MANFREDONIA – C’era un tempo in cui il fidanzamento non era soltanto una promessa tra due giovani, ma un vero e proprio rito familiare e comunitario. A Manfredonia, nel 1956, il fidanzamento ufficiale rappresentava uno dei momenti più solenni della vita di una coppia, capace di riunire attorno allo stesso tavolo parenti, amici e persino il parroco.
Le immagini di quegli anni restituiscono tutta la forza di una tradizione oggi quasi scomparsa: famiglie riunite in un clima di emozione e rispetto, pronte ad assistere a una cerimonia semplice ma ricca di significato. Dopo una breve preghiera e un dialogo religioso, il sacerdote benediceva le fedine degli innamorati utilizzando l’aspersorio, lo strumento liturgico impiegato per l’aspersione con l’acqua benedetta. Quel gesto sanciva simbolicamente l’impegno reciproco della coppia davanti alle rispettive famiglie.
Terminata la benedizione, iniziava la festa. Al centro della tavola non mancava mai il dolce della tradizione: ‘u dolc’, conosciuto in italiano come il sospiro. Ricoperto da una glassa bianca con la caratteristica ciliegina rossa al centro e farcito con crema, era il simbolo delle occasioni più importanti della vita familiare.
Il nome stesso del dolce richiama il sentimento dell’amore, evocato anche dai celebri versi di Silvio Pellico: «Amore è sospiro d’un core gemente, che solo si sente, che brama pietà». Un richiamo poetico che ben si sposava con il significato profondo di quella giornata.
Il fidanzamento ufficiale era molto più di una semplice festa: rappresentava l’incontro tra due famiglie, la condivisione di una speranza e l’inizio di un nuovo percorso di vita. Tra sorrisi, fotografie ricordo e momenti di autentica convivialità, quella tradizione raccontava un’epoca in cui il valore della famiglia, della comunità e delle promesse aveva un ruolo centrale.
Oggi quelle immagini custodiscono la memoria di una Manfredonia che viveva i suoi riti con semplicità e partecipazione, offrendo uno spaccato prezioso della storia e delle tradizioni popolari sipontine.
Testo e ricostruzione storica di Claudio Castriotta.



