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CULTURA Giuseppe Piemontese: “In difesa dell’Honor Montis Sanctis Angeli”

Un Honor storico, ma soprattutto di merito, tale da fare della città dell’Angelo il centro non solo del Gargano, quanto dell’intera Italia Meridionale

AUTORE:
Redazione
PUBBLICATO IL:
8 Febbraio 2024
Cultura // Manfredonia //

MONTE SANT’ANGELO (FOGGIA) – La memoria storica rappresenta l’identità di una comunità che fonda il proprio futuro su ciò che la cultura e la storia hanno creato nell’arco dei secoli per far crescere e sviluppare la città nella sua evoluzione socio-economica. Una comunità che rappresenta non solo il futuro, quanto il passato della propria città che si riconosce soprattutto nella sua identità culturale.

Per questo ogni città si evolve in riferimento alla sua storia e alla sua cultura, né la politica può ignorare tale identità evolutiva. La città di Monte Sant’Angelo ha in sé una grande tradizione storica e culturale, tale da illuminare con il suo fascino e le sue bellezze il percorso evolutivo del suo futuro.

Un futuro che, si badi, non si basa su astrazioni e dissertazioni culturali e sociali, ma su concrete basi di crescita economica e sociale, tale da legare il tutto ad un Progetto concreto e reale che abbia come fondamento le potenzialità del proprio territorio, ma soprattutto della propria identità storica.

E questo in base ad un semplice e forte processo di identità culturale, a cui è legata la nascita e la stessa esistenza della propria città. Nel nostro caso la città micaelica, che ha avuto il suo battesimo attraverso varie fasi storiche fondamentali legate da una parte al divino, con l’Apparitio di San Michele, e dall’altra alle civiltà e alle culture dell’Italia Meridionale, fra cui la civiltà daunia, la greco-romana, la civiltà longobarda, normanna, sveva, angioina, aragonese, ecc., che si sono susseguite nell’arco di più di un Millennio. Tuttavia uno di questi elementi fondanti della nostra identità storico-culturale è l’HONOR MONTIS SANCTI ANGELI.

Un Honor storico, ma soprattutto di merito, tale da fare della città dell’Angelo il centro non solo del Gargano, quanto dell’intera Italia Meridionale, a cui molti popoli e culture si rifacevano e ne assimilavano la sua identità culturale, quale elemento fondante dell’unione fra Sud Italia e il Nord, ma soprattutto come base per un processo identitario dell’Europa, grazie, come abbiamo detto più volte, alla presenza del culto di San Michele, che dall’Altomedioevo viene ad essere l’elemento fondante e identitario di vari popoli e culture, come i Bizantini, i Longobardi, i Normanni, gli Svevi, gli Angioini. Tuttavia ora cerchiamo di approfondire il significato di Honor Montis Sancti Angeli.

L’Honor Montis Sancti Angeli nasce con Guglielmo II, l’ultimo duca normanno, il quale nel 1177 promulga una Constitutio dotalii, in occasione del suo matrimonio con Giovanna, figlia del re Enrico II d’Inghilterra.

Alla sposa egli concedeva in dotazione l’Honor Montis Sancti Angeli, che venne da allora a costituire una circoscrizione autonoma, feudo delle regine di Sicilia. Così si legge nell’atto di nascita dell’Onore: “Concediamo in dote alla predetta Giovanna, nostra carissima Regina, la contea di Monte Sant’Angelo, come qui di seguito si specifica, e cioè in demanio la città di Monte Sant’Angelo, la città di Siponto e la città di Vieste, con tutti i dovuti tenimenti e pertinenze.

In servizio, poi, le concediamo, dai tenimenti del conte Goffredo di Lesina, Peschici, Ritium (Rodi?), Carpino, Cagnano, Sfilzi e ogni altra terra che notoriamente il predetto conte detiene dall’Onore della medesima contea di Monte Sant’Angelo: Le concediamo ancora in servizio Candelaro, S. Quirico, Castelpagano, Versentino e Lanzano. Ed infine le concediamo il monastero di S. Giovanni in Lamis e quello di S. Maria di Pulsano, con tutti i tenimenti che questi monasteri detengono dall’Onore della predetta contea di Monte Sant’Angelo”.

Con l’istituzione dell’Honor, Monte Sant’Angelo, che sicuramente prenderà la sua denominazione proprio dall’Honor Montis Santi Angeli, dovette trarre vantaggio dalla sua condizione di sede direttamente amministrata dal dominio regio.

Ad esso facevano capo i più svariati interessi economici e politici del Gargano, Siponto compresa e di altre terre della pianura daunia. Ciò è attestato anche in un documento del 1184, riportato dal Carabellese, in cui, in una curia convocata a Barletta, erano presenti, fra i giustizieri di Bari e di Capitanata, anche quelli di Monte Sant’Angelo e Siponto.

Con la dominazione sveva, la giurisdizione dell’Honor passò direttamente sotto l’amministrazione di un giustiziere, Roberto Borello, mandato quasi certamente da Innocenzo III per conto di Federico II (1194-1250).

Nel matrimonio di Federico II con Costanza d’Aragona, nel 1209, in un documento del 1210, si fa riferimento alla costituzione del dotalizio di Costanza, e quindi sempre all’Honor Montis Santi Angeli, di cui se ne appropria lo stesso re svevo Federico II quando sposa Costanza d’Aragona.

Infatti nel documento della Constitutio dotalii si legge: “Concedimus etiam eidem civitatem Montis Sancti Angeli, cum toto honore suo, omnibus civitatibus, castris et villis, terris, pertinentiis et institiis et rationibus eidem honori pertinentibus, scilicet que de demanio in demanium et que de servitio in servitium”.

L’Onore di Monte Sant’Angelo conserverà la sua funzione di dotalizio per la regina anche nei successivi matrimoni di Federico II, sia in quello del 1222 con Iolanda di Brienne, sia in quello del 1234 con Isabella d’Inghilterra.

Per quest’ultimo matrimonio, fu lo stesso notaio Pier della Vigna a redigere il contratto nuziale, affermando che il dotalizio, oltre che Val di Massara, in Sicilia, comprende anche ”Honorem Monti Sancti Angeli…prout utrumque dodarium habere consueverunt”.

Secondo lo storico Jamsilia, Federico II avrebbe sposato in “articulo mortis” Bianca Lancia, madre di Manfredi, a cui avrebbe trasmesso, oltre che la corona, anche l’Honor Montis Santci Angeli.

Con l’ascesa di Manfredi al trono, il feudo di Monte Sant’Angelo fu assegnato allo zio Manfredi Maletta, sotto la cui giurisdizione sorse la città di Manfredonia (1263), i cui abitanti provenivano la maggior parte dalla diruta Siponto e da Civitate.

Così, con un decreto regio, Manfredi Maletta venne nominato Gran Camerano, ovvero tesoriere del Regno, con giurisdizione sulla nascente città di Manfredonia e su Monte Sant’Angelo. Tale fiducia però fu mal ripagata, perché alla morte di Manfredi, lo zio Maletta, “per viltà e per tradimento”, si mise al servizio del nemico, consegnandosi al re angioino Carlo D’Angiò, con tutto il tesoro e la corona di Manfredi.

Con l’arrivo degli Angioini, il feudo di Monte Sant’Angelo perde quella indipendenza amministrativa e giuridica che aveva sotto i Normanni e gli Svevi, per essere inquadrato nell’ambito di una burocratizzazione giurisdizionale regia, con a capo un Giustiziere che amministra non solo il feudo di Monte Sant’Angelo, ma tutta la Capitanata.

Questi era Giacomo Cantelmo, il quale ebbe anche il compito di custodire, nelle prigioni del castello di Monte Sant’Angelo, la moglie di Manfredi Maletta, Filippa d’Antiochia e i suoi figli.

Nel giugno del 1272, l’Onore di Monte Sant’Angelo, come il principato di Salerno, è assegnato da Carlo I d’Angiò al suo primogenito Carlo II, nel giorno in cui questi ricevette l’investitura a cavaliere “signore perpetuo ed ereditario nei suoi discendenti legittimi di ambo i sessi”. Da questo momento, Carlo II si intitola “Princeps Salernitanus et honoris Montis Sancti Angeli dominus”.

Con Carlo II, il feudo di Monte Sant’Angelo perderà gradualmente la sua specificità, per diventare un feudo privato controllato direttamente dal potere centrale. Durante la prigionia di Carlo II da parte degli Aragonesi, l’Onore fu retto dal Vicario Rodolfo de Bullerio.

Successivamente, una volta salito al trono Carlo II, questi concesse la dotazione dell’Onore al suo primogenito Carlo Martello, il quale a sua volta lo concesse al vicariato Pietro Panetterio e poi a Pietro d’Angicourt.

Con Carlo II il feudo riacquistò una certa vitalità politica.

Si ebbero vari interventi edilizi per quanto riguarda il castello, la cinta muraria e alcune variazioni alla facciata esterna della Basilica. Alla morte di Carlo Martello, l’Onore tornò al demanio per cinque anni, per poi essere assegnato da Carlo II a Raimondo Berengario.

Questi, durante il suo vicariato, fece redigere, nel 1304, un inventario di tutti i beni feudali di Monte Sant’Angelo, che sarà chiamato in seguito

Platea, a cui si farà riferimento, per tutto il XVIII e l’inizio del XIX secolo, nelle liti tra feudatari e i comuni di S. Giovanni Rotondo e Manfredonia, per quanto riguarda l’accertamento dei confini e dei diritti di promiscui.

Morto Raimondo Berengario, l’Onore fu assegnato dal re Roberto al fratello Giovanni, conte di Gravina e duca di Durazzo.

Questi, per quasi sei mesi all’anno, fece dimora fissa in Monte S. Angelo. Alla morte di Giovanni (1335), la moglie Agnese fondò, in onore del marito, il monastero dei Celestini, chiamato S. Giovanni e S. Benedetto, in stile gotico (l’attuale Municipio). Questa costruzione sorse di fronte all’ospizio per pellegrini, fatto erigere nell’XI secolo da Enrico, conte di Monte Sant’Angelo e Lucera.

La Signoria dell’Onore spettò a Carlo, primogenito di Giovanni, il quale sposò una nipote del re, Maria d’Angiò, i cui figli soggiornarono per diversi mesi all’anno a Monte Sant’Angelo. Subito dopo la morte di Giovanni, tuttavia, l’Onore fu oggetto di rivendicazioni da parte di Luigi d’Ungheria, nipote ed erede di Carlo Martello.

Sorsero, infatti, varie lotte, disordini e guerre, fino a quando l’Onore non tornò ad un durazzesco, Carlo, figlio di Giovanni. Da Luigi di Durazzo, fratello di Carlo, ucciso per ordine di Luigi d’Ungheria, nipote di Carlo Martello e Margherita Sanseverino, nascerà il futuro Carlo III di Durazzo, re di Napoli e d’Ungheria.

Per il battesimo di Carlo venne donata al Santuario di S. Michele una gran conca d’oro, che sarà in seguito fusa, per fare una statua di S. Michele del valore di 60.000 ducati.

Con la morte di Luigi di Durazzo, la Signoria dell’Onore passò alla duchessa Giovanna di Durazzo, futura sposa di Ludovico di Navarra. Sotto la sua signoria fu istituita la “Gabella dell’atrio”, a favore del Capitolo garganico: essa era un tributo a carico delle Compagnie di Monte Sant’Angelo pellegrini che entravano per la porta di Carbonara, chiamata ancora oggi “lo Scotto” (balzello).

Inoltre, sotto la Signoria dei durazzeschi, fu istituita la Palatinità della chiesa di S. Michele (1362), diventata precedentemente, nel 1349, la Cappella ducale dei Durazzeschi per volontà di papa Clemente VI. Con Giovanna, l’Onore di Monte Sant’Angelo conobbe momenti di grande prestigio e di grande rinomanza.

Ciò, tuttavia, venne oscurato allorquando Giovanna e altri del regno si macchiarono di tradimento nell’aver ordito una congiura contro Carlo III, per cui venne arrestata e imprigionata. La sua tomba, secondo alcuni storici, si troverebbe nell’attuale chiesa di S. Francesco in Monte Sant’Angelo.

Con la morte dell’ultima signora durazzesca, ebbe inizio il declino dell’Onore che, con alterne vicende, si vide privare della sua specificità giurisdizionale. Con l’arrivo di Alfonso d’Aragona (1481-1500) sulla scena politica dell’Italia Meridionale, si ha la caduta degli Angioini.

Da questo momento l’Onore ormai era privo di qualsiasi significato giurisdizionale, tanto che lo stesso feudo di Monte Sant’Angelo, dal 1484, diventa di dominio regio.

Di tale Honor, oggi, purtroppo rimane solo il ricordo, anche se la storia, tuttavia, non può essere cancellata, né dimenticata.

Spetta all’uomo, con la sua scienza e la sua creatività, riconquistare tale Honor, in un percorso di condivisione e di inclusione, tanto da fare in modo che l’antico Honor possa di nuovo essere da guida a chi domani avrà l’onore, ma anche l’onere, di governare una città che ormai è diventata, con il suo Santuario, Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

In altri termini solo attraverso la rievocazione del proprio passato e di ciò che la città ha rappresentato, con la sua storia e le sue bellezze, essa potrà risorgere e creare le condizioni per un futuro migliore.

A cura di Giuseppe Piemontese Società di Storia Patria per la Puglia

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