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DIGHE SUD Le dighe sono piene. Ma il Mezzogiorno continua a essere povero di visione

Le immagini degli invasi della Capitanata restituiscono finalmente una notizia positiva

AUTORE:
Maurizio Varriano
PUBBLICATO IL:
7 Agosto 2026
Foggia // Monti Dauni //

Ma la querelle sul tubone si, tubone no, non cede nel tener banco. Molise e Puglia scrivano una nuova strategia e non si fermino al pensiero di prosciugare il Liscione.

Le immagini degli invasi della Capitanata restituiscono finalmente una notizia positiva. La diga di Occhito supera i 150 milioni di metri cubi d’acqua, le riserve garantiscono una stagione irrigua più tranquilla e il Consorzio per la Bonifica della Capitanata può parlare di una situazione molto diversa rispetto alle estati segnate dall’emergenza.

È una buona notizia.

Ma sarebbe un errore trasformarla in un messaggio rassicurante. Perché il livello dell’acqua nelle dighe non misura il livello della nostra capacità di governarla.

Anzi, rischia di produrre l’effetto contrario: quello di abbassare l’attenzione proprio quando sarebbe necessario aprire una discussione seria sul futuro della gestione idrica del Mezzogiorno.

Ogni volta che gli invasi si riempiono, il tema scompare dall’agenda politica. Poi basta una stagione siccitosa perché tornino le emergenze, le limitazioni, le polemiche tra territori e la ricerca affannosa di nuove soluzioni.

È il segno di un sistema che continua a rincorrere gli eventi invece di governarli.

Il problema non è soltanto quanta acqua abbiamo oggi. Il problema è se saremo in grado di garantire acqua domani.

Il caso Liscione-Occhito: il vero problema non è il tubo, ma la visione

Il dibattito sul collegamento tra la diga del Liscione e quella di Occhito rappresenta perfettamente questa contraddizione.

Da anni si discute del cosiddetto “tubone” come se la questione fosse semplicemente tecnica: portare acqua da un bacino all’altro, aumentare la disponibilità, rispondere alle esigenze della Puglia.

Ma il tema vero non è il tubo.

Il tema è il modello istituzionale che dovrebbe governare una risorsa che appartiene a un sistema territoriale molto più ampio dei singoli confini regionali.

La domanda non dovrebbe essere: il Molise deve dare acqua alla Puglia?

La domanda dovrebbe essere: perché dopo decenni non esiste ancora una strategia condivisa tra territori che hanno interessi profondamente collegati?

L’acqua non conosce confini amministrativi. La politica continua invece troppo spesso a ragionare come se quei confini fossero invalicabili.

Il paradosso del Molise: ricchezza naturale senza strategia politica

Ed è qui che emerge uno dei grandi paradossi del Mezzogiorno.

La Puglia è una regione strutturalmente povera d’acqua. Questa condizione l’ha portata, nel tempo, a sviluppare una forte attenzione politica verso la sicurezza idrica, perché l’acqua è diventata una condizione indispensabile per il proprio sviluppo agricolo, industriale e civile.

Il Molise, invece, possiede una delle maggiori ricchezze idriche dell’Italia centro-meridionale.

Ma questa ricchezza non è mai stata pienamente trasformata in una strategia.

La regione ha custodito una risorsa fondamentale, ma raramente è riuscita a trasformarla in una leva di sviluppo, in un elemento di forza negoziale, in una politica territoriale capace di incidere sulle scelte nazionali.

Il risultato è un paradosso evidente: un territorio ricco di acqua che spesso ha avuto poca voce nella gestione dell’acqua.

Non perché debba rivendicare un possesso esclusivo della risorsa. Ma perché dovrebbe rivendicare il valore del ruolo che svolge.

L’acqua non è solo una risorsa: è un servizio che un territorio produce

C’è infatti un aspetto ancora poco considerato. Il Molise non si limita a custodire acqua. Produce acqua.

La produce attraverso le sue aree interne, i suoi sistemi montani, i boschi, i bacini naturali, la tutela degli ecosistemi e quel complesso equilibrio ambientale che consente alle risorse idriche di essere disponibili anche per territori più lontani.

Questo significa che non offre soltanto metri cubi. Offre un servizio ecosistemico.

Un servizio che ha un valore economico, ambientale e sociale, ma che ancora oggi non viene adeguatamente riconosciuto nelle politiche pubbliche.

Chi tutela i territori dove nasce l’acqua? Chi sostiene i costi della manutenzione ambientale? Chi affronta le conseguenze dello spopolamento delle aree interne, del dissesto idrogeologico e della fragilità dei territori montani?

Sono domande che dovrebbero entrare nel cuore di ogni accordo sulla gestione delle risorse idriche.

Perché l’acqua non può essere considerata soltanto ciò che arriva ai rubinetti o ciò che alimenta l’agricoltura.

Prima ancora, è ciò che un territorio rende possibile.

Il principio del dare e avere: non il prezzo dell’acqua, ma il valore della responsabilità

Il Molise non deve essere visto solo come proprietario dell’acqua, ma soprattutto custode di una infrastruttura naturale strategica per il Paese.

Per questo il tema dei ristori deve essere affrontato con una prospettiva diversa.

Non si tratta di pagare l’acqua. L’acqua non è una merce. Si tratta di riconoscere il valore di una funzione territoriale.

Se una comunità contribuisce alla sicurezza idrica di un’area molto più vasta, quel contributo deve generare investimenti, infrastrutture, tutela ambientale e opportunità di sviluppo anche per chi quella risorsa la custodisce.

Il principio corretto non è “chi dà deve essere pagato”.

Il principio corretto è: chi svolge una funzione strategica per il Paese deve essere sostenuto affinché possa continuare a svolgerla.

È una differenza sostanziale. Perché sposta il confronto dal conflitto alla responsabilità condivisa.

Serve una nuova politica dell’acqua

Le dighe non sono semplicemente contenitori da riempire quando piove e svuotare quando serve.

Sono infrastrutture strategiche. Garantiscono sicurezza alimentare. Sostengono l’agricoltura. Proteggono gli ecosistemi. Riducono gli effetti delle crisi climatiche. Generano sviluppo.

Per questo non possono più essere governate con una logica frammentata, regionale e spesso emergenziale.

Serve una regia nazionale capace di mettere insieme Molise, Puglia, Basilicata, Campania e Abruzzo.

Serve una programmazione che guardi ai bacini idrografici e non soltanto ai confini amministrativi.

Serve una politica che consideri l’acqua con la stessa importanza riservata all’energia, alle grandi infrastrutture e alla sicurezza nazionale. E serve anche un cambio di prospettiva del Molise.

Una regione che custodisce una parte così importante del patrimonio idrico del Paese non può limitarsi a difendere ciò che possiede.

Deve scegliere quale ruolo vuole assumere.

Essere soltanto il luogo dove nasce l’acqua oppure diventare protagonista di una nuova politica nazionale della risorsa idrica.

La differenza sta nella capacità di costruire una strategia.

La vera emergenza non è l’acqua: è la mancanza di una visione comune

Oggi le dighe sono piene. Ma non possiamo permettere che questa condizione diventi un alibi per rimandare ancora.

Le stagioni cambiano. Il clima cambia. Le esigenze produttive cambiano.

Il futuro dell’agricoltura e della sicurezza idrica del Mezzogiorno dipenderà dalla capacità di programmare oggi ciò che servirà domani.

La sfida non è scegliere chi deve avere più acqua. La sfida è costruire un sistema nel quale ogni territorio riconosca il valore dell’altro.

Perché il Molise non deve essere visto come un serbatoio. E la Puglia non deve essere vista come un territorio che chiede soltanto risorse.

Sono due parti dello stesso problema e, soprattutto, dello stesso futuro.

Le dighe oggi sono piene.

Ora bisogna riempire quel vuoto di visione che per troppo tempo ha accompagnato la politica dell’acqua nel Mezzogiorno.

 

1 commento su "Le dighe sono piene. Ma il Mezzogiorno continua a essere povero di visione"

  1. Il Molise che purtroppo effettivamente “non esiste”, potrebbe diventare,intanto, IL CENTRO NAZIONALE GESTIONE ACQUA, una specie di ministero , che affronta totalmente il problema idrico, la prevenzione, il presente e il futuro, del tema…… “il valore dell’acqua”

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