Thursday Next che, reduce dalla guerra di Crimea (che imperversa da centotrent’anni) e diventata pacifista convinta, ha in sospeso un amore. Le indagini la riportano a Swindon, sua città natale; sbarcata da un dirigibile di linea, salta in groppa a una fuoriserie decappottabile dai mille colori. Riuscirà a salvare Jane Eyre, a rimettere in sesto la sua vita e a fermare la lobby delle armi che non desidera la fine della guerra?

Ma oltre a personaggi che saltano dentro e fuori dai libri non mancano quelli che viaggiano nel tempo, come il padre di Thursday che da cronoagente è diventato cronolatitante e non può che riapparire in un certo momento per più di qualche minuto! Insomma, un romanzo ucronico in piena regola! E avvincente e divertente!

Jasper Fforde, “Il caso Jane Eyre”, Marcos y Marcos 2006

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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Andre Dubus III, “I pugni nella testa”, Nutrimenti 2011
IL SAGGIO: Aram Mattioli, “Viva Mussolini!”, Garzanti 2011
IL CLASSICO: Maxim Gorki, “La madre”, q.e.

LA CLASSIFICA DEI LIBRI PIU’ VENDUTI DELLA SETTIMANA (Libreria STILE LIBERO FOGGIA, pagina fb: qui)
1. Jeff Kinney, “Diario di una schiappa. La legge dei più grandi”, Il castoro 2011
2. Peter Carey, “Parrot e Olivier in America”, Feltrinelli 2011
3. Winifried Wolfe, “Un matrimonio perfetto”, Elliot 2011

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ILLOGICA ALLEGRIA…9 ANNI SENZA IL SIGNOR GG (1 GENNAIO 2003 – 1 GENNAIO 2012)
“Gaber, un popolo di amici”, è il pezzo apparso il 4 gennaio 2003, a tre giorni dalla morte del cantautore milanese, su il manifesto. Autore: Antonello Catacchio. Non è un’elegia, men che meno una sviolinata stonata. E’ solo un ricordo normale, cantato con la voce di gente normale. Quelle che, a pochi giorni dal Capodanno, faceva la fila sotto il gelo meneghino per l’ultimo saluto al signor Gg. Lo riportiamo di seguito, tratto dal sito www.giorgiogaber.org


Anche il sole ha voluto salutare il signor G. Un sole che ha scaldato il cuore della folla immensa che sin dal primo mattino ha puntato sulla sede storica del Piccolo Teatro in via Rovello per porgere l’ultimo commosso saluto a Giorgio Gaber. Una fila sterminata di persone comuni che sono andate a trovare un amico. I Gini e i Riccardi, quelli di porta Romana e del Giambellino, quelli della tv e del teatro, quelli di destra e di sinistra. Tutti sono andati a trovare quell’amico che per tanti anni aveva saputo tradurre in canzoni e spettacoli la loro vita di tutti i giorni, ma anche i timori, i dubbi, gli impegni, i non so. Una voce calda, un’aria scanzonata, capace di passare dallo shampoo alla libertà con la medesima profonda leggerezza. Una colonna lunghissima che poco per volta si snoda per l’intero isolato, quasi a voler avvolgere il Piccolo Teatro e quella camera ardente che oggi è il suo fulcro.

Poi, dopo che la gente, scrutata da telecamere e macchine fotografiche e interrogata dai taccuini dei cronisti, si avvicina all’ingresso del Piccolo ecco i manifesti degli spettacoli del Giorgio. Il signor G, Io se fossi Gaber, Far finta di essere sani, Anche per oggi non si vola. Inevitabile ricordare il teatro tenda e tutti gli altri luoghi dove Gaber ha intrattenuto gli amici con i suoi spettacoli. Sono manifesti dei tempi andati, come sottolineano, impietosi, i prezzi dei biglietti: 1500 lire posto unico oppure 3500 lire platea. Ma sono anche testimonianza di un pezzo di strada percorso insieme mentre le date rinfrescano la memoria. Memoria che corre per associazione di idee a qualche anno fa quando, quasi nello stesso periodo, le stesse persone erano andate nello stesso posto per salutare un’ultima volta un altro Giorgio, Strehler. «Allora però, c’era meno gente», commenta qualcuno.

«Perché Strehler era più per addetti ai lavori, il Gaber invece apparteneva a tutti» gli risponde un altro. In realtà tutti e due hanno dato molto alla città e ai suoi abitanti. Ma c’è del vero in quella considerazione spicciola, non irriverente. Tutti conoscono e riconoscono le canzoni di Gaber, fanno parte della memoria di ciascuno, quindi si ha l’impressione di sentirlo più vicino. E lo si sente più vicino quando all’interno della camera ardente Giorgio sta ancora cantando. Le note e le parole del Dilemma, sottovoce, per non disturbare. Ma presente, come una presenza concreta, tangibile, che muove a commozione quando l’occhio si posa sulla bara inondata di fiori.
L’opinione diffusa è che non si farà mai in tempo a permettere a tutti di omaggiare il Gaber che poi andrà verso Chiaravalle. Anche perché la coda procede molto a rilento e il motivo viene scoperto quando si è prossimi all’entrata del teatro. Lì convergono anche quelli che sono venuti senza avere troppo tempo da perdere. Saranno persone importanti? Può essere. Ma siamo sicuri che Gaber non avrebbe apprezzato quelle piccole furbizie così stridenti con il contesto.

Prima delle 14 un silenzio sospeso e irreale avvolge la zona e le persone che la affollano. Rotto solo dalla voce di Gaber che canta «la libertà è partecipazione». Poi, quando il feretro esce dalla camera ardente parte un applauso, forte, irrefrenabile, tumultuoso, che lo accompagna sino al carro funebre in attesa poco più in là.

Nel frattempo anche l’abbazia di Chiaravalle è diventata meta di pellegrinaggio da parte di una folle enorme. Superiore a qualsiasi aspettativa. E le stradine che portano in quell’angolo periferico di Milano, raggiungibile percorrendo ancora dei campi, si sono intasate. Anche qui. Quando alle 14 e 30 arriva il feretro, seguito dalla moglie Ombretta Colli e dalla figlia Dalia, l’applauso scatta inevitabile e spontaneo, lunghissimo. Viene dal cuore e si salda con quello di piazza Cordusio. All’interno dell’abbazia sono molti i volti noti, ma la colonna sonora è tutta sua. Al termine della funzione parte infatti recitando ancora una volta il Giorgio “non insegnate ai bambini, non insegnate la vostra morale, è così stanca e malata, potrebbe far male» cui fa seguito il ritornello «girogirotondo cambia il mondo…”.
Sarebbe facile fare considerazioni su girotondo e politici. Ma sarebbe anche sbagliato. Lo si capisce perfettamente vedendo come viene salutato Gaber davvero per l’ultima volta. Tra gli applausi qualcuno si fa il segno della croce, altri alzano un pugno chiuso. Ognuno si esprime come sa, come può e come vuole. Tutti però esprimono emozioni autentiche. E questo sì sarebbe piaciuto a Gaber che da molti anni aveva lasciato Milano per la Toscana. Forse non si ritrovava più in questa città o forse non si ritrovava più con i suoi attuali abitanti. Ma molti di loro hanno ritrovato lui per questo addio all’insegna del “grazie, Giorgio”.

PER SAPERNE DI PIU’
Giorgio Gaber, “L’illogica utopia”, Chiarelettere 2010
Massimo Puliani-Valeria Buss-Alessandro Forlani, “Gaberscik. Il teatro di Giorgio Gaber: testo, rappresentazione, modello” (con dvd), Hacca 2009
Giorgio Gaber-Mario Moraro, “Torpedo Blu”, Gallucci 2008
Aa.Vv, “Gaber, Giorgio, il signor G. Raccontato da intellettuali, amici, artisti”, Kowalski 2008
Andrea Pedrinelli, “Non fa male credere. La fede laica di Giorgio Gaber”, Ancora 2006
Paolo Jachia, “Giorgio Gaber 1958-2003. Il teatro e le canzoni”, Editori Riuniti 2003

Per consigli o suggerimenti, scrivete a: macondolibri@gmail.com

Macondo – la città dei libri ultima modifica: 2012-01-07T01:38:34+00:00 da Redazione



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