Alla fine è arrivato il giudice a fare ciò che la politica non ha saputo – o non ha voluto – fare: ristabilire il rispetto delle regole.
La sentenza del TAR che obbliga la Regione Molise a rimodulare la graduatoria dei finanziamenti e ad ammettere le Maschere Zoomorfe di Isernia al contributo regionale non è una semplice vicenda amministrativa. È una sonora bocciatura di un modo di governare il turismo fatto di improvvisazione, superficialità e annunci a effetto.
Da mesi raccontiamo di bandi confusi, criteri interpretati in modo discutibile, graduatorie contestate e associazioni costrette a rivolgersi ai tribunali per vedere riconosciuti diritti che avrebbero dovuto essere garantiti negli uffici regionali, non nelle aule di giustizia.
La politica, invece, ha preferito il palcoscenico. Conferenze stampa, passerelle, proclami e fotografie. Ma la comunicazione non può sostituire la competenza, e i comunicati non possono correggere bandi scritti male o decisioni amministrative illegittime.
Il caso delle Maschere Zoomorfe è emblematico. Una manifestazione simbolo del Molise, promossa negli anni come patrimonio identitario del territorio, viene esclusa da un finanziamento pubblico per motivazioni che il TAR ha ritenuto non conformi al diritto. Una contraddizione che racconta meglio di qualsiasi slogan lo stato di una macchina amministrativa che sembra procedere senza bussola.
La domanda oggi non è soltanto chi abbia sbagliato. La domanda è perché nessuno risponda mai degli errori. Perché quando una sentenza smentisce l’operato della pubblica amministrazione non basta eseguire l’ordine del giudice. In qualsiasi amministrazione che faccia della responsabilità un principio, ci si interroga sulle cause, si individuano le responsabilità e si corregge il metodo. In Molise, invece, troppo spesso cala il silenzio.
Eppure gli errori non li paga chi li commette. Li pagano le associazioni, i volontari, gli organizzatori, le comunità locali e, soprattutto, i cittadini. Si perdono tempo, risorse, credibilità e occasioni di sviluppo, mentre il turismo continua a essere raccontato più nelle conferenze stampa che nei risultati.
La sentenza del TAR obbliga ora la Regione a correggere la graduatoria. Ma nessuna rimodulazione cancellerà il danno prodotto da mesi di contenziosi, incertezze e decisioni rivelatesi illegittime.
La politica dovrebbe avere almeno il coraggio di riconoscere i propri errori. Continuare a far finta di nulla significa considerare normale che sia un tribunale a ricordare alla pubblica amministrazione come si applicano le regole.
Ed è forse questa la sconfitta più grave. Non quella di un assessorato o di una maggioranza politica, ma quella di un’idea di amministrazione che confonde il consenso con il buon governo e la propaganda con la capacità di governare.
Quando a certificare gli errori non è l’opposizione, non sono i giornali e non sono le associazioni, ma un tribunale della Repubblica, non resta molto da aggiungere. Resta soltanto una domanda: quante altre sentenze serviranno prima che qualcuno si assuma la responsabilità politica di ciò che accade?




