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A cura di Pasquale Ognissanti (Archivio Storico Sipontino)

L’acquedotto per Manfredonia ed il “porto” di Siponto


Di:

L’Università sipontina nel ‘700

L’acquedotto per Manfredonia ed il “porto” di Siponto

a cura di Pasquale Ognissanti (Archivio Storico Sipontino)

Il saggio che vi presentiamo oltre ad avere la valenza essenzialmente politico-amministrativa, può dare anche delle utili indicazioni sulla “ventilata” ubicazione del “porto” di Siponto. Dire che il “porto” di Siponto era ubicato lì dove è presente la “fontana” , senza specificarne il periodo storico, non si fa cosa utile alla ricerca storica. Nelle fonti documentarie, dall’XI fino al XX sec. , non si rileva mai l’indicazione né di un porto, né di un approdo nelle “paludi sipontine”, di cui la fontana (o la “sorgente”) era parte integrante. L’aver trovato nei pressi dei reperti archeologici di varia fattura e di varie epoche storiche non significa che nella zona vi fosse “necessariamente” un “porto”

Il saggio, pertanto, mettendo il risalto le vicende della mancata costruzione dell’ acquedotto per Manfredonia, che prendeva origine proprio da quella sorgente, pone anche in evidenza che per la costruzione delle relative condutture (che in parte pure si osservano) si doveva costruire un invaso, e proprio con l’ utilizzo di materiale ricavato dai reperti archeologici esistenti nella zona.

La medesima cosa è accaduta quando si è costruito il tronco ferroviario, con l’interramento di molto materiale proveniente dalla “vetere Siponto”, da non confondere con la località “Scoppa”.

Ed ora entriamo nel merito della questione.
Fra i tanti capitoli nefasti scritti dagli Amministratori comunali sipontini vi è quello riguardante la mancata costruzione dell’acquedotto per il trasporto dell’acqua ad una comunità, “assetata di acqua e di giustizia” (come si diceva una volta).

Oltre alle concessioni e alle reliquie elargite ai canonici, il pontefice volle anche gratificare la comunità sipontina, assegnandole la somma di 6.000 scudi romani, affinché si incanalassero le acque dalla fontana esistente presso la basilica di Siponto fino a Manfredonia, con la costruzione di relativo acquedotto.

A seguito della disposizione di papa Benedetto XIII per la costruzione dell’acquedotto, da parte dell’amministrazione comunale viene nominata la relativa deputazione nelle persone di Giovanni Lorenzo Celentano, e d. Dionisio Mettola, ed essendo andata la bussola in giro si sono ritrovati inclusivi numero dieci, ed esclusivi numero cinque.
A queste due personalità cittadine, quindi, dovrebbe essere attribuita pure la responsabilità della mancata effettuazione dell’opera.
Dalle fonti documentarie e dal racconto dello Spinelli, vediamo come sono andate le cose,

Dalla conclusione decurionale del 21 dicembre 1724, si rileva:
Essendo congregrato il presente Conseglio ad sonum campanae, et more solito nella Casa della Cancellaria, con l’intervento, e presenza del signor Giuseppe de Fuertes Regio Governatore di questa predetta Città, si propone, e fà intendere à loro Signori come da Monsignor Nostro Arci-vescovo ci viene avisato, che dà N. S. si sono stati rimessi docati sei mila per la costruzione d’ una fontana con trasportare l’acqua dalle fontane dell’Antica Siponto, in questa con la certezza ancora di rimettere altri docati trè mila, che secondo il disegno, e pianta fatta dà perito ingegniere vi ne-cessitano, e però, che si fussero destinati due deputati affine. che con altri due deputati ecclesiastici che da esso Monsignore Arcivescovo si elegeranno possino unitamente con il di loro zelo inviggi-lare che il denaro venghi speso con tutta fedeltà, e l’opera rieschi di tutta perfezzione, acciò il Publico tutto perfettamente con la copiosità dell’ acque venghi perfettamente a godere della cle-menza di S. Santità Benedetto decimo terzo, che per cinqie anni, essendo Cardinale governò questa nostra Metropoli essendo (….) dell’istesso, quale mosso dal solito suo zelo caritativo sapendo quanti per la penuria dell’ acque nelli tempi estivi patiscono la Brava Gente si è degnata, così largamente sovvenirla; E per acciò l’ opera sudetta si possa senza che vi si frapponghi lungezza di tempo perfezzionate, e volendono dal canto loro adempie allo che li viene da esso Monsignor Arci-vescovo avisato, propongono per deputati li signori Oronzo Tontulo, e Giovan Antonio Cessa, a’ quali se li dà quella facoltà, che essi Proponenti se può dare, che col voto, e parere delle Signorie Vostre sia tutto ben fatto e concluso.

Et lecta dal signor d. Ettore Morelli si è chiamata la Bussola, quale essendo andato in giro si sono trovati voti inclusivi numero cinque, ed esclusivi otto, che però da essi signori Proponenti sono proposti li signori d. Liborio Pazienza e d. Antonio de Urruttia, ed essendo andata la bussola in giro si sono ritrovati voti affirmativi numero due, e negativi undeci; e però per la terza volta si sono proposti li signori d. Giovanni Lorenzo Celentano, e d. Dionisio Mettola, ed essendo andata la bussola in giro si sono ritrovati inclusivi numero dieci, ed esclusivi numero cinque.

Iniziano, così, i lavori, e vengono impiegati, secondo ne riferisce lo Spinelli, ben 200 lavoratori; ma “per un indegno ritrovato” i lavori vengono definitivamente sospesi. Informatosi il pontenfice, questi determina che la somma rimasta debba essere impiegata per la manutenzione della cattedrale, con “grandissimo svergogno de’ Decurioni”.
Ma lo Spinelli continua nel suo racconto, “svergognando” lui i colpevoli dell’”indegno ritrovato”. Va pur detto che in questa occasione, strumentalmente, per fornire i materiali nella costruzione dell’acquedotto, ma, più propriamente per uso privato, viene abbattuta l’antica “Tribuna”.

In questa piantina di Manfredonia (sec. XVI) emerge solenne la “Tribuna”

immagine in allegato

Infine, oltremodo interessanti sono le considerazioni effettuate dallo Spinelli sia sulle opere effettuate e sia sulle famiglie dei due “deputati decurioni”.

Con tali distintissimi onori conceduti al Capitolo Sipontino, e con i predetti donativi, fè conoscere il Santo Padre una gratificazione dell’ amor suo verso la sua prima dilettissima Sposa; ma pensando nel tempo stesso di anche mostrarsi tale coll’ amata antica sua Popolazione Sipon-tina, rammentandosi d’ esservi nella nostra Città mancanza di acque dolci sorgive, dispose dall’ Erario Ponteficio la somma di Sei mila scudi Romani, la quale consegnando a’ due Oratori Decu-rioni Sipontini, impose, che spesa si fosse per il trasporto dell’ acqua sorgiva dal Fonte esistente nell’ antica Siponto, che ivi copiosamente scaturisce, nella moderna Città: disegnando ben’ anche a dover nascere con maestria una novella, e maestosa Fontana ammezzo all’ odierna Piazza S. Domenico costrutta di marmi, e con i più possibili ornamenti di Statue, e giochi dell’ acqua, assegnando a tal’effetto un’architetto Ponteficio, che venne nella nostra Città unitamente con i quattro Sipontini Oratori, che già ritornarono da Roma colmi di giubilo; percui presentandosi al Capitolo, ed al Magistrato, e Parlamento Sipontino distinti contrassegni d’affetto di un tanto Papa, si riempirono parimente di sommo contento i Cittadini, rendendosi grazie a Dio di una tanta impensata providenza ad essi graziosamente pervenuta….

…Intanto nella nostra moderna Siponto erasi già dato principio alla formazione dell’ Aquedotto della Fontana tanto desiderata dal Pontefice Benedetto XIII, e furono Deputati Eletti per una tal’ Opera dal nostro Parlamento Sipontino i due Decurioni Dionisio Mettola, e Gian Lorenzo Celentano, i quali tenevano impiegati al travaglio nientemeno, che 200 persone, le quali per met-terle, e levarle dalla fatiga, usavasi il segno del Tamburo. Furono date immediatamente le dispo-sizioni per il Piombo, Ferro, e per i Canaloni, e tutto con prestezza pervenne da Venezia; Ma quan-docchè si teneva per certo da ogn’uno, che in breve tempo si sarebbe veduta terminata una tal’ Opera utilissima, di fatto si vidde tutta l’ operazione sospesa, perché disperato il Caso, per uno in-degno ritrovato, cioè che l’Architetto era poco perito, a dispetto di una grandissima spesa, che si fè ventilare d’essersi fatta, immediatamente fu sospesa ogni operazione, facendosene scelleratamente una finta relazione al Pontefice, percui Questo a tal funesta notizia, n’ebbe grandissimo dispiacere, che finalmente dovendosi persuadere per forza, che più non poteva conseguire il suo pietoso im-pegno con fare all’antica sua Gregge Sipontina cotanto importante, e segnalato beneficio, fù co-stretto ordinare con sollecitudine, che il danaro avanzato da una tal’Opera ignominiosa, senza per-dita di tempo consegnato si fosse al Reverendissimo Capitolo Sipontino, acciò impiegato l’avesse alla Reparazione della Chiesa, siccome con grandissimo svergogno de’ Decurioni già seguì.

Ma qui fa d’ uopo, ch’ io qualche cosa ne scriva, perché manifestamente è stato sempre a notizia di tutti, che l’ Acqua della Fontana di Siponto non potè venire a Manfredonia per un furto commesso dalli sudetti Deputati con darne la parte all’ Architetto Ponteficio; E che ciò sia vero si dimostra. Si finse dire, che l’ Architetto non era perito: E io dico, che a scorgerlo non vi voleva gran fatiga, percui da’ Deputati sospendendosi la spesa, e conservandosi il danaro, se ne poteva dar l’ intelligenza al Pontefice, per ottenere un peritissimo Architetto, e così poi proseguirsi tal’ opera importantissima; Oltre a ciò molta artificiosa ad operazione non si richiedeva per porre in camino quell’ acqua di cotanto copiosa sorgiva, che secondo a’ nostri giorni si vede, il corso, che porta al mare, e di tanta abbondanza, che forma anche ne’ tempi di gran siccità realmente un fiume, oltre di altra quantità di acqua, che formando altri ruscelli si disperde entro il Territorio della Palude; la quale quantità di acqua, se i Decurioni Deputati coll’Architetto avessero voluto secondare il santo, e pietoso disegno del Pontefice, si avrebbe potuto trasportare anche fin di là dal Gargano. Sei mila scudi Romani, che sono 7500 ducati del nostro Regno, alcerto, che da quel tanto si vede essersi faticato alla formazione dell’ Aquedotto, non poteva portar la spesa neanche di un’ ottava parte della predetta somma, tanto più, che per formarsi la stanza della Fontana, e formarsi il principio dell’ Aquedotto congiunto alla stanza, per il naturale applicato non si portò menoma spesa, perché da’ Deputati fattasi ignominiosamente abbattere la cotanto rinomata Tribuna edificata dentro la nostra moderna Siponto da i Re Manfredi, e Carlo d’ Angiò, si pensava con un tal materiale supplire alla maggior parte dell’ Aquedotto; ma con tutto ciò nulla si vidde di buona ad operazione, stante il gran disegno de’ Deputati si fu quello di far continuare a vivere la Sipontina Cittadinanza nella penuria dell’acqua, togliere per sfogo di loro rabbia dalla Città l’ antica Tribuna come memoria cotanto ragguardevole, accomodarsi le loro Case alla meglio, che potettero concorre per anche l’ Architetto per mandarlo via, col segreto in petto, e licenziare finalmente dall’ intrapreso pietoso disegno l’ affezionato Pontefice. Ma è grande la meraviglia di Dio, che fa stupire a tutti noi anche ne’ tempi correnti di nostra età, veggendosi per una tanto malagevole condotta degl’ infidi Decurioni Deputati, che i loro figli ridotti sono nelle più estreme irreparabili miserie; Ed infatti le continue velenose controversie, che tuttogiorno insorgono tra gli odierni Fratelli di Mettola, tentono costantemente alle reciproche di loro rovine, percui ad altro stato non sonosi ridotti, che a reprimere la violenza degl’ incessanti di loro bisogni, che da per ogni dove contro l’ insorgono. L’eredi di Gian Lorenzo Celentano lasciati in età pupillare, venuti poi in età matura, altro non ha ritrovato delle sostanze lasciate da tal soggetto, che un masso di debiti, percui egli ed altri suoi Fratelli per molti anni non ebbero nemmen per quanto fosse un tozzo di pane, che pensandosi al riparo de’ pietosi Cittadini, si bandirono entro della Religione Celestina trè di essi, ed un altro rimasto in casa è vissuto insino all’ anno 1785 miseramente soggetto alla carità delle publiche cariche, che si dispensano dal parlamento Sipontino. Ma siane checchè si voglia, mente i fatti della storia realmente rapportandosi, fanno talvolta meritare l’ indignazione all’ Autore, e perciò sospendendo di altro dirne di cotali lacrimosi avvenimenti, si passi al prosieguo de’ nostri Sipontini Annali.

Ma seguiamo il percorso del materiale dedotto dal disfacimento della “Tribuna”.

In quest’anno medesimo (1730) appena si intese la novella in Manfredonia della morte di Papa Benedetto XIII (21 febbraio) accertatosi Michelangelo Celentano Sipontino, che il sito dell’ antica Tribuna, e tutto l’accorso materiale della medesima non si poteva più impiegare per l’ aquedotto della Fontana, e per altre disposizioni che avrebbe potuto ordinare lo stesso Pontefice si fosse continuato a stare in vita, perciò ne dispose egli con diligenza del Magistrato, e del Capitolo Sipontino, disegnando in tal luogo di edificare un magnifico Palazzo per uso di sua abitazione, siccome già fece, e vedesi a’ nostri giorni un tal’ Edificio essere uno de’ migliori tra’ gli altri, che hanno per loro uso le Magnatizie Famiglie Sipontine, quantunque oggi un tal Palazzo non appartiene più alla Famiglia Celentano, ma bensì a quella de Florio, per essersi dato in dote ad una delle Figlie del predetto Michelangelo maritata con uno della Casa de Florio..

Quanto asserito dallo Spinelli ha riscontro in un atto del notaio Prencipe, del giugno 1733.
Ed in un atto redatto dal notaio Gonzales, il 6 luglio 1733, richiamato nella Platea della Mensa Arcivescovile, iniziata nel 1728, si ha:

Michel’Angelo Celentano paga annui a questa R.ma Mensa di censo perpetuo, insino alla terza generazione carlini tre sopra il fondo detto la Tribuna dove vi è costrutto un nuovo Palazzo, in ogni sei di luglio, secondo l’istrumento rogato dal magnifico notaro Michele Tommaso Gonzales à 6 luglio 1733.

Fa specie rilevare che per la costruzione del palazzo, Michelangelo Celentano chiama un ingegnere architetto di Venezia, Giovanni Mazzoleni, e commette l’opera ad un mastro fabbricatore di Foggia, Pellegrino Ceci. Il documento riporta i valori dell’altezza e del perimetro dello stesso palazzo.

In aggiunta, va detto che nel “Libro d’apprezzo”, del 1741, trattandosi del Seminario, si fa esplicito riferimento al palazzo del Celentano costruito al posto della antica Tribuna.

Venerabile Seminario di Manfredonia possiede un orto di passi quaranta, confina con le mura della città et l’ antica Tribuna oggi Palazzo del magnifico d. Michel’ Angelo Celentano, valutato per ducati 60.

Circa un secolo dopo questi avvenimenti, in una conclusione decurionale del 13 aprile 1823, si fa esplicito riferimento alle opere effettuate per la canalizzazione dell’acquedotto, le quali arrivano alla distanza di circa mezzo miglio dalla città.

Il benemerito Cardinale Ursino Arcivescovo di questa Chiesa Metropolitana, poi papa Benedetto decimo terzo a proprie spese fece fare un tratto di canale che doveva trasportare le acque nella città, che giunse fino alla distanza di mezzo miglio.

Come è facile notare, le canalizzazioni erano già in stato avanzato se erano arrivate presso gli ipogei di Scoppa (pineta di Siponto), dove, appunto, ancora oggi si vedono opere di incavo nella roccia.

Canale delle acque alte: taglio nella roccia

immagine in allegato

immagine in allegato

– A cura di Pasquale Ognissanti (Archivio Storico Sipontino) –

L’acquedotto per Manfredonia ed il “porto” di Siponto ultima modifica: 2017-08-07T09:13:48+00:00 da Redazione



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