Nel cuore di corso Garibaldi a Foggia, dietro un portone ormai murato e una facciata segnata dal tempo, resiste la memoria di Palazzo Trifiletti, uno degli edifici storici più affascinanti e al tempo stesso dimenticati della città. Un luogo che racconta una stagione di prestigio, potere e cultura, ma anche una lunga fase di abbandono, con la prospettiva di una possibile rinascita.
Al civico 84 è ancora possibile riconoscere i tratti di un edificio costruito alla fine dell’Ottocento secondo uno stile eclettico, con richiami neorinascimentali e liberty. La facciata in tufo, materiale tipico dell’architettura foggiana, conserva i segni di quella che doveva essere un’elegante dimora nobiliare.
A caratterizzare l’ingresso erano soprattutto i due leoni controrampanti, simbolo di forza e protezione della famiglia Trifiletti. Non semplici decorazioni, ma figure scolpite che sembravano sorvegliare l’accesso al palazzo. Oggi quei leoni non esistono più, lasciando soltanto il ricordo di un elemento architettonico che rappresentava l’identità dei proprietari.
La facciata conserva ancora altri dettagli di pregio: finestre incorniciate da lesene con capitelli ionici, balconi con ringhiere in ferro battuto, modanature decorative e lo stemma della famiglia Trifiletti con il leone rampante al centro del cornicione.
Dietro quel portone chiuso, però, si nascondeva un tempo una residenza prestigiosa. L’androne ospitava una volta a botte decorata con motivi di ispirazione pompeiana, mentre una scala in marmo bianco conduceva agli ambienti principali della casa.
Il piano nobile era il cuore della vita sociale della famiglia: saloni per ricevimenti, incontri politici e momenti di rappresentanza. Gli interni erano arricchiti da affreschi con scene mitologiche, pavimenti in marmi policromi, camini decorati e arredi eleganti. Un ambiente che raccontava il ruolo centrale della famiglia Trifiletti nella società foggiana dell’epoca.
La famiglia a cui il palazzo deve il nome fu una delle più importanti della città. Tra i suoi esponenti figurano giuristi, magistrati e politici. Tra questi Gennaro Trifiletti, magistrato e consigliere di Cassazione, autore di un importante trattato di diritto romano, e soprattutto Francesco Trifiletti, avvocato e sindaco di Foggia tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento.
Fu proprio Francesco Trifiletti a commissionare la costruzione del palazzo e a volere quei due leoni posti a guardia dell’ingresso, trasformandoli in un simbolo del prestigio familiare.
Il declino dell’edificio iniziò con la perdita di centralità della famiglia e con i cambiamenti avvenuti nel corso del Novecento. Dopo la Seconda guerra mondiale il palazzo venne frazionato e venduto a diversi proprietari. La mancanza di interventi di manutenzione portò lentamente al deterioramento della struttura: balconi danneggiati, decorazioni rovinate, interni compromessi e il progressivo abbandono di una dimora che aveva rappresentato un pezzo della storia cittadina.
Come spesso accade per gli edifici storici, anche Palazzo Trifiletti è diventato protagonista di racconti e leggende popolari. Alcune storie narrano della presenza dello spirito di Francesco Trifiletti, destinato secondo la tradizione a non abbandonare mai completamente la sua casa. Altre riguardano proprio i due leoni dell’ingresso, ai quali viene attribuita una presunta maledizione legata alla loro rimozione.
Al di là delle suggestioni e dei racconti tramandati nel tempo, resta il valore storico e architettonico di un edificio che potrebbe tornare a essere protagonista della vita culturale foggiana.
Il Comune di Foggia ha infatti avviato un percorso per l’acquisizione dell’immobile, con l’obiettivo di recuperarlo e trasformarlo in un polo culturale destinato ad associazioni e attività della città. Il progetto prevede un investimento significativo per il restauro e la valorizzazione dello storico palazzo.
Un intervento che potrebbe restituire alla comunità uno dei suoi luoghi simbolo e riportare, almeno idealmente, quei leoni al loro posto. Palazzo Trifiletti non sarebbe più soltanto il ricordo di un passato perduto, ma un nuovo spazio da vivere e raccontare.
Lo riporta su Facebook, Il paradiso degli artisti. Gabriele Mansolillo



