Dopo oltre tre decenni, il delitto di Luigia Borrelli torna al centro di un processo. La 42enne venne trovata senza vita nel settembre del 1995 all’interno del locale di Vico degli Indoratori, nel centro storico di Genova. Il corpo presentava evidenti segni di una violenta aggressione e un trapano era stato utilizzato per infierire sulla vittima.
Per anni l’omicidio è rimasto senza un colpevole. Le indagini hanno attraversato diverse piste, coinvolgendo familiari, persone vicine alla vittima e ambienti legati alla prostituzione, alla droga e all’usura. La svolta è arrivata soltanto molti anni dopo, grazie alla riapertura dell’inchiesta e alle nuove analisi genetiche.
La doppia vita di Luigia
L’ultima notte di Luigia Borrelli risale al 5 settembre 1995. A Genova era conosciuta anche con il nome di Antonella. Dopo aver lavorato come infermiera all’ospedale San Martino, aveva iniziato a prostituirsi per cercare di saldare un debito contratto dal compagno Mario Arnaldo Andreini con alcuni usurai.
La donna aveva preso in affitto un locale in Vico degli Indoratori e, secondo la ricostruzione, aveva costruito una clientela che le consentiva di provvedere ai figli e far fronte alle richieste dei creditori. Ai familiari, però, raccontava di lavorare come badante.
Quel giorno la sua vita sembrava procedere normalmente. Alle 10.30 aveva fatto colazione in un bar, all’ora di pranzo era stata in pizzeria e nel primo pomeriggio era stata vista in piazza San Matteo insieme a una collega.
Tra le 21 e le 23 qualcuno sarebbe entrato nel locale. Luigia venne aggredita e lasciata gravemente ferita. L’autopsia avrebbe successivamente stabilito che la morte non fu immediata.
La mattina seguente fu la figlia diciannovenne Francesca, preoccupata perché la madre non era rientrata, a far scattare l’allarme. Quando i carabinieri entrarono nel locale, trovarono la donna ormai priva di vita.
I primi sospetti e il suicidio di Salis
Le indagini si concentrarono inizialmente sulla famiglia. Tra i primi sospettati finì Roberto, il figlio 22enne di Luigia, che aveva avuto in passato comportamenti violenti nei confronti della madre e frequentazioni negli ambienti della criminalità locale.
Gli investigatori lo interrogarono a lungo, ma non emersero elementi sufficienti per accusarlo. L’attenzione si spostò quindi sul proprietario del trapano rinvenuto sulla scena del delitto.
Si trattava di Ottavio Salis, elettricista sardo di 52 anni, sposato e padre di due figli. L’uomo aveva lavorato alla ristrutturazione del locale ed era anche stato cliente di Luigia. Alcuni graffi sulle braccia e alcune contraddizioni durante gli interrogatori alimentarono i sospetti nei suoi confronti.
Salis venne iscritto nel registro degli indagati, ma il giorno successivo si tolse la vita lanciandosi dalla sopraelevata di Genova, lasciando cinque biglietti nei quali continuava a proclamarsi innocente.
Pochi giorni dopo arrivò la conferma che lo scagionava: il DNA dimostrò che Salis non era l’assassino. Una verità che l’uomo, però, non avrebbe mai potuto conoscere.
La lettera anonima: “Sono io il mostro del trapano”
Le indagini proseguirono per anni senza arrivare a una soluzione. Nel 1996 morì anche Adriana Fravega, proprietaria del locale e figura vicina all’ambiente nel quale lavorava Luigia. La donna venne trovata morta dopo un’overdose di barbiturici e la sua scomparsa aggiunse un ulteriore elemento di mistero alla vicenda.
Nel 2004 una lettera anonima arrivò alla Procura di Genova. Il mittente sosteneva di essere il responsabile dell’omicidio e scriveva:
«Sono io il mostro del trapano. Anni fa ho compiuto un omicidio, non sono mai stato preso. Ho paura di finire per sempre in galera, la mia vita sta cambiando».
La missiva conteneva particolari apparentemente precisi sul delitto, ma non furono trovate tracce biologiche sufficienti per identificare l’autore della lettera. Anche questa pista finì quindi senza un nome.
La svolta con il DNA
La vera svolta è arrivata nel 2023, quando gli investigatori hanno riaperto il caso e sottoposto i reperti conservati per anni a nuove analisi genetiche.
Dagli accertamenti è emerso il profilo di Fortunato Verduci, carrozziere genovese che all’epoca del delitto aveva poco più di trent’anni.
Il suo DNA sarebbe stato individuato in diversi punti della scena del crimine, tra cui una tenda, una mensola, una copia del Corriere Mercantile e un pacchetto di sigarette Diana. A queste tracce si sarebbero aggiunti altri elementi ematici ritenuti riconducibili all’uomo.
Dopo 31 anni, dunque, l’inchiesta ha finalmente individuato un indagato.
A rendere ancora più pesante il quadro accusatorio sono state alcune intercettazioni. Alla domanda sul motivo per cui avrebbe ucciso Luigia, Verduci avrebbe risposto: «Per passatempo, come un altro». In un’altra conversazione avrebbe invece detto: «Con due omicidi cosa mi fanno?».
Secondo la ricostruzione della Procura, l’uomo avrebbe prima colpito la vittima con uno sgabello e successivamente avrebbe utilizzato il trapano durante l’aggressione.
Verduci, tuttavia, si è sempre dichiarato innocente e non è stato sottoposto a custodia cautelare. La Cassazione ha confermato il mancato arresto preventivo, evidenziando che, a distanza di così tanti anni, il quadro indiziario deve essere accompagnato da esigenze cautelari attuali per poter giustificare la misura.
Il movente resta ancora da chiarire
Un altro interrogativo riguarda il possibile movente dell’omicidio.
Secondo l’accusa, Luigia sarebbe stata aggredita nel corso di una rapina finalizzata a impossessarsi dell’incasso della giornata e delle chiavi del locale.
Una diversa ricostruzione, attribuita a un esponente della criminalità genovese, ipotizza invece un regolamento di conti collegato a un debito di 150 milioni di lire e al coinvolgimento di un parente di Verduci.
Verduci a processo: la sentenza attesa a ottobre
Il 21 febbraio 2026 Fortunato Verduci è stato rinviato a giudizio con l’accusa di omicidio aggravato dalla crudeltà e dai motivi abietti e futili, oltre che di rapina.
L’imputato ha scelto il rito abbreviato, mentre Francesca Andreini, figlia della vittima, si è costituita parte civile.
A oltre trent’anni dai fatti, il caso è quindi arrivato davanti ai giudici. La sentenza è prevista per il 6 ottobre 2026.
Sarà il tribunale a stabilire se gli elementi raccolti dopo decenni di indagini siano sufficienti a dimostrare che Fortunato Verduci sia realmente l’uomo responsabile della morte di Luigia Borrelli, chiudendo uno dei più inquietanti casi irrisolti della cronaca nera genovese.
Lo riporta leggo.it.



