Bari/Mattinata – C’è anche la ricostruzione dell’omicidio di Francesco Armiento, scomparso il 27 giugno 2016 e vittima, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Bari, di un caso di lupara bianca, nella corposa ordinanza cautelare che ha portato all’emissione di nuove misure nell’ambito delle indagini sulla mafia garganica.
Per gli investigatori, il delitto si inserisce nella lunga scia di sangue della guerra tra i clan del Gargano e trova oggi un’importante ricostruzione nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, affiancate da tabulati telefonici, riscontri investigativi e accertamenti scientifici.
Secondo quanto riferito dai collaboratori, Francesco Armiento sarebbe stato ucciso perché ritenuto responsabile dell’incendio dell’autovettura di Pio Francesco Gentile, esponente del gruppo criminale contrapposto ai Li Bergolis. Andrea Quitadamo racconta che, dopo quell’episodio, Gentile avrebbe manifestato l’intenzione di chiarire la vicenda. A Renato Quitadamo sarebbe stato chiesto di accompagnare Armiento in una zona isolata, nei pressi di Tor di Lupo, con il pretesto di un incontro.
Da quel momento di Armiento si sarebbero perse le tracce.
“Portamelo, gli dobbiamo parlare”
Nell’ordinanza vengono riportate le dichiarazioni rese da Andrea Quitadamo agli inquirenti. Il collaboratore riferisce che Mario Luciano Romito, Francesco Scirpoli e Pio Francesco Gentile avrebbero deciso di convocare Armiento per interrogarlo sull’incendio dell’autovettura. L’appuntamento sarebbe stato organizzato attraverso Renato Quitadamo, persona di fiducia della vittima. Secondo questa ricostruzione, Armiento sarebbe stato accompagnato in una zona di campagna senza sapere che lì lo attendevano gli altri.
Ancora più dettagliata è la versione fornita da Antonio Quitadamo, che nell’ordinanza si autoaccusa della partecipazione alla fase successiva all’omicidio. Secondo il collaboratore, l’autore materiale dell’esecuzione sarebbe stato Mario Luciano Romito. Armiento sarebbe stato portato in una grotta, interrogato e, al termine del confronto, colpito con un proiettile al volto, sotto l’occhio destro.
Successivamente il cadavere sarebbe stato caricato su un mezzo e trasportato in aperta campagna per essere nascosto, dando origine a uno dei casi di lupara bianca più discussi degli ultimi anni sul Gargano. Quitadamo racconta inoltre di aver partecipato, insieme a Francesco Notarangelo e allo stesso Romito, all’occultamento del corpo.

I tabulati telefonici
La ricostruzione accusatoria trova, secondo il giudice, un primo riscontro anche nei tabulati telefonici. La sera del 26 giugno 2016, poche ore prima della scomparsa, risultano contatti telefonici tra le utenze in uso a Renato Quitadamo, Francesco Scirpoli, Pio Francesco Gentile e Francesco Armiento. Per gli investigatori, quei contatti sarebbero compatibili con l’organizzazione dell’incontro che precedette la scomparsa della vittima.
Per oltre due anni di Francesco Armiento non si seppe più nulla. Nel novembre 2018, durante nuove attività investigative, vennero rinvenuti alcuni resti ossei in una zona rurale tra Alvaro e Bucecchia, nelle campagne di Mattinata. Tra questi anche una calotta cranica che presentava un foro compatibile con un colpo d’arma da fuoco. Gli esami genetici eseguiti successivamente, comparando il Dna con quello dei genitori della vittima, hanno fornito – secondo l’ordinanza – “un risultato di compatibilità superiore al 99,99999999%”, consentendo agli investigatori di attribuire quei resti a Francesco Armiento.
Nell’ordinanza vengono contestati, per la vicenda Armiento, i reati di soppressione di cadavere, aggravati dal metodo mafioso e dalla finalità di agevolare il clan Romito-Lombardi-Ricucci. A Renato Quitadamo viene inoltre contestata la detenzione della pistola Smith & Wesson calibro .357 che, secondo l’accusa, sarebbe stata utilizzata per l’omicidio. Allo stesso indagato viene contestato anche il reato di false informazioni rese al pubblico ministero, per avere negato di aver accompagnato Armiento nel luogo dove, secondo la ricostruzione investigativa, avvenne il delitto.
Per la Direzione distrettuale antimafia, anche l’omicidio di Francesco Armiento si inserisce nella strategia di controllo del territorio messa in atto durante la sanguinosa guerra tra i clan del Gargano. L’impianto accusatorio poggia soprattutto sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Antonio e Andrea Quitadamo, Francesco Notarangelo e Marco Raduano, ritenute riscontrate da elementi investigativi, accertamenti tecnici e dati telefonici.



